La bella principianza

Di Annalisa Di Salvatore

Scavalcami.

Ti suggeriva, ti invitava, ti chiedeva? Sulla pista da ballo la sua gamba destra, inattesa, sbarrava il passo ancora incerto del tuo piede sinistro, mentre dentro a un bisbiglio lui ti diceva: scavalcami. Lo scavalcasti e, mentre lo facevi, il corpo memorizzava un’informazione nuova che non avresti più dovuto chiedere in seguito. Presto avresti imparato che, in quella sera da principiante, avevi messo in musica la tua prima parada. Ti pareva di avvertire una specie di nostalgia preventiva, la rivelazione del momento in cui non saresti stata più una principiante. Bella, la principianza. Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco dell’azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, il privilegio della giovinezza impreparata: la principianza legittimava nuovi debutti di vita.

Questo fu per te il tango argentino.

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Il dio Pan

Di Annalisa Di Salvatore (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Al centoquarantaduesimo scalino della Torre degli Asinelli, ho avuto il mio primo attacco di panico.

Questo, però, l’ho pensato un po’ di tempo dopo, mica lì mentre buttavo sudori. Quando sudi in quella maniera, non pensi.

Bisogna affrontare la faccenda con metodo, mi sono detta la sera stessa in albergo, seduta al centro del letto di una camera doppia uso singola arredata in toni blu. Venirne a capo: compilare elenchi, fare inventari, svolgere indagini, studiare archivi, prendere appunti. Esaminare minuziosamente il caso, dati alla mano.

Elenco delle torri che ho scalato
– Carfax Tower, Oxford: 23 metri (scalini? Pochi)
– Torre di Pisa: 56 metri (296 scalini)
– Campanile di Santa Maria del Fiore, Firenze: 84,7 metri (463 scalini)
– Tour Eiffel, Parigi: 324 metri (1665 scalini, però ho preso l’ascensore, forse non conta)

Non ho un’esperienza ragguardevole con le torri, no.

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Maledetto il primo libro

Di Annalisa Di Salvatore

– Non li ho più contati ma, se proprio volessi fare lo sforzo di memoria che mi chiedi, e lo voglio fare perché un po’ te lo devo, i traslochi dovrebbero essere stati in tutto nove. Dal 2000 a oggi: nove, sì.

Ripeto il conto ad alta voce insieme a lui, con le dita: anno e città, lui va integrando via via i dati aggiungendo pure gli indirizzi (come fa, come fa a ricordarsi tutti i miei indirizzi?). Salto un paio di soggiorni brevi, poca cosa. Ma lui mi interrompe subito.

– Poca cosa un cazzo. Non importa se lì ci sei stata un mese o un anno, devi contare tutte le volte che hai riempito scatoloni, più quella volta quando sei tornata da Wolverhampton.

– Ma che c’entra quella? Non era mica un trasloco, ci sono stata tre mesi e avevo solo qualche bagaglio!

– Ci sei stata quattro mesi, dal 18 settembre al 18 gennaio. Avevi due valigie, uno zaino da campeggio più grande di te sulle spalle, e la borsa del computer. A Birmingham ti sei messa a piangere al check-in di Ryanair per la tassa da pagare, questo me lo hai raccontato tu al telefono, ma secondo me non piangevi per la tassa, non solo. Quando si piange a quel modo, è trasloco.

– Va bene, allora sono undici.

– No. – solleva il bicchiere nella mia direzione, – Sono dodici. Salute! –  e manda giù trionfale un sorso di vino, – Non consideri l’ultimo, quello che ti ha riportato qua al punto di partenza?

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Virus

Di Annalisa Di Salvatore

Amalia ha cambiato passo. Se ne accorge anche lei, perché perde il treno. Prima, invece, arrivava in anticipo, piede svelto, andatura decisa: le toccava aspettare. Non saprebbe dire con chiarezza prima di cosa, dice prima e basta. Adesso le gambe pare le diano retta solo per sorsi lenti di passeggiata, quasi che a lei sia estranea l’esperienza della smania, la fretta di raggiungere una strada, una persona, un ufficio, una casa, una frittata. Le gambe di Amalia erano due elastici lunghi e asciutti; a vederle, le avresti dette gambe di atleta, scatti di molla, o solo frenesia di femmina. I piedi solleticavano la terra con una sequenza di colpetti ravvicinati, piccoli rimbalzi come di sasso sul pelo dell’acqua, prima di arrendersi all’attrito. Quando camminava in compagnia, le dicevano oh ma dove vai, stiamo passeggiando, che hai da correre? Non sto correndo, diceva lei, sorpresa o contrariata secondo il caso, e rallentava. Alle volte succedeva pure che si ritrovasse a parlare da sola, perché quell’altro era rimasto indietro. Allora si voltava e lo trovava fermo: mi aspetti o no?, le chiedeva un poco scocciato. E lei aspettava. Tornando a casa insieme, aspettava che lui coprisse il tratto di strada dalla macchina al palazzo – lei l’aveva ingoiato in pochi secondi, poi si era fermata davanti al cancello ad aspettare (qualche volta era anche bello, stare a guardarlo mentre si avvicinava con quel passo suo quieto, di bestia mansueta). Aspettava davanti all’ingresso di cinema e teatri che arrivassero gli amici, aspettava alla cassa del supermercato che la raggiungessero con calma, aspettava agli appuntamenti, aspettava a tavola, aspettava a scuola, aspettava a lavoro, aspettava a letto, aspettava alla stazione, aspettava al telefono, aspettava e ad aspettare stava sola.

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Permesso

Di Annalisa Di Salvatore (racconto apparso su Abbiamo le Prove)

«Signorina, se aspetta un altro po’, je diventa ‘n carciofo!».

Una non si aspetterebbe mai di ritrovarsi a gambe spalancate nello studio di un ginecologo per sentir esclamare di carciofi. Eppure fu bravo. Fu bravo perché ebbe l’intuizione che, per farmi decidere di avere più a cuore la mia salute di giovane femmina, era necessario servirsi di una minaccia vegetale. Peraltro i carciofi mi fanno pure schifo, ma questo lui non poteva saperlo, si era affidato a un’idea semplice e buona: tra le gambe non ci stanno carciofi, se ce ne trovi uno sei di fronte a un adynaton, una cosa impossibile, una presenza inumana, una modernaelephant woman. Dal momento in cui la voce medica mi iniettò questa idea semplice e buona, mi risolsi di non poter più ignorare il problema, spuntato già da un paio di settimane, forse di più.

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It must be nice to disappear

di Annalisa Di Salvatore

Mia madre stira quasi ogni giorno, quando torna da scuola.

Lo fa nel tardo pomeriggio, non appena fuori comincia a scurire. Si mette le pantofole e una vecchia tuta, si prepara una tazza di tè al limone, apre la tavola da stiro nel soggiorno, rientra i panni. Così dice lei: mò rientro i panni. Vale a dire: recupera una cospicua mole di biancheria precedentemente stesa ad asciugare in balcone, la porta in casa e la dispone con cura sul tavolo e sulle sedie del soggiorno. Compie ciascuno di questi gesti con una meticolosità rituale, frutto di metodo ed esperienza.

Stira quasi tutto quello che c’è: camicie, pantaloni, gonne, pigiami, canottiere, calzini, mutande, lenzuola, asciugamani, tovaglie, strofinacci, fazzoletti. Di recente si è pure comprata un grosso appendiabiti con le rotelle, di quelli che si vedono anche nei guardaroba di alberghi e teatri. Ci appende le camicie di mio padre dopo averle stirate e poi se lo trascina piano piano lungo il corridoio dal soggiorno alla camera da letto con aria soddisfatta. Una volta arrivata in camera, ripone le camicie negli armadi, torna indietro più rapida con l’appendiabiti vuoto e lo rimette al suo posto, che è un angolo riparato della terrazza. Continue reading “It must be nice to disappear” »

La seconda volta

 

Di Annalisa Di Salvatore

«Ndà se fa se sbaje!».

Così diceva sempre, e mentre lo diceva fissava negli occhi il suo interlocutore, scuoteva la testa e non era per dire no: quella testa sua calva gli si avvitava sul collo come un trapano a scavare il muro, per assicurare dentro le spalle la sola verità sugli uomini, un fatto non discutibile, non rimediabile, come a dire ecco, signori miei, le cose stanno così e sarà il caso che vi mettiate l’anima in pace su questa faccenda: come si fa, si sbaglia. Qualunque cosa uno fa, la sbaglia e la sbaglia sempre, l’unica cosa che può fare quando la fa, è sbagliarla. Diceva questo nella sua lingua madre, così pure le barzellette, gli affanni e le bestemmie – il dialetto è buono per ridere, per piangere i morti, per bestemmiare i santi, e per dire la verità.

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