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	<title>Vicolo Cannery</title>
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	<description>Agenzia Letteraria</description>
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		<title>Fotocopie</title>
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		<pubDate>Sat, 19 May 2012 08:01:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Gianni Solla Da quando signora clara muorta io non tanto bene perché puochi soldi, però adesso abito con figlio di signora clara che piacciono maschiu e non lo so come si dice italiano ma napuli si dice ricchione. Napuli ha parola per tutto no bisogno di vocabolario italiano, lega dice che vogliono fare divisione a napuli già hanno fatto non aspettano figliu signore trota. Casa di veronica ha piccolo balcone su mare, io siedo su sedia, piglio sole faccia, vento, sento pelle rossa, dico che è bello, mi viene lacrima, sento canzone di musica di signora che abita vicino, penso mia sorella romania, non lo so se lei pensa me napuli, lei nove anni più grande, sorella ma anche altra mamma, e veronica domanda tutto bene, io dico tutto bene, voglio solo prendere sole su faccia. Figliu signora clara da quando signora clara muorta ha parrucca di femmina bionda, reggiseno, gonna, e cambiato nome a veronica, prima signora clara viva lui carmine. Di notte prende fotografia di signora clara e chiama puttana e beve vino e dice maledetta, inferno, e poi mattina dopo va a cimitero e porta fiori e piange e chiede scusa, anche a me, a tutti chiede scusa. Io insegnato a mettere trucco, altre signore nel palazzo non salutano più noi ma veronica dice che adesso lei veronica, e da quando signora clara muorta, lui non ha più cordone ombelico e può decidere se maschio o femmina e lui scelto. Veronica ha negozio di fotocopie, io adesso lavoro fotocopiecarte di identità, patenti, fax, lavoro compiuter, viene vecchio mi dà foglio io premo bottone verde esce foglio lui dà dieci centesimi. Io faccio piccole pile di dieci centesimi e quando sono dieci dieci centesimi io metto nella cassa. Veronica dice perché faccio pila io dico che non lo so. Certe volte macchina fotocopia si ferma io apre sportello uno o sportello due o sportello tre e toglie foglio, ogni cinque fotocopie io apre sportello tre, abbiamo visto istruzione forse funziona proprio così ogni cinque fotocopia apre sportello tre e toglie foglio. A negozio di fotocopie ho conosciuto Marcello, lui macchina finestrini elettrica e divorziato con moglie che ha negozio libri. Marcello inizio veniva negozio fotocopie io facevo fotocopia e lui giorno racconta che moglie altro fidanzato e che adesso lui solo in grande casa. Io non lo so italia ma a Napuli tutti vogliono scupare. Tutti. Io e Marcello incontravamo in bar a piazza bellini, stavamo su sedie di legno e lui raccontava cose di suo lavoro di avvocato e prendevamo due martini e poi altri due e mangiavamo noccioline da ciotola piene sale e faceva sentire suo profumo su foulard e io adesso ricorda preciso l’odore e anche se viene vecchio a negozio di fotocopie e io sento quel profumo io ricorda marcello e noccioline e martini piazza bellini. Dopo noccioline andavamo in motel su autostrada e io sentivo odore foulard sulla sua pelle e mi piaceva sua schiena e da quando napuli, io ho sentito per prima volta come ruomania e nella stanza motel io quasi vedevo mia sorella in piccola cucina che tagliava patate e odore di cipolla e anche se tutto era schifo in ruomania e mia sorella portava maschi di paese nella sua stanza e poi loro dare soldi o gallina o pane secco e io dovevo aspettare nella cucina per uscire e mi chiudevo dentro armadio di pentole per non sentire, adesso era tutto quello che volevo vedere di nuovo e allora tenevo occhi chiusi per non perdere ricordo di mia sorella e marcello diceva apri occhi e io dicevo che non potevo perché era importante non dimenticare cose di ruomania e io chiedeva lui di spingere piano e di far durare tutto più tempo possibile. Io torna a casa, marcello accompagna dentro macchina finestrini elettrica sentiamo canzoni dentro radio di pioner piena di luci, canzoni di america, di musica di sacs. Io sento musica che non mi piace, mi piace cantante napuli musica di signora vicina di casa però è bello stare dentro macchina finestrini elettrica. Marcello parcheggia mette quattro luci, bacio, dice venire domani, io sentire di nuovo odore foulard e tutto ricomincia. A casa veronica ha bevuto vino, faccia piena lacrime, trucco sciolto sopra barba nera, e rossetto come succo pomodoro fino a mento, e di nuovo brutte parole su fotografia signora clara dentro bara e ascolta su compiuter iutube discorso signore bin laden dice lui giusto che lui ha piano io spengo compiuter e dico veronica andare a dormire. Poi marcello non è più venuto negozio fotocopie, veronica ha detto che normale. Io cercato lui a piazza bellini, aspettato tre giorni, venivano altre persone a sedersi su sedia vicino mia io dicevo loro che aspettavo mio fidanzato, ma mio fidanzato non venuto. Allora io andata a negozio di libri di moglie divorziata. Ho aspettato prima di entrare, poi li ho visti insieme uscire da negozio e marcello no divorziato. Lui mi ha visto, io non volevo fare male perché lui per un momento ha fatto bene me e io forse volevo solo dire grazia e non ho detto niente, no importante lui divorziato, va bene anche se ha moglie negozio libri, veronica aveva detto me lui no divorziato, sono passata vicino, ho detto accendere sigaretta a moglie negozio libri, lei prende accendino da borsa dolce e gabbana, lui secondo me quasi ferma cuore, ma io non volevo fare male, volevo solo motel un’altra volta per tenere occhi chiusi. Io adesso faccio fotocopia, ogni cinque fotocopia aprire cassetto tre e togliere foglio. Fotocopia è meglio che signora vecchia dormire a casa perché notte io tengo occhi stretti e ricordo odore foulard marcello e anche mia sorella ruomania. Dico che domani mattina io comincio fare telefonata numero nascosta casa di marcello così lui capisce e viene a negozio di fotocopia e io spiego che adesso non se ne può andare anche se ha moglie no divorziata negozio libri borsa dolce e gabbana. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Christer-Stroemholm.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1520" title="Christer StrÃ¶mholm Place Blanche Soraya" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Christer-Stroemholm-e1337414422189.jpg" alt="" width="620" height="453" /></a></p>
<p><strong>di Gianni Solla</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Da quando signora clara muorta io non tanto bene perché puochi soldi, però adesso abito con figlio di signora clara che piacciono maschiu e non lo so come si dice italiano ma napuli si dice ricchione. Napuli ha parola per tutto no bisogno di vocabolario italiano, lega dice che vogliono fare divisione a napuli già hanno fatto non aspettano figliu signore trota.<br />
Casa di veronica ha piccolo balcone su mare, io siedo su sedia, piglio sole faccia, vento, sento pelle rossa, dico che è bello, mi viene lacrima, sento canzone di musica di signora che abita vicino, penso mia sorella romania, non lo so se lei pensa me napuli, lei nove anni più grande, sorella ma anche altra mamma, e veronica domanda tutto bene, io dico tutto bene, voglio solo prendere sole su faccia. Figliu signora clara da quando signora clara muorta ha parrucca di femmina bionda, reggiseno, gonna, e cambiato nome a veronica, prima signora clara viva lui carmine. Di notte prende fotografia di signora clara e chiama puttana e beve vino e dice maledetta, inferno, e poi mattina dopo va a cimitero e porta fiori e piange e chiede scusa, anche a me, a tutti chiede scusa. <span id="more-1519"></span>Io insegnato a mettere trucco, altre signore nel palazzo non salutano più noi ma veronica dice che adesso lei veronica, e da quando signora clara muorta, lui non ha più cordone ombelico e può decidere se maschio o femmina e lui scelto. Veronica ha negozio di fotocopie, io adesso lavoro fotocopiecarte di identità, patenti, fax, lavoro compiuter, viene vecchio mi dà foglio io premo bottone verde esce foglio lui dà dieci centesimi. Io faccio piccole pile di dieci centesimi e quando sono dieci dieci centesimi io metto nella cassa. Veronica dice perché faccio pila io dico che non lo so. Certe volte macchina fotocopia si ferma io apre sportello uno o sportello due o sportello tre e toglie foglio, ogni cinque fotocopie io apre sportello tre, abbiamo visto istruzione forse funziona proprio così ogni cinque fotocopia apre sportello tre e toglie foglio.<br />
A negozio di fotocopie ho conosciuto Marcello, lui macchina finestrini elettrica e divorziato con moglie che ha negozio libri. Marcello inizio veniva negozio fotocopie io facevo fotocopia e lui giorno racconta che moglie altro fidanzato e che adesso lui solo in grande casa. Io non lo so italia ma a Napuli tutti vogliono scupare. Tutti. Io e Marcello incontravamo in bar a piazza bellini, stavamo su sedie di legno e lui raccontava cose di suo lavoro di avvocato e prendevamo due martini e poi altri due e mangiavamo noccioline da ciotola piene sale e faceva sentire suo profumo su foulard e io adesso ricorda preciso l’odore e anche se viene vecchio a negozio di fotocopie e io sento quel profumo io ricorda marcello e noccioline e martini piazza bellini. Dopo noccioline andavamo in motel su autostrada e io sentivo odore foulard sulla sua pelle e mi piaceva sua schiena e da quando napuli, io ho sentito per prima volta come ruomania e nella stanza motel io quasi vedevo mia sorella in piccola cucina che tagliava patate e odore di cipolla e anche se tutto era schifo in ruomania e mia sorella portava maschi di paese nella sua stanza e poi loro dare soldi o gallina o pane secco e io dovevo aspettare nella cucina per uscire e mi chiudevo dentro armadio di pentole per non sentire, adesso era tutto quello che volevo vedere di nuovo e allora tenevo occhi chiusi per non perdere ricordo di mia sorella e marcello diceva apri occhi e io dicevo che non potevo perché era importante non dimenticare cose di ruomania e io chiedeva lui di spingere piano e di far durare tutto più tempo possibile.<br />
Io torna a casa, marcello accompagna dentro macchina finestrini elettrica sentiamo canzoni dentro radio di pioner piena di luci, canzoni di america, di musica di sacs. Io sento musica che non mi piace, mi piace cantante napuli musica di signora vicina di casa però è bello stare dentro macchina finestrini elettrica. Marcello parcheggia mette quattro luci, bacio, dice venire domani, io sentire di nuovo odore foulard e tutto ricomincia. A casa veronica ha bevuto vino, faccia piena lacrime, trucco sciolto sopra barba nera, e rossetto come succo pomodoro fino a mento, e di nuovo brutte parole su fotografia signora clara dentro bara e ascolta su compiuter iutube discorso signore bin laden dice lui giusto che lui ha piano io spengo compiuter e dico veronica andare a dormire.<br />
Poi marcello non è più venuto negozio fotocopie, veronica ha detto che normale. Io cercato lui a piazza bellini, aspettato tre giorni, venivano altre persone a sedersi su sedia vicino mia io dicevo loro che aspettavo mio fidanzato, ma mio fidanzato non venuto.<br />
Allora io andata a negozio di libri di moglie divorziata. Ho aspettato prima di entrare, poi li ho visti insieme uscire da negozio e marcello no divorziato. Lui mi ha visto, io non volevo fare male perché lui per un momento ha fatto bene me e io forse volevo solo dire grazia e non ho detto niente, no importante lui divorziato, va bene anche se ha moglie negozio libri, veronica aveva detto me lui no divorziato, sono passata vicino, ho detto accendere sigaretta a moglie negozio libri, lei prende accendino da borsa dolce e gabbana, lui secondo me quasi ferma cuore, ma io non volevo fare male, volevo solo motel un’altra volta per tenere occhi chiusi. Io adesso faccio fotocopia, ogni cinque fotocopia aprire cassetto tre e togliere foglio. Fotocopia è meglio che signora vecchia dormire a casa perché notte io tengo occhi stretti e ricordo odore foulard marcello e anche mia sorella ruomania. Dico che domani mattina io comincio fare telefonata numero nascosta casa di marcello così lui capisce e viene a negozio di fotocopia e io spiego che adesso non se ne può andare anche se ha moglie no divorziata negozio libri borsa dolce e gabbana.<strong><br />
</strong></p>
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		<title>Piano sequenza</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 22:41:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[mandracchia]]></category>
		<category><![CDATA[piano sequenza]]></category>
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		<description><![CDATA[ di Roberto Mandracchia (Questo racconto è uscito su Prospektiva) Sopra i flutti o sotto i flutti la Sicilia sia unita al Continente. (Giuseppe Zanardelli, ministro dei Lavori Pubblici; 1876) L’autoarticolato transita sotto un cartellone che pubblicizza la Birra Messina e s&#8217;incolonna alla fila di auto e camion inghiottita dalla stiva del traghetto; qualche metro e fa uno scarto rispetto al percorso per imbarcarsi: si ferma nei pressi di un gabbiotto; dal finestrino del guidatore sbuca fuori la testa ricciuta di un uomo dalle borse viola sotto gli occhi e la faccia che è una roccia piena di crepe; l’uomo sta gridando un nome &#8211; “Giuva’! Giuvà! Ohu! Giuva’!” &#8211; e dal gabbiotto esce un colosso che sembra infilato a fatica dentro una divisa azzurra; l’omone guarda in direzione degli schiamazzi e si avvicina al camion &#8211; “Ohi, Carme’!” &#8211; dondolando, e con lui ciondolano anche lo stecchino che stringe fra le labbra, gli occhiali da sole e il cranio rasato, e stringe la mano che Carme’ gli tende dall’alto del suo posto di guida; per un attimo, sul braccio di Giuva’ che si alza e si riabbassa, s’intravede il tatuaggio di una ragnatela &#8211; Carme’, continuando chissà perché a gridare: “Minchia di càvuru, ‘uttu chinu di suduri sugnu&#8230;”. Giuva’, scoppiando in una risata impastata con dei colpi di tosse catarrosa: “‘U to fetu si senti finu a ccà&#8230;” e aggiungendo: “Io senza aria condizionata ‘un fazzu nenti”. Carme’: “Bella vita! Iu staiu guidannu da quattr’uri e nna fari àutri deci&#8230; a propositu, n’ha pasticchi? Di chiddri bboni?”. Giuva’ si guarda intorno con calma e dice: “Ogni vota sulu pi chistu mi chiami, ah?” e sputando lo stecchino chiede: “Quantu nni vo’?”. “Mah. Du’, tri&#8230; talè, damminni tri, và! ‘U viaggiu longu iè!&#8230; Vo’ i sordi?”. “Mi li duni &#8216;a prossima vota. Aspe’”. -; e Giuva’ volta le spalle al camion, dondola fino a entrare dentro il gabbiotto, gira dietro la piccola scrivania di metallo, apre un cassetto, traffica con qualcosa lì dentro e tira fuori una scatolina, richiude il cassetto, aggira la scrivania, sbuffa e si gratta il cavallo dei pantaloni, esce fuori e, avvicinatosi di nuovo al finestrino del guidatore, porge la scatolina a Carme’; sulla scatolina, prima che Carme’ la faccia scomparire all’interno dell’abitacolo, si legge la scritta Aspirina &#8211; Giuva’: “Ora ‘nchiana int’u ferrabbottu”. Carme’: “Sissa. Nni videmu, Giuva’”. L’altro: “Aspetto i toi picciuli”. -; si stringono la mano e, mentre Giuva’ scompare di nuovo dentro il gabbiotto, l’autoarticolato si rimette in moto per tornare dentro al percorso e finire poi nella penombra della stiva dove, illuminati dai potenti fari del mezzo, si distinguono altri camion e auto posteggiate e uno scompiglio di figure umane; i fari si spengono, così come il motore, qualche minuto, e Carme’ scende dall’autoarticolato, tira su la vita dei suoi jeans scoloriti e, fischiettando, s&#8217;incammina verso l’imboccatura delle scale che conducono al ponte del traghetto; c’è altra gente, e Carme’ fa passare avanti un vecchio &#8211; “La ringrazio. Troppo gentile”. -, Carme’ guarda il vecchio arrancare su per le strette scale e una volta arrivato in cima gli vede compiere uno strano gesto: il vecchio fruga nelle tasche dei pantaloni ed estrae un pennarello nero, mormorando qualcosa che Carme’ non riesce a sentire perché lo supera; il vecchio toglie il cappuccio al pennarello e disegna una croce grande sulla parete, poi si volta a guardare una signora obesa che, sudando e santiando, sta per terminare la salita &#8211; il vecchio dice, senza che l’altra gli abbia chiesto qualcosa: “Ogni volta che devo traghettare mi port’appresso un pennarello così segno la scala da cui sono salito, no? per non confondermi quando devo ridiscendere, no?”. &#8211; e la grassona sorride in direzione del vecchio e, mentre lui rimette il cappuccio al pennarello e lo infila di nuovo in tasca, gli passa di fianco a fatica e a fatica entra dentro la sala affollata di persone che chiacchierano, camminano mangiando arancini, cercano un posto su cui sedersi; anche la grassona cerca una sedia libera e si sposta per tutta la sala prima di trovarla, accanto ad una coppia di ragazzi che sta discutendo &#8211; la ragazza, gesticolando parecchio: “&#8230; perché è così e basta, mi ha detto, mi ha detto così. Io non ce la faccio più”. Il ragazzo: “Ma vedi che è solo un periodo: è quest’anno che è quello che è, vedrai che&#8230;”. Lo interrompe la ragazza: “Non dovevi accompagnarmi fino a Villa”. “E tu non saresti dovuta partire”. La ragazza sposta lo sguardo dal viso dell’interlocutore a un punto imprecisato davanti a lei, poi dice: “Questo me l’hai già detto, mille volte. E mille volte me l’hanno detto mio padre, mia madre, parenti, amici. Ma non so chi ha ragione”. “Ma qui non c’è di avere o non avere ragione. Non dovevi partire e basta. Il lavoro prima o poi si trova”. La ragazza sbuffa: “E’ una presa in giro, tutta una presa in giro. Due anni che sono laureata. Ho studiato e adesso voglio fare quello che volevo fare da quando ho dodici anni”. Il ragazzo, sorridendo: “Io a dodici anni volevo fare il papa&#8230; crescendo ho scoperto che è uno di quei lavori che gli italiani non vogliono più fare, e posso anche capirlo”. “Interessante”. -, e la ragazza si alza di scatto lasciando l’altro interdetto, percorre la sala cercando qualcosa dentro la sua borsa, tira fuori un pacchetto di sigarette; poi, sigaretta fra le labbra, continua a rovistare nella borsa fino a quando non trova anche l’accendino, intanto è già uscita fuori, sul ponte spazzato dal vento; incontra un ragazzo che parla al telefonino, dei bambini che giocano a inseguirsi braccati dai rispettivi genitori, una coppia che si scatta delle foto ricordo; la ragazza accende con una certa difficoltà la sigaretta e si appoggia coi gomiti al parapetto mangiato dalla salsedine e guarda prima la costa messinese, l’ultimo pezzo di Sicilia, e poi la costa calabrese, la propaggine della penisola italiana &#8211; la ragazza si sente un po’ confusa: per indole e studi non aveva mai creduto nell’idea di “nazione”, nel concetto di “patria”: un luogo, un territorio, lei sapeva, non era simile a un altro, ma sapeva anche che, come difesa psicologica, quei luoghi, quei territori, dentro la sua testa diventavano un’unica entità, e quindi una “nazione”, nella negatività, nello svantaggio: se dalle sue parti tiranneggiava la criminalità organizzata, tiranneggiava in tutta la nazione, se dalle sue parti imperversava la disoccupazione, imperversava in tutta la nazione; allora che senso aveva quel migrare? quell’attraversare? forse non riguardava i contratti di lavoro e i fondi pensionistici e la mobilità sociale, ma l’innescarsi di un qualche dispositivo, d’un congegno che sempre aveva pulsato nel segreto del suo genotipo perché lei, figlia d&#8217;incroci, era destinata a dar vita a nuovi incroci nel perpetuarsi di un’antica inspiegabile tradizione; e prima che il traghetto arrivi a Villa San Giovanni, continuando a fissare la costa calabrese, a voce alta la ragazza dice: “Mi ci romperò la testa”. -, e la pesante imbarcazione, con uno scossone che somiglia a un colpo di reni, attracca. Dopo la vittoria getterò un Ponte sullo Stretto di Messina, perché la Sicilia perda la sua fisionomia isolana&#8230; (Benito Mussolini al direttore della “Gazzetta” messinese I. Fossani; 1941) ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Sam-Green.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1515" title="Sam Green" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Sam-Green-e1337207693926.jpg" alt="" width="620" height="441" /></a></p>
<p><strong>di Roberto Mandracchia </strong><em>(Questo racconto è uscito su <a href="http://robertomandracchia.blogspot.it/2011/02/dove-sono-parti-di-me-racconto-su.html" target="_blank">Prospektiva</a>)</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Sopra i flutti o sotto i flutti</em><br />
<em> la Sicilia sia unita al Continente.</em><br />
(Giuseppe Zanardelli, ministro dei Lavori Pubblici; 1876)</p>
<p style="text-align: justify;">L’autoarticolato transita sotto un cartellone che pubblicizza la <em>Birra Messina</em> e s&#8217;incolonna alla fila di auto e camion inghiottita dalla stiva del traghetto; qualche metro e fa uno scarto rispetto al percorso per imbarcarsi: si ferma nei pressi di un gabbiotto; dal finestrino del guidatore sbuca fuori la testa ricciuta di un uomo dalle borse viola sotto gli occhi e la faccia che è una roccia piena di crepe; l’uomo sta gridando un nome &#8211; “Giuva’! Giuvà! Ohu! Giuva’!” &#8211; e dal gabbiotto esce un colosso che sembra infilato a fatica dentro una divisa azzurra; l’omone guarda in direzione degli schiamazzi e si avvicina al camion &#8211; “Ohi, Carme’!” &#8211; dondolando, e con lui ciondolano anche lo stecchino che stringe fra le labbra, gli occhiali da sole e il cranio rasato, e stringe la mano che Carme’ gli tende dall’alto del suo posto di guida; per un attimo, sul braccio di Giuva’ che si alza e si riabbassa, s’intravede il tatuaggio di una ragnatela &#8211; Carme’, continuando chissà perché a gridare: “Minchia di càvuru, ‘uttu chinu di suduri sugnu&#8230;”. Giuva’, scoppiando in una risata impastata con dei colpi di tosse catarrosa: “‘U to fetu si senti finu a ccà&#8230;” e aggiungendo: “Io senza aria condizionata ‘un fazzu nenti”. Carme’: “Bella vita! Iu staiu guidannu da quattr’uri e nna fari àutri deci&#8230; a propositu, n’ha pasticchi? Di chiddri <em>bboni</em>?”. Giuva’ si guarda intorno con calma e dice: “Ogni vota sulu pi chistu mi chiami, ah?” e sputando lo stecchino chiede: “Quantu nni vo’?”. “Mah. Du’, tri&#8230; talè, damminni tri, và! ‘U viaggiu longu iè!&#8230; Vo’ i sordi?”. <span id="more-1514"></span>“Mi li duni &#8216;a prossima vota. Aspe’”. -; e Giuva’ volta le spalle al camion, dondola fino a entrare dentro il gabbiotto, gira dietro la piccola scrivania di metallo, apre un cassetto, traffica con qualcosa lì dentro e tira fuori una scatolina, richiude il cassetto, aggira la scrivania, sbuffa e si gratta il cavallo dei pantaloni, esce fuori e, avvicinatosi di nuovo al finestrino del guidatore, porge la scatolina a Carme’; sulla scatolina, prima che Carme’ la faccia scomparire all’interno dell’abitacolo, si legge la scritta <em>Aspirina</em> &#8211; Giuva’: “Ora ‘nchiana int’u ferrabbottu”. Carme’: “Sissa. Nni videmu, Giuva’”. L’altro: “Aspetto i toi picciuli”. -; si stringono la mano e, mentre Giuva’ scompare di nuovo dentro il gabbiotto, l’autoarticolato si rimette in moto per tornare dentro al percorso e finire poi nella penombra della stiva dove, illuminati dai potenti fari del mezzo, si distinguono altri camion e auto posteggiate e uno scompiglio di figure umane; i fari si spengono, così come il motore, qualche minuto, e Carme’ scende dall’autoarticolato, tira su la vita dei suoi jeans scoloriti e, fischiettando, s&#8217;incammina verso l’imboccatura delle scale che conducono al ponte del traghetto; c’è altra gente, e Carme’ fa passare avanti un vecchio &#8211; “La ringrazio. Troppo gentile”. -, Carme’ guarda il vecchio arrancare su per le strette scale e una volta arrivato in cima gli vede compiere uno strano gesto: il vecchio fruga nelle tasche dei pantaloni ed estrae un pennarello nero, mormorando qualcosa che Carme’ non riesce a sentire perché lo supera; il vecchio toglie il cappuccio al pennarello e disegna una croce grande sulla parete, poi si volta a guardare una signora obesa che, sudando e santiando, sta per terminare la salita &#8211; il vecchio dice, senza che l’altra gli abbia chiesto qualcosa: “Ogni volta che devo traghettare mi port’appresso un pennarello così segno la scala da cui sono salito, no? per non confondermi quando devo ridiscendere, no?”. &#8211; e la grassona sorride in direzione del vecchio e, mentre lui rimette il cappuccio al pennarello e lo infila di nuovo in tasca, gli passa di fianco a fatica e a fatica entra dentro la sala affollata di persone che chiacchierano, camminano mangiando arancini, cercano un posto su cui sedersi; anche la grassona cerca una sedia libera e si sposta per tutta la sala prima di trovarla, accanto ad una coppia di ragazzi che sta discutendo &#8211; la ragazza, gesticolando parecchio: “&#8230; perché è così e basta, mi ha detto, mi ha detto così. Io non ce la faccio più”. Il ragazzo: “Ma vedi che è solo un periodo: è quest’anno che è quello che è, vedrai che&#8230;”. Lo interrompe la ragazza: “Non dovevi accompagnarmi fino a Villa”. “E tu non saresti dovuta partire”. La ragazza sposta lo sguardo dal viso dell’interlocutore a un punto imprecisato davanti a lei, poi dice: “Questo me l’hai già detto, mille volte. E mille volte me l’hanno detto mio padre, mia madre, parenti, amici. Ma non so chi ha ragione”. “Ma qui non c’è di avere o non avere ragione. Non dovevi partire e basta. Il lavoro prima o poi si trova”. La ragazza sbuffa: “E’ una presa in giro, tutta una presa in giro. Due anni che sono laureata. Ho studiato e adesso voglio fare quello che volevo fare da quando ho dodici anni”. Il ragazzo, sorridendo: “Io a dodici anni volevo fare il papa&#8230; crescendo ho scoperto che è uno di quei lavori che gli italiani non vogliono più fare, e posso anche capirlo”. “Interessante”. -, e la ragazza si alza di scatto lasciando l’altro interdetto, percorre la sala cercando qualcosa dentro la sua borsa, tira fuori un pacchetto di sigarette; poi, sigaretta fra le labbra, continua a rovistare nella borsa fino a quando non trova anche l’accendino, intanto è già uscita fuori, sul ponte spazzato dal vento; incontra un ragazzo che parla al telefonino, dei bambini che giocano a inseguirsi braccati dai rispettivi genitori, una coppia che si scatta delle foto ricordo; la ragazza accende con una certa difficoltà la sigaretta e si appoggia coi gomiti al parapetto mangiato dalla salsedine e guarda prima la costa messinese, l’ultimo pezzo di Sicilia, e poi la costa calabrese, la propaggine della penisola italiana &#8211; la ragazza si sente un po’ confusa: per indole e studi non aveva mai creduto nell’idea di “nazione”, nel concetto di “patria”: un luogo, un territorio, lei sapeva, non era simile a un altro, ma sapeva anche che, come difesa psicologica, quei luoghi, quei territori, dentro la sua testa diventavano un’unica entità, e quindi una “nazione”, nella negatività, nello svantaggio: se dalle sue parti tiranneggiava la criminalità organizzata, tiranneggiava in tutta la nazione, se dalle sue parti imperversava la disoccupazione, imperversava in tutta la nazione; allora che senso aveva quel migrare? quell’attraversare? forse non riguardava i contratti di lavoro e i fondi pensionistici e la mobilità sociale, ma l’innescarsi di un qualche dispositivo, d’un congegno che sempre aveva pulsato nel segreto del suo genotipo perché lei, figlia d&#8217;incroci, era destinata a dar vita a nuovi incroci nel perpetuarsi di un’antica inspiegabile tradizione; e prima che il traghetto arrivi a Villa San Giovanni, continuando a fissare la costa calabrese, a voce alta la ragazza dice: “Mi ci romperò la testa”. -, e la pesante imbarcazione, con uno scossone che somiglia a un colpo di reni, attracca.</p>
<p style="text-align: right;"><em>Dopo la vittoria getterò un Ponte sullo Stretto di Messina,</em><br />
<em> perché la Sicilia perda la sua fisionomia isolana&#8230;</em><br />
(Benito Mussolini al direttore della “Gazzetta” messinese I. Fossani; 1941)</p>
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		<title>Le dieci stelline</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 23:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[einaudi stile libero]]></category>
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		<category><![CDATA[l'estraneo]]></category>
		<category><![CDATA[le dieci stelline]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[tommaso giagni]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Tommaso Giagni (Il suo romanzo d&#8217;esordio, L&#8217;estraneo, edito da Einaudi Stile Libero, è uscito l&#8217;8 maggio. Questo racconto è apparso su Il primo amore) Nella fila di bambine, Giada non riesce a stare ferma, più alta delle compagne e più grossa ché il tutù le sta troppo aderente. Oltre la porta, suo padre i nonni le altre famiglie scricchiolii di seggiole mescolati al vocio che rimbomba nella grande sala. L’insegnante cammina per il corridoio avanti e indietro tra le bambine, sfiora i loro capelli, sussurra i passi da tenere a mente; soprattutto ce l’ha con Giada. La palestra non è quella che conoscono, il quartiere è lontano come andare fuori città, e tocca a loro – fra tutte le scuole danza di Roma che partecipano – esibirsi per prime. Giada però si ripete a mezza voce «Io ce la faccio» come ha imparato in questi mesi avventurosi. Quando a settembre si è presentata per iscriversi, teneva la manina raggomitolata in quella forte di suo padre Franco. La responsabile della scuola l’ha fatta restare fuori («Aspetta qua, papà, che Papi parla ’n momento co’ la signora»), allora con gli occhi chiusi Giada s’è messa a volteggiare dietro una musica che veniva dal piano inferiore. Intanto la donna si lisciava la tuta, senza guardare Franco: – In questi casi, si sconsigli- – Quali casi? – La bambina è sovrappeso – La bambina vuole fa’ danza Poi i soldi dell’iscrizione sono passati di mano, Franco è uscito dalla stanza e incerta Giada gli è andata incontro, finché lui «Vediamola, ’sta sala da ballo, no?» ha trionfato e la bambina urlando gli s’è arrampicata al collo. Il giorno dopo Giada ha fatto la prima lezione, ha conosciuto le undici compagne di corso, e talmente era concentrata sugli esercizi che non badava all’agilità di tutte, alla fatica in più che doveva fare lei. La chiamavano “Giadona” e “la Gigantona”, ma lei ascoltava i quattro quarti per non perderli. Un giorno è caduta sul sedere, senza accorgersi di essere stata spinta – le bambine volevano sentire il botto sul linoleum, e tutte hanno riso invece di aiutarla. Giada ha detto «Io ce la faccio» e si è imposta una dieta, per diventare leggera e girare più svelta. Su una rivista nella sala d’aspetto del pediatra, alla visita per il certificato medico, ha letto che per dimagrire bisogna eliminare dolci e fritti. Ha preso a rifiutare pane e nutella, quand’era l’ora della merenda; le gambe sono rimaste cicciottelle, ma comunque si sente «più ballerina». È una tosta, lei: il padre Franco lo dice sempre, e mette in mezzo la storia che appena nata ha perso la madre. Le lezioni si sono fermate per Natale; Giada ha trascorso le vacanze provando i passi in camera sua e lasciando il piatto vuoto dei carciofi in pastella che adorava. I mesi hanno poi ripreso a filar via, e l’annuncio del “saggio di mezza stagione” è arrivato come una sorpresa. Sul suo diario, Giada ha disegnato tanti cuori per tutta la pagina del 14 maggio: le “dieci stelline della primavera” avrebbero portato Il lago dei cigni nella grande palestra di un’altra periferia, in una serata di festa che avrebbe riunito tantissime scuole danza. All’uscita della lezione, si è fatta accompagnare dal padre a comprare un cd di Tchaikovsky. A Franco non è piaciuto che sul manifesto fosse scritto “dieci stelline”: sua figlia e le altre bimbe erano dodici. Non ha detto niente, soltanto ci pensava ogni volta che Giada prima di dormire chiedeva di sentire Il lago dei cigni nello stereo. Un pomeriggio che c’era un altro turno – le ragazzine più grandi – Franco s’è presentato alla scuola danza, e ha preso l’insegnante da parte: – Perché so’ dieci? – È un limite che ha messo l’organizzazione, vale per tutte le scuo- – E loro so’ dodici, come se fa? – Dobbiamo scartarne due, per regolamento. Anzi: una, ché Marzia ha la varicella e non potrà recuperare. L’insegnante guardava di continuo la sala, oltre la porta, dove le allieve in attesa facevano la ruota. – E chi sarebbe, questa una? – Quella che sta più indietro è Giad- – Provace: – ha ringhiato l’uomo – se ce provi, te sparo –. A lezione, il giorno dopo, Giada e le altre bambine hanno ricevuto un biglietto colorato, con le indicazioni per raggiungere la palestra del saggio; «Datelo ai vostri genitori, eh» si è premurata l’insegnante. Oltre a Marzia, quel giorno era assente solo Regina, e la bambina scartata è stata lei. Franco ha guidato quasi dieci chilometri, con le scarpe eleganti e la giacca che faceva caldo. Da Roma sud-est la macchina s’arrampicava verso ovest; via via il sole tramontava pure, ma sempre alle spalle. Giada era persa nell’incanto: non levava gli occhi dalle palazzine dodici piani e gli sfasciacarrozze, intanto che da fuori lo zaino tastava i contorni delle scarpette. Il quartiere è grossomodo identico a quello loro, ma la bambina – quando hanno parcheggiato – carezzava i muretti scorticati come fossero pietre preziose. «Io ce la faccio» sorride Giada, così grossa nella fila di bambine, e quella è la bellezza. La porta si apre, l’insegnante dà il via per entrare, il rumore della palestra arriva fortissimo nelle orecchie, Il lago dei cigni attacca a suonare, Giada fa un sospiro più profondo e le gira un po’ la testa, e quando mette piede nella sala i flash accecanti fotografano anche lei. &#160; ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Andy-Warhol.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1509" title="Andy Warhol" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Andy-Warhol-e1336604546657.jpg" alt="" width="620" height="469" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Tommaso Giagni </strong><em>(Il suo romanzo d&#8217;esordio, <a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/tommaso-giagni/l-estraneo/978880620797" target="_blank">L&#8217;estraneo</a>, edito da Einaudi Stile Libero, è uscito l&#8217;8 maggio. Questo racconto è apparso su <a href="http://www.ilprimoamore.com/blog/" target="_blank">Il primo amore</a>)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nella fila di bambine, Giada non riesce a stare ferma, più alta delle compagne e più grossa ché il tutù le sta troppo aderente. Oltre la porta, suo padre i nonni le altre famiglie scricchiolii di seggiole mescolati al vocio che rimbomba nella grande sala. L’insegnante cammina per il corridoio avanti e indietro tra le bambine, sfiora i loro capelli, sussurra i passi da tenere a mente; soprattutto ce l’ha con Giada. La palestra non è quella che conoscono, il quartiere è lontano come andare fuori città, e tocca a loro – fra tutte le scuole danza di Roma che partecipano – esibirsi per prime. Giada però si ripete a mezza voce «Io ce la faccio» come ha imparato in questi mesi avventurosi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando a settembre si è presentata per iscriversi, teneva la manina raggomitolata in quella forte di suo padre Franco. La responsabile della scuola l’ha fatta restare fuori («Aspetta qua, papà, che Papi parla ’n momento co’ la signora»), allora con gli occhi chiusi Giada s’è messa a volteggiare dietro una musica che veniva dal piano inferiore.<br />
Intanto la donna si lisciava la tuta, senza guardare Franco:<br />
– In questi casi, si sconsigli-<br />
– Quali casi?<br />
– La bambina è sovrappeso<br />
– La bambina vuole fa’ danza<span id="more-1508"></span><br />
Poi i soldi dell’iscrizione sono passati di mano, Franco è uscito dalla stanza e incerta Giada gli è andata incontro, finché lui «Vediamola, ’sta sala da ballo, no?» ha trionfato e la bambina urlando gli s’è arrampicata al collo.<br />
Il giorno dopo Giada ha fatto la prima lezione, ha conosciuto le undici compagne di corso, e talmente era concentrata sugli esercizi che non badava all’agilità di tutte, alla fatica in più che doveva fare lei. La chiamavano “Giadona” e “la Gigantona”, ma lei ascoltava i quattro quarti per non perderli.<br />
Un giorno è caduta sul sedere, senza accorgersi di essere stata spinta – le bambine volevano sentire il botto sul linoleum, e tutte hanno riso invece di aiutarla. Giada ha detto «Io ce la faccio» e si è imposta una dieta, per diventare leggera e girare più svelta. Su una rivista nella sala d’aspetto del pediatra, alla visita per il certificato medico, ha letto che per dimagrire bisogna eliminare dolci e fritti. Ha preso a rifiutare pane e nutella, quand’era l’ora della merenda; le gambe sono rimaste cicciottelle, ma comunque si sente «più ballerina». È una tosta, lei: il padre Franco lo dice sempre, e mette in mezzo la storia che appena nata ha perso la madre.<br />
Le lezioni si sono fermate per Natale; Giada ha trascorso le vacanze provando i passi in camera sua e lasciando il piatto vuoto dei carciofi in pastella che adorava. I mesi hanno poi ripreso a filar via, e l’annuncio del “saggio di mezza stagione” è arrivato come una sorpresa. Sul suo diario, Giada ha disegnato tanti cuori per tutta la pagina del 14 maggio: le “dieci stelline della primavera” avrebbero portato <em>Il lago dei cigni</em> nella grande palestra di un’altra periferia, in una serata di festa che avrebbe riunito tantissime scuole danza. All’uscita della lezione, si è fatta accompagnare dal padre a comprare un cd di Tchaikovsky.<br />
A Franco non è piaciuto che sul manifesto fosse scritto “dieci stelline”: sua figlia e le altre bimbe erano dodici. Non ha detto niente, soltanto ci pensava ogni volta che Giada prima di dormire chiedeva di sentire <em>Il lago dei cigni</em> nello stereo. Un pomeriggio che c’era un altro turno – le ragazzine più grandi – Franco s’è presentato alla scuola danza, e ha preso l’insegnante da parte:<br />
– Perché so’ dieci?<br />
– È un limite che ha messo l’organizzazione, vale per tutte le scuo-<br />
– E loro so’ dodici, come se fa?<br />
– Dobbiamo scartarne due, per regolamento. Anzi: una, ché Marzia ha la varicella e non potrà recuperare.<br />
L’insegnante guardava di continuo la sala, oltre la porta, dove le allieve in attesa facevano la ruota.<br />
– E chi sarebbe, questa <em>una</em>?<br />
– Quella che sta più indietro è Giad-<br />
– Provace: – ha ringhiato l’uomo – se ce provi, te sparo –.<br />
A lezione, il giorno dopo, Giada e le altre bambine hanno ricevuto un biglietto colorato, con le indicazioni per raggiungere la palestra del saggio; «Datelo ai vostri genitori, eh» si è premurata l’insegnante. Oltre a Marzia, quel giorno era assente solo Regina, e la bambina scartata è stata lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Franco ha guidato quasi dieci chilometri, con le scarpe eleganti e la giacca che faceva caldo. Da Roma sud-est la macchina s’arrampicava verso ovest; via via il sole tramontava pure, ma sempre alle spalle. Giada era persa nell’incanto: non levava gli occhi dalle palazzine dodici piani e gli sfasciacarrozze, intanto che da fuori lo zaino tastava i contorni delle scarpette. Il quartiere è grossomodo identico a quello loro, ma la bambina – quando hanno parcheggiato – carezzava i muretti scorticati come fossero pietre preziose.</p>
<p style="text-align: justify;">«Io ce la faccio» sorride Giada, così grossa nella fila di bambine, e quella è la bellezza.<br />
La porta si apre, l’insegnante dà il via per entrare, il rumore della palestra arriva fortissimo nelle orecchie, <em>Il lago dei cigni</em> attacca a suonare, Giada fa un sospiro più profondo e le gira un po’ la testa, e quando mette piede nella sala i flash accecanti fotografano anche lei.</p>
<p style="text-align: justify;">&nbsp;</p>
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		<title>Il Vicolo scende in strada</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 08:51:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Dall&#8217;8 maggio in libreria (progetto grafico di Riccardo Falcinelli, ricerca iconografica di Martina Giorgi) ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.einaudi.it/libri/libro/tommaso-giagni/l-estraneo/978880620797" target="_blank"><img class="alignnone size-full wp-image-1486" title="Cover L'estraneo" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Cover-Lestraneo-e1335862252701.jpg" alt="" width="620" height="967" /></a></p>
<p>Dall&#8217;8 maggio in libreria <em>(progetto grafico di Riccardo Falcinelli, ricerca iconografica di Martina Giorgi)</em></p>
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		<title>HK &#8211; Graffiti come un koan</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 08:58:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[adam thirlwell]]></category>
		<category><![CDATA[beirut]]></category>
		<category><![CDATA[hk]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage e articoli]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Adam Thirlwell L’altra settimana ero a Beirut e osservavo dei graffiti. Nessuna delle due cose è usuale per me. Era il tramonto e non avevo idea di dove mi trovassi. Su un muro erano dipinte due lettere: HK. Io le fissavo, perplesso. Di fianco ai bordi consumati delle lettere c’erano due poster spaiati di politici. (Perché le elezioni, dopo tutto, ci sono ovunque). Ho osservato i due poster, per un momento. Poi sono tornato ai graffiti. Questo è un breve saggio sui graffiti: o, più precisamente, su due graffiti come indizi per una teoria del caos. Tempo fa mi sono imbattuto in un libro di fotografie &#8211; foto di automobili incollate su carta logora, con didascalie in arabo che specificavano il modello, l’anno e il colore, ma anche dettagli più sinistri come il numero di persone uccise dall’auto quando venne trasformata in auto bomba. E’ stata la mia prima scoperta del lavoro dell’Atlas Group &#8211; un progetto ingegnoso e malinconico diretto da Walid Raad, con la collaborazione di un gruppo di artisti di Beirut. E poi, l’altra settimana, ero seduto nel quartiere Hamra di Beirut e dalla finestra di un ristorante osservavo come il muro di fronte fosse decorato di poster bianchi e verdi &#8211; e siccome questa è l’era di internet abbiamo fatto una ricerca in Google e abbiamo scoperto che, oltre ad altre iniziative, quel pomeriggio ci sarebbe stata una camminata guidata fra gli edifici di Beirut. Ci siamo infilati nel gruppo, per quella passeggiata che era anche uno spettacolo di un altro membro dell’Atlas Group: Tony Chakar. È per questo motivo che, un tardo pomeriggio, gironzolavo nel quartiere Achrafiyeh: un quartiere tranquillo su una collina. Avevamo appena oltrepassato un asilo (il Marmoset&#8217;s Garden): la cui facciata di cemento era punteggiata di fori di proiettili, poco profondi, come cicatrici da acne. Subito dopo eravamo passati davanti alle St George Towers &#8211; un nuovo complesso di tre torri, il cui sito internet vanta la presenza di appartamenti arredati, una palestra in ogni edificio e parcheggio privato. Le finestre erano minuscole e protette da inferriate. E poi dietro a un angolo c’era un muro e sul muro era stato scritto HK. E Chakar disse &#8211; ma io non riuscivo a sentire molto perché ero nelle retrovie, stavo facendo foto e prendevo appunti &#8211; che se vedevi quelle iniziali durante la guerra civile allora sapevi, disse lui, che la mattina seguente avresti trovato corpi nella spazzatura. Ma io non sapevo ancora perché. Non sapevo cosa significasse HK. Ho chiesto a qualcuno di fianco a me. Nessuno lo sapeva. Fossi stato solo avrei ignorato quelle iniziali. Non significavano niente per me. Così più tardi, perché questa è l’era di internet, ho scoperto che erano il simbolo di Elie Hobeika: il leader della milizia falangista libanese durante la guerra civile in Libano. Quelle iniziali erano quindi un’ostentazione delle uccisioni. Erano il segnale che le sue forze armate avevano il controllo su quell’area. Non si può sapere tutto, chiaramente. E la cosa non è poi così incresciosa. Non tutto, in fondo, è relazionato a tutto. Ci sono sempre piacevoli lacune e interruzioni. Ma a Beirut ho iniziato a pensare che questa ignoranza possa essere fatale. E se il caos che ci circonda fosse veramente un network di collegamenti infiniti? Così ho iniziato a inventare una ‘Cronologia della mia vita in base a cose delle quali non sapevo niente’. Il 21 Agosto 1982, per esempio, l’OLP ha lasciato Beirut. Il giorno dopo ho festeggiato il mio quarto compleanno. Il giorno successivo, il 23 di Agosto, l’OLP ha completato la sua ritirata. Mi sono meravigliato di questo bizzarro confronto. Ho camminato per i quartieri residenziali di Beirut osservando le scalinate che congiungono i diversi quartieri; i torrioni verticali fra i quali il mare orizzontale è incorniciato verticalmente; le scale costruite all’esterno degli edifici, così che le donne possano stare sedute fuori ma sempre rimanendo dentro. Era una città di minuscoli idilli: due ragazzine in strada che colpiscono una palla da tennis, avanti e indietro, con racchette da ping pong; il sandwich-shop Lala su Sassine Square dove si trovano i migliori panini col pollo alla griglia. E ancora Beirut come una storia di auto che si ripetono: la Citroën DS Pallas parcheggiata grandiosamente in strada; una Ford Taurus color blu cielo, i bassi pompati dello stereo di una morente Honda Accord. Da una parte Beirut è una città ricca di glamour: il rosé di Ksara Sunset e i club sulla spiaggia. Dall’altra, Beirut è la città della tristezza. La sera prima, in un edificio conosciuto come ‘the Egg’ &#8211; una specie di dirigibile di cemento adiacente alla piazza principale di Beirut, un uovo di cemento su trampoli che era stato un cinema &#8211; ci siamo andati per vedere una mostra organizzata da Umam D&#38;R. L’organizzazione è dedita all’idea di memoria collettiva. La mostra si chiamava Missing &#38; In A Sea of Oblivion. In mezzo ai trampoli dell’uovo c’erano fotografie montate dai parenti di persone che erano scomparse durante la guerra civile. Di sopra, fra le rovine del cinema, girava un film del mare di Beirut. Fra i trampoli, fra le macerie del cinema, questo sforzo di un opprimente memoriale era ossessionante. Ma mentre girovagavo al tramonto, il giorno dopo, ripensavo a cosa potesse voler dire avere una una memoria collettiva. Chakar diceva: “Non esiste una memoria collettiva”: esistono solo memorie personali, evanescenti e minuscole. E mi sono ricordato di ciò che mi aveva detto una donna che avevamo incontrato quel giorno &#8211; il problema della guerra civile è come ti complica la vita privata. Eri costretto a passare le estati un in bunker con i vicini che hai sempre odiato. All’improvviso non potevi più vedere il ragazzo del quale eri innamorata, e quindi immaginavi che quella fosse la più grande storia d’amore della storia. Il problema della guerra civile è che nessuno vince. E’ una sconfitta per tutti. E quindi la questione della memoria collettiva può essere soltanto individuale. Qualsiasi altra cosa sarebbe troppo carica di falsità. Perché la verità, alla fine, è caos. Prendi un altro graffito. Era sul retro di un caseggiato, in una strada secondaria. Dietro di me c’era un parrucchiere tutto carino e un negozio luminoso che vendeva chincaglierie elettriche. Il (o la) writer si era firmato con Ph@. E il graffito diceva cosi: “ Dietro a questo muro nel 1988&#8230; non è successo niente!!” Graffiti come un koan! Perché il tuo primo istinto in questa città era di pensare che quindi, chiaramente, qualcosa di terribile era in realtà accaduto in quel preciso posto. Poi ti sei auto corretto e ti sei detto che quella era sicuramente una battuta ironica alla faccia di quelli che hanno cercato di trasformare questa città nel posto della tragedia totale: uno scherzo ai drogati di dolore. D’altra parte, però&#8230; trad. Marco Piazza &#160; articolo pubblicato sul Guardian il 22 Maggio 2010 &#160; http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Fouad-El-Khoury-Portemilio-Beirut-civil-war-1984.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1502" title="Fouad El Khoury, Portemilio, Beirut civil war 1984" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Fouad-El-Khoury-Portemilio-Beirut-civil-war-1984-e1336380906835.jpg" alt="" width="620" height="410" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Adam Thirlwell</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’altra settimana ero a Beirut e osservavo dei graffiti. Nessuna delle due cose è usuale per me. Era il tramonto e non avevo idea di dove mi trovassi. Su un muro erano dipinte due lettere: HK. Io le fissavo, perplesso. Di fianco ai bordi consumati delle lettere c’erano due poster spaiati di politici. (Perché le elezioni, dopo tutto, ci sono ovunque).  Ho osservato i due poster, per un momento. Poi sono tornato ai graffiti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è un breve saggio sui graffiti: o, più precisamente, su due graffiti come indizi per una teoria del caos.</p>
<p style="text-align: justify;">Tempo fa mi sono imbattuto in un libro di fotografie &#8211; foto di automobili incollate su carta logora, con didascalie in arabo che specificavano il modello, l’anno e il colore, ma anche dettagli più sinistri come il numero di persone uccise dall’auto quando venne  trasformata in auto bomba. E’ stata la mia prima scoperta del lavoro dell’Atlas Group &#8211; un progetto ingegnoso e malinconico diretto da Walid Raad, con la collaborazione di un gruppo di artisti di Beirut.<br />
E poi, l’altra settimana, ero seduto nel quartiere Hamra di Beirut e dalla finestra di un ristorante osservavo come il muro di fronte fosse decorato di poster bianchi e verdi &#8211; e siccome questa è l’era di internet abbiamo fatto una ricerca in Google e abbiamo scoperto che, oltre ad altre iniziative, quel pomeriggio ci sarebbe stata una camminata guidata fra gli edifici di Beirut. Ci siamo infilati nel gruppo<span id="more-1501"></span>, per quella passeggiata che era anche uno spettacolo di un altro membro dell’Atlas Group: Tony Chakar.<br />
È per questo motivo che, un tardo pomeriggio, gironzolavo nel quartiere Achrafiyeh: un quartiere tranquillo su una collina. Avevamo appena oltrepassato un asilo (il Marmoset&#8217;s Garden): la cui facciata di cemento era punteggiata di fori di proiettili, poco profondi,  come cicatrici da acne. Subito dopo eravamo passati davanti alle St George Towers &#8211; un nuovo complesso di tre torri, il cui sito internet vanta la presenza di appartamenti arredati, una palestra in ogni edificio e parcheggio privato.<br />
Le finestre erano minuscole e protette da inferriate. E poi dietro a un angolo c’era un muro e sul muro era stato scritto HK. E Chakar disse &#8211; ma io non riuscivo a sentire molto perché ero nelle retrovie, stavo facendo foto e prendevo appunti &#8211; che se vedevi quelle iniziali durante la guerra civile allora sapevi, disse lui, che la mattina seguente avresti trovato corpi nella spazzatura.<br />
Ma io non sapevo ancora perché. Non sapevo cosa significasse HK. Ho chiesto a qualcuno di fianco a me. Nessuno lo sapeva.<br />
Fossi stato solo avrei ignorato quelle iniziali. Non significavano niente per me. Così più tardi, perché questa è l’era di internet, ho scoperto che erano il simbolo di Elie Hobeika: il leader della milizia falangista libanese durante la guerra civile in Libano. Quelle iniziali erano quindi un’ostentazione delle uccisioni. Erano il segnale che le sue forze armate avevano il controllo su quell’area.<br />
Non si può sapere tutto, chiaramente.  E la cosa non è poi così incresciosa. Non tutto, in fondo, è relazionato a tutto. Ci sono sempre piacevoli lacune e interruzioni. Ma a Beirut ho iniziato a pensare che questa ignoranza possa essere fatale. E se il caos che ci circonda fosse veramente un network di collegamenti infiniti? Così ho iniziato a inventare una ‘Cronologia della mia vita in base a cose delle quali non sapevo niente’. Il 21 Agosto 1982, per esempio, l’OLP ha lasciato Beirut. Il giorno dopo ho festeggiato il mio quarto compleanno. Il giorno successivo, il 23 di Agosto, l’OLP ha completato la sua ritirata.<br />
Mi sono meravigliato di questo bizzarro confronto.  Ho camminato per i quartieri residenziali di Beirut osservando le scalinate che congiungono i diversi quartieri; i torrioni verticali fra i quali il mare orizzontale è incorniciato verticalmente; le scale costruite all’esterno degli edifici, così che le donne possano stare sedute fuori ma sempre rimanendo dentro. Era una città di minuscoli idilli: due ragazzine in strada che colpiscono una palla da tennis, avanti e indietro, con racchette da ping pong; il sandwich-shop Lala su Sassine Square dove si trovano i migliori panini col pollo alla griglia. E ancora Beirut come una storia di auto che si ripetono: la Citroën DS Pallas parcheggiata grandiosamente in strada; una Ford Taurus color blu cielo, i bassi pompati dello stereo di una morente Honda Accord.<br />
Da una parte Beirut è una città ricca di <em>glamour</em>: il rosé di Ksara Sunset e i club sulla spiaggia. Dall’altra, Beirut è la città della tristezza. La sera prima, in un edificio conosciuto come ‘the Egg’ &#8211; una specie di dirigibile di cemento adiacente alla piazza principale di Beirut, un uovo di cemento su trampoli che era stato un cinema &#8211; ci siamo andati per vedere una mostra organizzata da Umam D&amp;R. L’organizzazione è dedita all’idea di memoria collettiva. La mostra si chiamava <em>Missing &amp; In A Sea of Oblivion.</em><em> </em>In mezzo ai trampoli dell’uovo c’erano fotografie montate dai parenti di persone che erano scomparse durante la guerra civile. Di sopra, fra le rovine del cinema, girava un film del mare di Beirut.<br />
Fra i trampoli, fra le macerie del cinema, questo sforzo di un opprimente memoriale era ossessionante. Ma mentre girovagavo al tramonto, il giorno dopo, ripensavo a cosa potesse voler dire avere una una memoria collettiva. Chakar diceva: “Non esiste una memoria collettiva”: esistono solo memorie personali, evanescenti e minuscole. E mi sono ricordato di ciò che mi aveva detto una donna che avevamo incontrato quel giorno &#8211; il problema della guerra civile è come ti complica la vita privata. Eri costretto a passare le estati un in bunker con i vicini che hai sempre odiato. All’improvviso non potevi più vedere il ragazzo del quale eri innamorata, e quindi immaginavi che quella fosse la più grande storia d’amore della storia. Il problema della guerra civile è che nessuno vince. E’ una sconfitta per tutti. E quindi la questione della memoria collettiva può essere soltanto individuale. Qualsiasi altra cosa sarebbe troppo carica di falsità. Perché la verità, alla fine, è caos.<br />
Prendi un altro graffito. Era sul retro di un caseggiato, in una strada secondaria. Dietro di me c’era un parrucchiere tutto carino e un negozio luminoso che vendeva chincaglierie elettriche. Il (o la) <em>writer</em> si era firmato con Ph@. E il graffito diceva cosi: “ Dietro a questo muro nel 1988&#8230; non è successo niente!!”<br />
Graffiti come un <em>koan</em>!<br />
Perché il tuo primo istinto in questa città era di pensare che quindi, chiaramente, qualcosa di terribile era in realtà accaduto in quel preciso posto. Poi ti sei auto corretto e ti sei detto che quella era sicuramente una battuta ironica alla faccia di quelli che hanno cercato di trasformare questa città nel posto della tragedia totale: uno scherzo ai drogati di dolore. D’altra parte, però&#8230;</p>
<p style="text-align: justify;">trad. <a href="http://countryzeb.wordpress.com/">Marco</a><a href="http://countryzeb.wordpress.com/"> </a><a href="http://countryzeb.wordpress.com/">Piazza</a></p>
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<p style="text-align: justify;">articolo pubblicato sul Guardian il 22 Maggio 2010</p>
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<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">http</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">://</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">www</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">.</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">guardian</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">.</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">co</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">.</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">uk</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">/</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">books</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">/2010/</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">may</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">/22/</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">adam</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">-</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">thirlwell</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">-</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">author</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">-</a><a href="http://www.guardian.co.uk/books/2010/may/22/adam-thirlwell-author-beirut">beirut</a></p>
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		<title>Slegai il cane (delitti esemplari sui banchi di scuola)</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 22:36:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[ di Loris Rambelli Vi parlo di un laboratorio scolastico: di un&#8217;esperienza effettivamente realizzata nella scuola. È un laboratorio &#8220;povero&#8221;, nel senso che non richiede preconoscenze, né strumentazione particolare. Non ci vuole proprio niente per allestirlo. Bastano un libro, Delitti esemplari di Max Aub, e la voce dell&#8217;insegnante. Il quale, una bella mattina, in un momento in cui percepisca che l&#8217;atmosfera è propizia (da imponderabili indizi lo si può captare), tirerà fuori con aria indifferente il prezioso librino di cui sopra, lo aprirà a caso, come si fa con i testi sacri, e ne leggerà un segmento. Per esempio, questo: &#160; Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente niente: perché non voleva. Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva effetto. Mi guardava insolente. Lo supplicai, lo picchiai: non ci fu verso. Gli altri bambini cominciarono a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno, l&#8217;appetito, finché un giorno non ne potei più, e, perché servisse d&#8217;esempio, lo impiccai all&#8217;albero del cortile. &#160; Pausa di silenzio. I ragazzi potranno rimanere, a tutta prima, un po&#8217; disorientati. Qualcuno ha lanciato un&#8217;occhiata fuori? Attraverso i vetri della finestra, ai rami degli ippocastani? Può darsi. L&#8217;insegnante, imperterrito, sfoglia le pagine, cerca un altro delitto, lo legge. Un altro, un altro ancora. A mano a mano che la lettura procede, i ragazzi cominciano a sorridere nelle pause fra un brano e l&#8217;altro. Sono attratti dal gioco invitante. Cominciano a condividere il punto di vista del narratore, che è poi l&#8217;assassino. Può capitare (anzi deve capitare) che comincino a scribacchiare su un foglio volante, su una pagina del diario, sul margine bianco di un libro di testo. È probabile che lo facciano direttamente sui banchi di formica, pazienza!. Finché qualcuno non avrà il coraggio di dire: «Ne ho fatto uno anch&#8217;io!». È il segnale. Nel gergo della programmazione didattica, l&#8217;obiettivo a breve termine è stato raggiunto. Da quel momento sarà difficile arginare una valanga di delitti, anche più cattivi, se possibile, degli originali di Max Aub. Le prime vittime a cadere saranno gli insegnanti, naturalmente. Più che naturale, legittima difesa. &#160; Aveva voluto ritirarmi la verifica, prima che io avessi finito, la Sclerotica! Questa non doveva farmela. La rabbia mi ribollì nel sangue, nelle mani, nel petto, nel cervello. Sapevo dove teneva l&#8217;accendino (era una fumatrice incallita). Indossava uno di quei vestitini di fibra sintetica che ci vuole un niente&#8230; le diedi fuoco. Al trofeo di atletica la mia specialità era il lancio del peso. Avevo già la pesante palla in mano, la prof si trovava in una delle possibili traiettorie&#8230; La palla ha fatto tutto da sola, lo giuro. &#160; Un solo assillante pensiero nel pomeriggio mi logorava la mente: quella maledetta verifica di storia. La notte mi diressi in via Castelletto numero tre. Il mattino dopo, supplenza! La verifica non si fece. &#160; C&#8217;è proprio bisogno di dire che l&#8217;indirizzo (via Castelletto, 3) coincide esattamente con quello dell&#8217;insegnante di storia? Quello che non saprei dire, invece, è se lo studente avesse mai sentito la canzone di Sergio Endrigo, Via Broletto numero 34. Chissà. &#160; Poi sarà la volta dei compagni di classe, dei coetanei, poi degli adulti in genere. &#160; Mi prendeva in giro. Aveva solo tredici anni. &#160; A rigore la sua testa, fra le sbarre della spalliera, in palestra, non avrebbe dovuto passarci, ma spingendo, spingendo&#8230; &#160; Naturalmente fu la prima, nella gara di orienteering, ad arrivare alla casa pericolante. E naturalmente la casa le crollò addosso. La tappa nella casa pericolante nonc&#8217;era: l&#8217;avevo aggiunta io nella cartina. Lo legai ad un albero e lo lasciai lì. Non era detto che funzionasse, ma c&#8217;erano buone probabilità. Il cielo era pieno di fulmini. &#160; Non era cattiva. La sua faccia mi serviva per il teatrino delle marionette. Diceva di avere la testa dura. Ma non a prova di martello. Una volta presa confidenza con i ferri del mestiere, ci potrà essere la gara finale a chi riesce a usare un minimo di parole, e allora i delitti diventeranno fulminei. &#160; Slegai il cane. &#160; Cadde&#8230; Va precisato che quest&#8217;ultimo &#8220;testo&#8221; è inscindibile da uno schizzo a biro che raffigura una finestra spalancata con le tende svolazzanti all&#8217;esterno, gonfie di vento. &#160; Io ho sempre visto i ragazzi divertirsi un mondo, soprattutto nella fase immediata dell&#8217;ideazione, quando prende forma la fantasia distruttiva. Come si vede, i moventi che scatenano la furia omicida, quando vengono dichiarati, assumono grande rilevanza soggettiva in contrasto con la loro esiguità oggettiva. In tribunale sarebbe un&#8217;aggravante, quella che va sotto il nome di &#8220;futili motivi&#8221;. Eppure la vita quotidiana mette ogni giorno (i ragazzi e noi tutti) alle prese con questi futili motivi, e ogni giorno ci arrabbiamo. Di solito, per fortuna, senza ammazzare nessuno. Tanto più che a farci arrabbiare sono spesso proprio le persone a noi più vicine. I delitti esemplari sembrano allora rappresentare un esercizio innocuo della collera. La violenza potenziale si trasferisce in un gioco che ne disinnesca la pericolosità, perché interviene la magia a far sì che le conseguenze della violenza siano annullate. È una dinamica simile a quella dei cartoni animati, in cui due rivali continuamente si fronteggiano e si combattono: alternativamente l&#8217;uno e l&#8217;altro subiscono danni fisici tremendi, devastanti, rimangono schiacciati sotto un rullo compressore e, ridotti a flessibili sagome di se stessi, scivolano lungo i muri o i tronchi degli alberi, ma subito dopo sono di nuovo vivi e vegeti, determinati ad attaccare l&#8217;avversario o a cercare di sfuggirgli, con alta probabilità di finire incapsulati, questa volta, nel classico barattolo vuoto che li trasforma in un cilindro e via di questo passo. Ma sempre recuperano l&#8217;aspetto normale. Il danno non è mai avvenuto. L&#8217;avversario (l&#8217;insegante, il genitore, il compagno di classe) nella realtà è di nuovo lì, a tollerare l&#8217;aggressività nei suoi confronti, senza morirne. P.S. Per saperne di più su Max Aub vi consiglio il volume di Vittoria Biagini e Valentina Scaramozzino, Il delitto di scrivere. Due studi su Max Aub, a cura di Silvia Monti, Verona, Edizioni Fiorini, 2006. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Delitti-esemplari-sui-banchi-di-scuola.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1498" title="Delitti esemplari sui banchi di scuola" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/Delitti-esemplari-sui-banchi-di-scuola-e1336170856829.jpg" alt="" width="620" height="412" /></a></p>
<p><strong>di Loris Rambelli</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vi parlo di un laboratorio scolastico: di un&#8217;esperienza effettivamente realizzata nella scuola. È un laboratorio &#8220;povero&#8221;, nel senso che non richiede preconoscenze, né strumentazione particolare. Non ci vuole proprio niente per allestirlo. Bastano un libro, <em>Delitti esemplari</em> di Max Aub, e la voce dell&#8217;insegnante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quale, una bella mattina,  in un momento in cui percepisca che l&#8217;atmosfera è propizia (da  imponderabili indizi lo si può captare), tirerà fuori con aria indifferente il prezioso librino di cui sopra, lo aprirà a caso, come si fa con i testi sacri, e ne leggerà un segmento. Per esempio, questo:</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente niente: perché non voleva. Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva effetto. Mi guardava insolente. Lo supplicai, lo picchiai: non ci fu verso. Gli altri bambini cominciarono a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno, l&#8217;appetito, finché un giorno non ne potei più, e, perché servisse d&#8217;esempio, lo impiccai all&#8217;albero del cortile.<span id="more-1497"></span></em></p>
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<p style="text-align: justify;">Pausa di silenzio. I ragazzi potranno rimanere, a tutta prima, un po&#8217; disorientati. Qualcuno ha lanciato un&#8217;occhiata fuori? Attraverso i vetri della finestra, ai rami degli ippocastani? Può darsi. L&#8217;insegnante, imperterrito, sfoglia le pagine, cerca un altro delitto, lo legge. Un altro, un altro ancora. A mano a mano che la lettura procede, i ragazzi cominciano a sorridere nelle pause fra un brano e l&#8217;altro. Sono attratti dal gioco invitante. Cominciano a condividere il punto di vista del narratore, che è poi l&#8217;assassino. Può capitare (anzi deve capitare) che comincino a scribacchiare su un foglio volante, su una pagina del diario, sul margine bianco di un libro di testo. È probabile che lo facciano direttamente sui banchi di formica, pazienza!. Finché qualcuno non avrà il coraggio di dire: «Ne ho fatto uno anch&#8217;io!». È il segnale. Nel gergo della programmazione didattica, l&#8217;obiettivo a breve termine è stato raggiunto. Da quel momento sarà difficile arginare una valanga di delitti, anche più cattivi, se possibile, degli originali di Max Aub.</p>
<p style="text-align: justify;">Le prime vittime a cadere saranno gli insegnanti, naturalmente. Più che naturale, legittima difesa.</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Aveva voluto ritirarmi la verifica, prima che io avessi finito, la Sclerotica! Questa non doveva farmela. La rabbia mi ribollì nel sangue, nelle mani, nel petto, nel cervello. Sapevo dove teneva l&#8217;accendino (era una fumatrice incallita). Indossava uno di quei vestitini di fibra sintetica che ci vuole un niente&#8230; le diedi fuoco.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Al trofeo di atletica la mia specialità era il lancio del peso. Avevo già la pesante palla in mano, la prof si trovava in una delle possibili traiettorie&#8230; La palla ha fatto tutto da sola, lo giuro.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Un solo assillante pensiero nel pomeriggio mi logorava la mente: quella maledetta verifica di storia. La notte mi diressi in via Castelletto numero tre. Il mattino dopo, supplenza! La verifica non si fece. </em></p>
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<p style="text-align: justify;">C&#8217;è proprio bisogno di dire che l&#8217;indirizzo (via Castelletto, 3) coincide esattamente con quello dell&#8217;insegnante di storia? Quello che non saprei dire, invece, è se lo studente avesse mai sentito la canzone di Sergio Endrigo, <em>Via Broletto numero 34</em>. Chissà.</p>
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<p style="text-align: justify;">Poi sarà la volta dei compagni di classe, dei coetanei, poi degli adulti in genere.</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Mi prendeva in giro. Aveva solo tredici anni.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>A rigore la sua testa, fra le sbarre della spalliera, in palestra, non avrebbe dovuto passarci, ma spingendo, spingendo&#8230;</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Naturalmente fu la prima, nella gara di orienteering, ad arrivare alla casa pericolante. E naturalmente la casa le crollò addosso. La tappa nella casa pericolante nonc&#8217;era: l&#8217;avevo aggiunta io nella cartina.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Lo legai ad un albero e lo lasciai lì. Non era detto che funzionasse, ma c&#8217;erano buone probabilità. Il cielo era pieno di fulmini.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Non era cattiva. La sua faccia mi serviva per il teatrino delle marionette.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Diceva di avere la testa dura. Ma non a prova di martello.</em></p>
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<p style="text-align: justify;">Una volta presa confidenza con i ferri del mestiere, ci potrà essere la gara finale a chi riesce a usare  un minimo di parole, e allora i delitti diventeranno fulminei.</p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Slegai il cane.</em></p>
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<p style="text-align: justify;"><em>Cadde&#8230;</em></p>
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<p style="text-align: justify;">Va precisato che quest&#8217;ultimo &#8220;testo&#8221; è inscindibile da uno schizzo a biro che raffigura una finestra spalancata con le tende svolazzanti all&#8217;esterno, gonfie di vento.</p>
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<p style="text-align: justify;">Io ho sempre visto i ragazzi divertirsi un mondo, soprattutto nella fase immediata dell&#8217;ideazione, quando prende forma la fantasia distruttiva. Come si vede, i moventi che scatenano la furia omicida, quando vengono dichiarati, assumono grande rilevanza soggettiva in contrasto con la loro esiguità oggettiva. In tribunale sarebbe un&#8217;aggravante, quella che va sotto il nome di &#8220;futili motivi&#8221;. Eppure la vita quotidiana mette ogni giorno (i ragazzi e noi tutti) alle prese con questi futili motivi, e ogni giorno ci arrabbiamo. Di solito, per fortuna, senza ammazzare nessuno. Tanto più che a farci arrabbiare sono spesso proprio le persone a noi più vicine. I delitti esemplari sembrano allora rappresentare un esercizio innocuo della collera. La violenza potenziale si trasferisce in un gioco  che ne disinnesca la pericolosità, perché interviene la magia a far sì che le conseguenze della violenza siano annullate. È una dinamica simile a quella dei cartoni animati,  in cui due rivali continuamente si fronteggiano e si combattono: alternativamente l&#8217;uno e l&#8217;altro subiscono danni fisici tremendi, devastanti, rimangono schiacciati sotto un rullo compressore e, ridotti a flessibili sagome di se stessi, scivolano lungo i muri o i tronchi degli alberi, ma subito dopo sono di nuovo vivi e vegeti, determinati ad attaccare l&#8217;avversario o a cercare di sfuggirgli, con alta probabilità di finire incapsulati, questa volta, nel classico barattolo vuoto che li trasforma in un cilindro e via di questo passo. Ma sempre recuperano l&#8217;aspetto normale. Il danno non è mai avvenuto. L&#8217;avversario (l&#8217;insegante, il genitore, il compagno di classe) nella realtà è di nuovo lì, a tollerare l&#8217;aggressività nei suoi confronti, senza morirne.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
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<p style="text-align: justify;">P.S. Per saperne di più su Max Aub vi consiglio il volume di Vittoria Biagini e Valentina Scaramozzino, <em>Il delitto di scrivere. Due studi su Max Aub</em>, a cura di Silvia Monti, Verona, Edizioni Fiorini, 2006.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
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		<title>Nemico pubblico</title>
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		<pubDate>Thu, 03 May 2012 07:24:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Antonio Sansonetti]]></category>
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		<description><![CDATA[ di Antonio Sansonetti (Lecce, 1978. Giornalista professionista, lavora a «Blitz quotidiano», collabora con «XL» e più saltuariamente con «il Venerdì di Repubblica». E&#8217; membro del collettivo satirico Frankezze). Il patto Molotov-Ribbentrov fra stampa di sinistra e stampa di destra ha bisogno di rispolverare ciclicamente il folk devil, il nemico pubblico da indicare al lettore ipnotizzato e terrorizzato dalla cronaca fatta con gli aggettivi, da un giornalismo sempre più deskizzato che informa (nel senso che dà una forma) superficialmente su accadimenti che “in pochissimi osservano, in pochi verificano, in molti raccontano e in moltissimi conoscono”. E gli ultras, più dei rumeni, dei terroristi islamici, dei rom, degli immigrati, dei black bloc, dei no-Tav, mettono d’accordo proprio tutti: da una parte gli ex Pci, orfani del conformismo stalinista (contrabbandato per anni come “centralismo democratico”), affiancati dagli “illuministi voltairiani”, che – non paghi di aver “deodorato” la sinistra – ormai teorizzano una “società deodorata” dalla puzza del popolo. Dall’altra i soliti chiassosi interpreti della maggioranza silenziosa: giornalisti sportivi da sempre mogi con i Moggi, agnelli con gli Agnelli e forti con i deboli; gli aspiranti uffici stampa del prossimo golpe; i “destri” garantisti con i criminali in doppiopetto e forcaioli coi ragazzi in felpa. Genoa-Siena è stata interrotta da una protesta degli ultras della gradinata Nord per 40 minuti. In duecento sono entrati nel settore dei distinti, a ridosso del campo, dove hanno buttato due bengala e un petardo. Nessuno si è fatto male, ma i giocatori del Genoa sono stati invitati con forza a togliersi le maglie. Un evento insolito, ma non clamoroso, nel campionato di calcio italiano. Un cacciavite nell’ingranaggio del palinsesto domenicale. Il reato più grave? Quello di “leso abbonato Sky”, che peraltro si è ritrovato a guardare una diretta sulla protesta in corso ben più emozionante della partita interrotta. Poi, certo, ci sono i “reati da stadio”: cambio di settore, lancio di bengala, minacce verbali ai giocatori. Per questi “capi di imputazione”, la dozzina di pacchetti legislativi speciali che si sono stratificati dal 1979 ad oggi prevede meccanismi sanzionatori sempre più pesanti. Una rissa per strada (o in Parlamento) senza feriti gravi si conclude al massimo con qualche denuncia per lesioni. Una rissa allo stadio si traduce in arresti, processi e il Daspo, la “diffida”. Che non significa solo non poter andare allo stadio, ma significa andare per un tempo fino a 7 anni a firmare nella questura della tua città ogni volta che la tua squadra gioca. Un bengala acceso in strada non porta a niente. Un bengala acceso allo stadio può farti finire in carcere. Quindi, è giusto parlare di stadio come “zona franca”: certo, zona franca per esperimenti di repressione. Questi sono i fatti successi a Genova, i “reati” commessi e le pene che comportano. Ma il giorno dopo in edicola si urla: vergogna, follia, calcio umiliato, Stato umiliato. Fra i titoli sparati e la muta dei commentatori un tanto al chilo sguinzagliata a caccia di sangue, è difficile trovare sui giornali una semplice cronologia, una ricostruzione accurata di quello che è successo. Basti pensare che l’agenzia di Stampa Ansa, la più autorevole e più utilizzata dai quotidiani italiani (e per troppi di loro l’unica fonte di notizie), usa per i suoi lanci sui fatti di Genoa-Siena la “chiave” (l’etichetta) Follia ultrà. Provate a “Googlare” queste due parole, vi ci troverete allineate quasi tutte le testate italiane. Si invoca da più parti giustizia sommaria, anche se (e proprio perché) nulla di penalmente rilevante è stato commesso dagli ultras. Invocazioni iniziate già durante la diretta tv, di cronisti dimentichi delle tonnare già viste e riviste a Genova col G8 del 2001: “Perché la polizia non li carica?”. Forse perché ci sono altre migliaia di persone e si rischia di fare feriti e &#8211; perché no &#8211; morti? Seduto comodo in un luminoso salotto televisivo, il Cazzaniga di turno spera di assistere a una nuova Bloody Sunday. Nei giorni successivi arriva una pioggia di diffide sugli ultras genoani, ma questo non accontenta i nuovi Hammurabi che imperversano su giornali e tv. “I Daspo sono poca cosa, ci vorrebbe la galera per quelle bestie”. Il “tana libera tutti” lo dà proprio la degradazione a bestie: una volta che hai ridotto l’uomo a bestia nella percezione collettiva, il Terzo Reich insegna che hai la legittimazione a fargli di tutto. È razzismo, razzismo per bene, che si porta in società, meglio di un cardigan. Razzismo che va a braccetto con l’ennesima “linea della fermezza”, quella tracciata da Michele Serra: “spalti deserti, evitati come la peste dalla gente perbene che non ama sentirsi ostaggio di bande armate. Non è un paese civile quello che rinuncia a tutelare gli onesti e i mansueti e li lascia in balia di chi vive di illegalità, ricatto, violenza. Gli ultras non sono più un problema di ordine pubblico, sono un problema di democrazia”. Non basta la tessera del tifoso, combinato anticostituzionale di controllo poliziesco e marketing bancario, che ha interdetto agli ultras l’accesso al settore ospiti e presto impedirà loro completamente di entrare allo stadio. Qui li si vuole espellere dallo “Stato democratico”. Missione difficile, vasto programma. Perché gli ultras non sono un gruppo etnico che si può rispedire a casa coi “respingimenti” o da internare in quei lager all’amatriciana chiamati Cie. Non sono una classe sociale che si può ridurre in schiavitù. Né una fazione politica che si può mettere fuorilegge. Missione difficile, vasto programma: per realizzarlo ci sono volute tante leggi speciali. Ora manca solo qualcuno che le applichi. E chi applica le leggi speciali? Le squadre speciali. &#160; Appendice. Dal progetto “Minorities stereotypes on media” http://www.mistermedia.org/progetto : Siamo in presenza di dinamiche che, nella letteratura scientifica, sono associate alla costruzione, simbolica e mediata, del nemico e del deviante. Nel 1972, Stanley Cohen pubblica Folk devils and moral panic , una ricerca sulla rappresentazione mediale di due subculture giovanili, etichettate come devianti, i Mod e i Rockers. Talvolta, specifici eventi o gruppi di individui vengono definiti come una reale minaccia ai valori e all’identità collettiva: si crea una situazione di panico morale, aumenta il senso di ostilità nei confronti del gruppo “ostile” che viene spesso etichettato (labelling) come nemico interno o esterno (folk devil), moralmente identificato come “cattivo”. I media spesso costituiscono un potente volano del panico morale: il ricorso a rappresentazioni stereotipate ed enfatiche delle reali minacce crea un clima di forte mobilitazione emotiva nell’opinione pubblica, fornendo la scena entro la quale esperti, politici, e altre autorità definiscono la condotta dei “folk devils” come antisociale, proponendo analisi e soluzioni possibili. Appare evidente come, di volta in volta, l’Altro di turno – il “musulmano terrorista”, il “clandestino”, il “rumeno criminale”, il “rom” – incarni nella rappresentazione quotidiana questa figura del deviante e del “folk devil”, giustificando (a partire da questa “alterità” mediaticamente costruita) stigmatizzazione del diverso, provvedimenti politici straordinari, forme di esclusione sociale, fino a prese di posizione e atti apertamente xenofobi. &#160; LINK Per Folk devil ULTRAS FOLK DEVIL Devianza Folk devil: VALERIO MARCHI http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Tessera-del-tifoso/8257 &#160; ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/stadio-olimpico.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1494" title="stadio olimpico" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/05/stadio-olimpico-e1336029025166.jpg" alt="" width="620" height="423" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>di Antonio Sansonetti</strong> <em>(Lecce, 1978. Giornalista professionista, lavora a «<a href="http://www.blitzquotidiano.it/" target="_blank">Blitz quotidiano</a>», collabora con  «XL» e più saltuariamente con «il Venerdì di Repubblica». E&#8217; membro del collettivo satirico <a href="http://www.frankezze.it/" target="_blank">Frankezze</a>).</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il patto Molotov-Ribbentrov fra stampa di sinistra e stampa di destra ha bisogno di rispolverare ciclicamente il <em>folk devil</em>, il nemico pubblico da indicare al lettore ipnotizzato e terrorizzato dalla cronaca fatta con gli aggettivi, da un giornalismo sempre più deskizzato che <em>informa</em> (nel senso che dà una forma) superficialmente su accadimenti che “<a href="www.comunicazione.uniroma1.it/materiali/8.56.46_Lettura%20Costruzione%20insicurezza.pdf" target="_blank">in pochissimi osservano, in pochi verificano, in molti raccontano e in moltissimi conoscono</a>”.<br />
E gli ultras, più dei rumeni, dei terroristi islamici, dei rom, degli immigrati, dei black bloc, dei no-Tav, mettono d’accordo proprio tutti: da una parte gli ex Pci, orfani del conformismo stalinista (contrabbandato per anni come “centralismo democratico”), affiancati dagli “illuministi voltairiani”, che – non paghi di aver “deodorato” la sinistra – ormai teorizzano una “società deodorata” dalla puzza del popolo. Dall’altra i soliti chiassosi interpreti della maggioranza silenziosa: giornalisti sportivi da sempre mogi con i Moggi, agnelli con gli Agnelli e forti con i deboli; gli aspiranti uffici stampa del prossimo golpe; i “destri” garantisti con i criminali in doppiopetto e forcaioli coi ragazzi in felpa.<span id="more-1493"></span></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.blitzquotidiano.it/blitz-blog/genoa-siena-mostro-ultras-1204155/" target="_blank">Genoa-Siena</a> è stata interrotta da una protesta degli ultras della gradinata Nord per 40 minuti. In duecento sono entrati nel settore dei distinti, a ridosso del campo, dove hanno buttato due bengala e un petardo. Nessuno si è fatto male, ma i giocatori del Genoa sono stati invitati con forza a togliersi le maglie. Un evento insolito, ma non clamoroso, nel campionato di calcio italiano. Un cacciavite nell’ingranaggio del palinsesto domenicale. Il reato più grave? Quello di “leso abbonato Sky”, che peraltro si è ritrovato a guardare una diretta sulla protesta in corso ben più emozionante della partita interrotta.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi, certo, ci sono i “reati da stadio”: cambio di settore, lancio di bengala, minacce verbali ai giocatori. Per questi “capi di imputazione”, la dozzina di pacchetti legislativi speciali che si sono stratificati dal 1979 ad oggi prevede meccanismi sanzionatori sempre più pesanti. Una rissa per strada  (o in Parlamento) senza feriti gravi si conclude al massimo con qualche denuncia per lesioni. Una rissa allo stadio si traduce in arresti, processi e il Daspo, la “diffida”. Che non significa solo non poter andare allo stadio, ma significa andare per un tempo fino a 7 anni a firmare nella questura della tua città ogni volta che la tua squadra gioca. Un bengala acceso in strada non porta a niente. <a href="http://www.lecceprima.it/cronaca/con-i-bengala-in-curva-due-arresti-dopo-la-partita.html" target="_blank">Un bengala acceso allo stadio può farti finire in carcere</a>. Quindi, è giusto parlare di stadio come “zona franca”: certo, zona franca per esperimenti di repressione.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi sono i fatti successi a Genova, i “reati” commessi e le pene che comportano. Ma il giorno dopo in edicola si urla: vergogna, follia, calcio umiliato, Stato umiliato. Fra i titoli sparati e la muta dei commentatori un tanto al chilo sguinzagliata a caccia di sangue, è difficile trovare sui giornali una semplice cronologia, una ricostruzione accurata di quello che è successo. Basti pensare che l’agenzia di Stampa Ansa, la più autorevole e più utilizzata dai quotidiani italiani (e per troppi di loro l’unica fonte di notizie), usa per i suoi lanci sui fatti di Genoa-Siena la “chiave” (l’etichetta) <em>Follia ultrà</em>. <a href="https://www.google.it/search?rlz=1C1CHMZ_itIT362IT362&amp;sourceid=chrome&amp;ie=UTF-8&amp;q=follia+ultra#q=follia+ultra&amp;hl=it&amp;rlz=1C1CHMZ_itIT362IT362&amp;prmd=imvnsu&amp;source=lnms&amp;tbm=nws&amp;ei=kR6gT4SxN5HP4QSXzfSSAw&amp;sa=X&amp;oi=mode_link&amp;ct=mode&amp;cd=5&amp;ved=0CBsQ_AUoBA&amp;bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_qf.,cf.osb&amp;fp=39677141ec51304c&amp;biw=1366&amp;bih=653" target="_blank">Provate a “Googlare” queste due parole, vi ci troverete allineate quasi tutte le testate italiane</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Si invoca da più parti giustizia sommaria, anche se (e proprio perché) nulla di penalmente rilevante è stato commesso dagli ultras. Invocazioni iniziate già durante la diretta tv, di cronisti dimentichi delle tonnare già viste e riviste a Genova col G8 del 2001: “Perché la polizia non li carica?”. Forse perché ci sono altre migliaia di persone e si rischia di fare feriti e &#8211; perché no &#8211; morti? Seduto comodo in un luminoso salotto televisivo, il Cazzaniga di turno spera di assistere a una nuova <em>Bloody Sunday</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei giorni successivi arriva una pioggia di diffide sugli ultras genoani, ma questo non accontenta i nuovi Hammurabi che imperversano su giornali e tv. “I Daspo sono poca cosa, ci vorrebbe la galera per quelle bestie”. Il “tana libera tutti” lo dà proprio la degradazione a <a href="http://blog.panorama.it/sport/2012/04/24/io-offeso-dai-tifosi-del-genoa-vi-dico-che/" target="_blank">bestie</a>: una volta che hai ridotto l’uomo a bestia nella percezione collettiva, il Terzo Reich insegna che hai la legittimazione a fargli di tutto. È razzismo, razzismo <em>per bene</em>, che si porta in società, meglio di un cardigan. Razzismo che va a braccetto con l’ennesima “linea della fermezza”, quella tracciata da <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/04/25/amaca.html" target="_blank">Michele Serr</a>a:</p>
<p style="text-align: justify;">“spalti deserti, evitati come la peste dalla gente perbene che non ama sentirsi ostaggio di bande armate. Non è un paese civile quello che rinuncia a tutelare gli onesti e i mansueti e li lascia in balia di chi vive di illegalità, ricatto, violenza. Gli ultras non sono più un problema di ordine pubblico, sono un problema di democrazia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.blitzquotidiano.it/opinioni/tessera-del-tifoso-pasticcio-italia-stadi-469120/" target="_blank">Non basta la tessera del tifoso</a>, combinato anticostituzionale di controllo poliziesco e marketing bancario, che ha interdetto agli ultras l’accesso al settore ospiti e presto impedirà loro completamente di entrare allo stadio. Qui li si vuole espellere dallo “Stato democratico”.</p>
<p style="text-align: justify;">Missione difficile, vasto programma. Perché gli ultras non sono un gruppo etnico che si può rispedire a casa coi “respingimenti” o da internare in quei lager all’amatriciana chiamati Cie. Non sono una classe sociale che si può ridurre in schiavitù. Né una fazione politica che si può mettere fuorilegge. Missione difficile, vasto programma: per realizzarlo ci sono volute tante leggi speciali. Ora manca solo qualcuno che le applichi. E chi applica le leggi speciali? Le squadre speciali.</p>
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<p style="text-align: justify;"><strong>Appendice</strong>. Dal progetto “Minorities stereotypes on media” http://www.mistermedia.org/progetto :</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo in presenza di dinamiche che, nella letteratura scientifica, sono associate alla costruzione, simbolica e mediata, del nemico e del deviante. Nel 1972, Stanley Cohen pubblica <em>Folk devils and moral panic</em><em> </em>, una ricerca sulla rappresentazione mediale di due subculture giovanili, etichettate come devianti, i Mod e i Rockers. Talvolta, specifici eventi o gruppi di individui vengono definiti come una reale minaccia ai valori e all’identità collettiva: si crea una situazione di panico morale, aumenta il senso di ostilità nei confronti del gruppo “ostile” che viene spesso etichettato (labelling) come nemico interno o esterno (folk devil), moralmente identificato come “cattivo”.</p>
<p style="text-align: justify;">I media spesso costituiscono un potente volano del panico morale: il ricorso a rappresentazioni stereotipate ed enfatiche delle reali minacce crea un clima di forte mobilitazione emotiva nell’opinione pubblica, fornendo la scena entro la quale esperti, politici, e altre autorità definiscono la condotta dei “folk devils” come antisociale, proponendo analisi e soluzioni possibili.</p>
<p style="text-align: justify;">Appare evidente come, di volta in volta, l’<em>Altro</em> di turno – il “musulmano terrorista”, il “clandestino”, il “rumeno criminale”, il “rom” – incarni nella rappresentazione quotidiana questa figura del deviante e del “folk devil”, giustificando (a partire da questa “alterità” mediaticamente costruita) stigmatizzazione del diverso, provvedimenti politici straordinari, forme di esclusione sociale, fino a prese di posizione e atti apertamente xenofobi.</p>
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<p style="text-align: justify;">LINK</p>
<p style="text-align: justify;">Per <a href="https://www.google.it/webhp?rlz=1C1CHMZ_itIT362IT362&amp;sourceid=chrome-instant&amp;ix=seb&amp;ie=UTF-8#hl=it&amp;lr=lang_it&amp;rlz=1C1CHMZ_itIT362IT362&amp;tbs=lr:lang_1it&amp;sclient=psy-ab&amp;q=FOLK+DEVIL+ultras&amp;oq=FOLK+DEVIL+ultras&amp;aq=f&amp;aqi=&amp;aql=&amp;gs_nf=1&amp;gs_l=serp.3...14484.15516.0.15628.6.6.0.0.0.0.178.792.0j6.6.0.ESJR68jYGa8&amp;pbx=1&amp;bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_qf.,cf.osb&amp;fp=24f5554c6453cc49&amp;biw=1366&amp;bih=653&amp;ix=seb" target="_blank">Folk devil </a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://plebe.altervista.org/issue.php?opzione=articolo&amp;idart=243&amp;idnumero=43" target="_blank">ULTRAS FOLK DEVIL</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.tesionline.it/news/la-tesi-del-giorno.jsp?id=1747" target="_blank">Devianza</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://books.google.it/books?hl=it&amp;lr=&amp;id=K9OxSYJQGXwC&amp;oi=fnd&amp;pg=PR7&amp;dq=FOLK+DEVIL+STANLEY+COHEN&amp;ots=Tmett4kKK2&amp;sig=fbOPD-WgbAJwHvsAsVCHPJOpq6Q#v=onepage&amp;q=FOLK%20DEVIL%20STANLEY%20COHEN&amp;f=false" target="_blank">Folk devil</a>:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.asromaultras.org/calciodalbasso.html" target="_blank">VALERIO MARCHI</a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Tessera-del-tifoso/8257" target="_blank">http://www.globalproject.info/it/in_movimento/Tessera-del-tifoso/8257</a></p>
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		<title>Il migliore della sua generazione</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 22:08:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[castiglione]]></category>
		<category><![CDATA[Il migliore della sua generazione]]></category>
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		<category><![CDATA[simona castiglione]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Simona Castiglione Vincenzo allunga la mano verso il mouse – sta per iniziare una breve mattina di lavoro; alle undici deve andare al Gefab e poi entro le tre essere all’università. Si era mai accorto di quanto la sua mano fosse contorta e nodosa? Le vene cianotiche sembrano sul punto di esplodere fuori dal telaio osseo dell’arto, vive e pulsanti. Vincenzo se le tocca e immediatamente pensa ai lacci emostatici. Ultimamente ne ha visti una quantità impressionante. Anna la bucano in continuazione al Gefab. Non sanno più da dove prelevarle il sangue, quel poco che le resta. Che bisogno hanno di controllarla così ossessivamente? A volte Vincenzo vorrebbe soltanto che la lasciassero tranquilla a esplorare per intero il suo coma ipoglicemico e ipocalorico: chissà, magari i sogni la aiuterebbero. Ma così, continuamente interrotta da medici zelanti al seguito di professori pronti a giudicare il loro operato, dev’essere difficile perfino sognare. “Papà ha avuto un ictus…” “E come sta?” “Male, sta male, Vincenzo, e come deve stare? Sta in ospedale, sta. La mamma è andata nel pallone, qui mi devo occupare di tutto io. Puoi tornare per un po’? Almeno stavolta.” “Rita, sono nel bel mezzo dell’editing del mio libro e devo preparare il seminario alla Sorbona, lo sai che non posso mollare tutto adesso” “Sei il solito egoista, fai schifo proprio Vincenzo” “Ah Rituccia, non dire così; appena mi libero un po’ vengo” “Ma è adesso che servi. Non ci sei mai quando servi” Lagne, lagne, lagne e solo lagne da Rita. Vincenzo mette giù il telefono e pensa: il papà è stato colpito sul lato destro del cervello e non riesce più a parlare. Va grassa se biascica il nome della mamma o il suo. E siccome lui se lo ricorda come un uomo dalla dialettica spigliata, francamente non ha voglia di andare e vederlo sputacchiare mentre si sforza di dire “Vincenzo”. E poi lui sono anni che l’avverte, quando lo vede con la web cam sprofondato nella sua poltrona – Smettila di mangiare tutti questi cibi grassi, e fai un po’ di moto. Non vedi come ti stai riducendo? Sembri un elefante con la paresi −. Detto fatto, papà adesso è immobile su un intero lato del corpo. Vincenzo pensa tutto questo in francese perché è parigino. In realtà lui è di Campobasso, ma ormai vive a Parigi da vent’anni. Ne ha quasi quarantacinque e pensa e sogna praticamente soltanto in francese. Rare volte in dialetto: se tornasse nella sua città non riuscirebbe più a usare il campuvascese con la stessa scioltezza di quando era ragazzo. Il fatto è che non ci torna da quasi un decennio. Così si limita a parlare al telefono con la mamma, senza peraltro riuscire a consolarla, e a salutare suo papà che rimane muto dall’altro capo del telefono (non vuole pensarlo con le lacrime che gli rigano le guance, ma più si sforza di allontanare quell’immagine, più lei si staglia nitida nelle sue sinapsi). Il libro che ha in uscita è troppo importante per lui. Non è il primo saggio che dà alle stampe. Quando era un giovane e promettente studente alla Bocconi aveva pubblicato un libro sul mobbing: erano i primi anni ’90, l’argomento era ancora poco indagato, meno che mai codificato. Vincenzo aveva raccolto diversi esempi, alcuni tratti dalla realtà, altri inventati ma inventati bene, e aveva creato una tassonomia a larghe maglie che gli aveva fruttato una certa notorietà nell’ambiente intellettuale. Aveva avuto così la prova di un sospetto che, dentro il suo animo rapsodico e onnicomprensivo, aveva sempre coltivato sin dall’infanzia: nominare e descrivere le cose serve ad attribuire loro uno status di realtà. Il mobbing è il mobbing come una rosa è una rosa. Se c’è una qualità che a Vincenzo non si può proprio negare è una lungimiranza quasi da veggente; solo che lui si ostina a trattare le sue intuizioni come evidenze scientifiche affannandosi a suffragarle con prove, calcoli e statistiche. A volte pensa che sarebbe meglio lasciarle lì, appese a un foglio di carta o a un byte, quelle sue osservazioni visionarie, come se provenissero da una fonte di verità alternativa o fossero un teatrino delle ombre cinesi dietro il velo di Maya. Da quando si è trasferito a Parigi ha pubblicato un secondo libro, in francese, dal titolo pretenzioso: L’économie des corps. Era un tentativo di creare un paradigma di pensiero e un modello di calcolo sulla valutazione economica del corpo delle persone inteso come forza lavoro, come oggetto di mercificazione, come strumento di marketing, come oggetto di cure o di incurie di vario genere (la salute, l’estetica etc.). Il saggio in sé è stato un flop a livello di vendite, ma gli ha fruttato qualche conferenza in giro per l’Europa. L’ultimo, in inglese, ha il tema più intrigante di tutti, quello che Vincenzo studia e sperimenta da anni, a volte utilizzando se stesso come cavia da laboratorio: Il titolo provvisorio del saggio è Body dematerialization both in physical and virtual world. Il concetto di fondo, attorno al quale Vincenzo costruisce l’impianto economico, etico ed estetico del saggio, è l’inutilità del corpo come vettore di comunicazione nell’era moderna. “La potenzialità che ha il mondo digitale di divorare il corpo fisico fino all’osso comporta un notevole aumento dei disturbi alimentari, in qualche modo collegati all’uso costante delle nuove tecnologie”: così si apre uno dei paragrafi del suo saggio. Quando riflette su questo concetto, Vincenzo è pervaso da un’immagine infantile che non lo molla: il videogioco di Pac-man che aveva da bambino, una sfera che mangia altre sfere inseguita da fantasmini. La possibilità di comunicare in maniera incorporea suscita nella mente di Vincenzo un circo di immagini, una sfilza di chimere: la prima, la più ovvia, è l’uomodonna, ma poi anche il bambinoanziano, l’uomoanimale, l’alienoumano. Negli ultimi anni l’immagine che insiste di più è quella del corpo che si scarifica, che trascende se stesso, mantenendo intatte solo le funzioni per comunicare: un dito per la tastiera e uno o due occhi per il monitor. Ė proprio su questo che il saggio di Vincenzo s’incentra, e con il saggio la sua intera esistenza. Spingerla fino al punto in cui l’unico bisogno primario resti quello di comunicare, aboliti o ridotti tutti gli altri. Il divario fra il reale e l’ideale rimane comunque piuttosto frustrante per Vincenzo, non foss’altro per la terribile voglia di scopare che s’impossessa di lui quando alcune studentesse lo chiamano professeur Mastrangelò. Quand’è così si accorge che del suo corpo fisico non ha nessuna intenzione di fare a meno. Non per il momento, in ogni caso. Vincenzo ha mandato le bozze di Body dematerialization… a un professore della Sorbona del dipartimento di filosofia e lui l’ha chiamato, persino prima che il libro uscisse, per tenere una conferenza ai suoi studenti, e poi un seminario di due giorni come visiting professor. Vincenzo a otto anni era un bambino felice e rotondo. I suoi genitori avevano un ristorante, Al Ghiottone. Dopo la scuola Vincenzino andava al ristorante e pranzava. Suo padre gli versava anche due dita di Biferno. Lui tornava a casa a riposarsi tutto stranito e intontolito dal cibo e dal vino. I problemi iniziarono con la pubertà: il fatto di essere grassoccio non gli andava più bene: le ragazzine non lo guardavano e i maschi lo prendevano in giro: “Si nu cicciabomb”. Vincenzo diventò cupo e solitario. Ma era intelligente. Per lui studiare non era mai stato un problema, anzi non era mai stato affar suo: aprire i libri a casa per ripassare non gli serviva. Gli bastava ascoltare l’insegnante in classe e si ricordava tutto. Così intelligente che il padre decise di fargli provare il test d’ingresso per la Bocconi. Come previsto Vincenzo lo superò brillantemente e si trasferì a Milano in un monolocale sui Navigli. Tutto regolare, come c’era d’aspettarsi, il figlio brillante a studiare fuori sede, la figlia spenta in casa a imparare il mestiere dei genitori: la ristoratrice. Non durò a lungo: la crisi economica e un po’ di pasticci finanziari fecero fallire l’impresa di famiglia. Il ristorante del signor Mastrangelo venne chiuso e Vincenzo si ritrovò da studente benestante a studente in braghe di tela. Si trasferì in un appartamento in condivisione in via Paolo Sarpi e cominciò a stare male col cibo. Era capace di mangiare tre panini con la mortadella al pomeriggio e poi per cena farsi due etti di pasta al sugo. Trovò un look che lo valorizzava: sopra i pantaloni della tuta indossava delle tuniche come quelle che portano i tunisini, i capelli li teneva lunghi e boccoluti – li aveva neri e folti come quelli di una donna − e poi il modo di fare, la battuta pronta: Vincenzo era forte coi soprannomi, coi calembour, coi giochi di parole. Dialettica pura in un metro e settanta di altezza per 90 chilogrammi. Insomma sapeva come affascinare l’altro sesso. Passava di ragazza in ragazza con la stessa bulimia che lo spingeva a ingozzarsi di sfilatini e focacce. Finché non conobbe Anna, anche lei di Campobasso, anche lei bocconiana e anoressica del tutto, il suo ideale di donna, senza sedere, senza seno, senza fianchi ma con le gambe sottili e i capelli lunghissimi. Fu lei che gli insegnò i trucchi base per perdere peso e non riacquistarlo più: fondamentalmente, eliminare dalla propria esistenza il pensiero stesso dei carboidrati. Inizialmente non fu facile per uno come lui, abituato alle pizze e alla pasta di casa, ma poi vedendo come il suo grasso tenace fatto di annosi depositi andava lentamente smaterializzandosi, cominciò a prenderci gusto. Un’estate Vincenzo portò Anna a conoscere i suoi genitori. Un po’ si vergognava di avere un padre grasso e diabetico e una madre tettona. Soltanto sua sorella minore era secca, però assemblata male: un tronco stretto con poche tette e la vita sottile, ma i fianchi, nascosti da maglie informi, assolutamente spropositati. Insomma, la portò a pranzo una domenica. Anna non mangiò quasi nulla. Papà la guardava come se venisse da Marte e poi, molto gentilmente, disse ad alta voce, mentre erano ancora a tavola: “Vince’, ma chista che misura porta e’ reggipetto? A mezza?”. Meno male che Anna non si offese, perché era una ragazza intelligente, anzi super. Vincenzo la trovava geniale e perfetta per lui. C’è da dire che su questo Vincenzo è sempre stato un uomo generoso: trova almeno un motivo di bellezza in ogni donna che incontra, perfino nei suoi difetti, come i poeti barocchi che componevano sonetti su donne gobbe, occhialute o sudice. Possono piacergli gli occhi chiari ma anche il culo basso (che lui ammira incondizionatamente senza aver mai capito il perché), o il naso che preferisce lungo e importante, “sesquipedale” come ama definirlo lui. Da quando ha stabilito di rinunciare per sempre a zuccheri e carboidrati (e anche ai suoi boccoli neri da spagnolo del siglo de oro: scomparsi assieme al grasso in eccesso), è il rischio a insaporirgli l’esistenza, come quando va a letto con le sue studentesse o con le colleghe sposate. Anna ha accettato il tipo di amore che lui le ha prospettato “libertà e perline colorate, questo è quello che io ti darò, e la sensualità delle vite disperate…”, e l’ha fatto suo. Anna e Vincenzo sono una coppia aperta, ma rimangono insieme come i cardellini abituati alla cattività. Qualcuno gli ha aperto la porticina della gabbia, ma loro non escono se non per qualche svolazzata in giro per casa. Quando sbattono con le ali sul soffitto o contro il vetro di qualche finestra, tornano in gabbia. Insieme hanno deciso di andare a Parigi, perché in Italia, terminati gli studi, non sapevano più che fare. Sbocchi lavorativi non ce n’erano, neanche per loro due laureati magna cum laude. A Parigi Anna ha seguito un master e poi ha cominciato a tenere delle docenze a contratto. Per lui è stato un po’ più difficile inserirsi, data la specificità dei suoi interessi. C’era di buono che per Vincenzo l’ago della bilancia scendeva sempre di più. Quando raggiunse i 60 kg, lui e Anna fecero una festa solo per loro due, a base di porno e vodka. Adesso non si pesa da qualche mese, ma i vestiti e il viso smunto e irradiato dalle rughe, gli dicono che deve essere sceso un bel po’ ancora, forse addirittura sotto i 55. Un anno fa Vincenzo si prese una cotta terribile per Danielle, una ricercatrice che sapeva suonare la chitarra e cantare le canzoni di Brassens accompagnandosi con pochi accordi piazzati al momento giusto. Vincenzo la trovò tanto sexy ed eccitante che decise di provarci, anche se lei era la donna di uno dei suoi più cari amici. Lei rimase incantata dai suoi spartiti di armonie e dissonanze dialettiche. Si incontrarono un pomeriggio a casa di Vincenzo: Danielle, era un donna giunonica col busto tornito e le gambe a forma di tronco. Non era proprio il suo tipo ideale, ma le sue erezioni non avevano mai richiesto la perfezione. Danielle era nuda davanti a lui, mentre lui si spogliava; si sfilò la maglia, i pantaloni, rimase in mutande e fu allora che gli parve di vedere sul viso di Danielle l’ombra di una smorfia di disgusto. Che poi si trasformò in dispiacere: “Non posso, Vincenzo” “Perché, che problema c’è?” “Non me la sento di toccarti” e già si rimetteva il reggiseno “sei così piccolo… voglio dire magro, se ci abbracciamo ho paura di romperti qualche costola” e poi, sorridendo “ scusami sai, ma non può funzionare: siamo come la donna elefante e l’uomo lepre del Kamasutra. Un accoppiamento caldamente sconsigliato” A questo punto si era già rivestita per intero. Vincenzo ancora in mutande, sbigottito e infreddolito, la accompagnò alla porta di casa e poi liquidò il tutto nella sua mente con un fragoroso “macchittesencula!”. Da qualche tempo le cose gli girano bene sul piano lavorativo: ha ottenuto una borsa di studio presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales e il saggio in inglese è arrivato come la ciliegina sulla torta. Poi la torta gli si è sfaldata fra le mani quando Anna ha avuto un collasso con arresto cardiaco ed è stata portata prima al pronto soccorso e poi smistata verso il Groupe d&#8217;Etude Français sur l&#8217;Anorexie et la Boulimie, dati i suoi 43 kg per un metro e sessantotto di altezza. Quello che Vincenzo non ha detto al padre, muto e malato, né alla madre né a Rita è che Anna la cardellina ora è in ospedale, che è uscita dalla loro gabbia di coppia perché adesso è il suo corpo a fargli da gabbia. Vincenzo avvolge una mano attorno ad Anna distesa, col braccio la solleva un po’ delicatamente, facendo attenzione a non staccare i tubi del sondino e dell’alimentazione artificiale. Con un dito esplora le cavità fra le costole ma è del tutto inutile: là dentro lui non può entrare. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/04/Julia-Laub-Cedric-Kiefer.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1477" title="Julia Laub Cedric Kiefer" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/04/Julia-Laub-Cedric-Kiefer-e1335737227757.jpg" alt="" width="620" height="411" /></a></p>
<p><strong>di Simona Castiglione</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Vincenzo allunga la mano verso il mouse – sta per iniziare una breve mattina di lavoro; alle undici deve andare al Gefab e poi entro le tre essere all’università. Si era mai accorto di quanto la sua mano fosse contorta e nodosa? Le vene cianotiche sembrano sul punto di esplodere fuori dal telaio osseo dell’arto, vive e pulsanti. Vincenzo se le tocca e immediatamente pensa ai lacci emostatici. Ultimamente ne ha visti una quantità impressionante. Anna la bucano in continuazione al Gefab. Non sanno più da dove prelevarle il sangue, quel poco che le resta. Che bisogno hanno di controllarla così ossessivamente? A volte Vincenzo vorrebbe soltanto che la lasciassero tranquilla a esplorare per intero il suo coma ipoglicemico e ipocalorico: chissà, magari i sogni la aiuterebbero. Ma così, continuamente interrotta da medici zelanti al seguito di professori pronti a giudicare il loro operato, dev’essere difficile perfino sognare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Papà ha avuto un ictus…”<br />
“E come sta?”<br />
“Male, sta male, Vincenzo, e come deve stare? Sta in ospedale, sta. La mamma è andata nel pallone, qui mi devo occupare di tutto io. Puoi tornare per un po’? Almeno stavolta.”<br />
“Rita, sono nel bel mezzo dell’editing del mio libro e devo preparare il seminario alla Sorbona, lo sai che non posso mollare tutto adesso”<br />
“Sei il solito egoista, fai schifo proprio Vincenzo”<br />
“Ah Rituccia, non dire così; appena mi libero un po’ vengo”<br />
“Ma è adesso che servi. Non ci sei mai quando servi”<span id="more-1476"></span><br />
Lagne, lagne, lagne e solo lagne da Rita. Vincenzo mette giù il telefono e pensa: il papà è stato colpito sul lato destro del cervello e non riesce più a parlare. Va grassa se biascica il nome della mamma o il suo. E siccome lui se lo ricorda come un uomo dalla dialettica spigliata, francamente non ha voglia di andare e vederlo sputacchiare mentre si sforza di dire “Vincenzo”. E poi lui sono anni che l’avverte, quando lo vede con la web cam sprofondato nella sua poltrona – Smettila di mangiare tutti questi cibi grassi, e fai un po’ di moto. Non vedi come ti stai riducendo? Sembri un elefante con la paresi −. Detto fatto, papà adesso è immobile su un intero lato del corpo.<br />
Vincenzo pensa tutto questo in francese perché è parigino.<br />
In realtà lui è di Campobasso, ma ormai vive a Parigi da vent’anni. Ne ha quasi quarantacinque e pensa e sogna praticamente soltanto in francese. Rare volte in dialetto: se tornasse nella sua città non riuscirebbe più a usare il campuvascese con la stessa scioltezza di quando era ragazzo. Il fatto è che non ci torna da quasi un decennio.<br />
Così si limita a parlare al telefono con la mamma, senza peraltro riuscire a consolarla, e a salutare suo papà che rimane muto dall’altro capo del telefono (non vuole pensarlo con le lacrime che gli rigano le guance, ma più si sforza di allontanare quell’immagine, più lei si staglia nitida nelle sue sinapsi).<br />
Il libro che ha in uscita è troppo importante per lui. Non è il primo saggio che dà alle stampe. Quando era un giovane e promettente studente alla Bocconi aveva pubblicato un libro sul mobbing: erano i primi anni ’90, l’argomento era ancora poco indagato, meno che mai codificato. Vincenzo aveva raccolto diversi esempi, alcuni tratti dalla realtà, altri inventati ma inventati bene, e aveva creato una tassonomia a larghe maglie che gli aveva fruttato una certa notorietà nell’ambiente intellettuale. Aveva avuto così la prova di un sospetto che, dentro il suo animo rapsodico e onnicomprensivo, aveva sempre coltivato sin dall’infanzia: nominare e descrivere le cose serve ad attribuire loro uno status di realtà. Il mobbing è il mobbing come una rosa è una rosa. Se c’è una qualità che a Vincenzo non si può proprio negare è una lungimiranza quasi da veggente; solo che lui si ostina a trattare le sue intuizioni come evidenze scientifiche affannandosi a suffragarle con prove, calcoli e statistiche. A volte pensa che sarebbe meglio lasciarle lì, appese a un foglio di carta o a un byte, quelle sue osservazioni visionarie, come se provenissero da una fonte di verità alternativa o fossero un teatrino delle ombre cinesi dietro il velo di Maya.<br />
Da quando si è trasferito a Parigi ha pubblicato un secondo libro, in francese, dal titolo pretenzioso: L’économie des corps. Era un tentativo di creare un paradigma di pensiero e un modello di calcolo sulla valutazione economica del corpo delle persone inteso come forza lavoro, come oggetto di mercificazione, come strumento di marketing, come oggetto di cure o di incurie di vario genere (la salute, l’estetica etc.). Il saggio in sé è stato un flop a livello di vendite, ma gli ha fruttato qualche conferenza in giro per l’Europa.<br />
L’ultimo, in inglese, ha il tema più intrigante di tutti, quello che Vincenzo studia e sperimenta da anni, a volte utilizzando se stesso come cavia da laboratorio: Il titolo provvisorio del saggio è Body dematerialization both in physical and virtual world. Il concetto di fondo, attorno al quale Vincenzo costruisce l’impianto economico, etico ed estetico del saggio, è l’inutilità del corpo come vettore di comunicazione nell’era moderna.<br />
“La potenzialità che ha il mondo digitale di divorare il corpo fisico fino all’osso comporta un notevole aumento dei disturbi alimentari, in qualche modo collegati all’uso costante delle nuove tecnologie”: così si apre uno dei paragrafi del suo saggio. Quando riflette su questo concetto, Vincenzo è pervaso da un’immagine infantile che non lo molla: il videogioco di Pac-man che aveva da bambino, una sfera che mangia altre sfere inseguita da fantasmini.<br />
La possibilità di comunicare in maniera incorporea suscita nella mente di Vincenzo un circo di immagini, una sfilza di chimere: la prima, la più ovvia, è l’uomodonna, ma poi anche il bambinoanziano, l’uomoanimale, l’alienoumano. Negli ultimi anni l’immagine che insiste di più è quella del corpo che si scarifica, che trascende se stesso, mantenendo intatte solo le funzioni per comunicare: un dito per la tastiera e uno o due occhi per il monitor. Ė proprio su questo che il saggio di Vincenzo s’incentra, e con il saggio la sua intera esistenza. Spingerla fino al punto in cui l’unico bisogno primario resti quello di comunicare, aboliti o ridotti tutti gli altri.<br />
Il divario fra il reale e l’ideale rimane comunque piuttosto frustrante per Vincenzo, non foss’altro per la terribile voglia di scopare che s’impossessa di lui quando alcune studentesse lo chiamano professeur Mastrangelò. Quand’è così si accorge che del suo corpo fisico non ha nessuna intenzione di fare a meno. Non per il momento, in ogni caso.<br />
Vincenzo ha mandato le bozze di Body dematerialization… a un professore della Sorbona del dipartimento di filosofia e lui l’ha chiamato, persino prima che il libro uscisse, per tenere una conferenza ai suoi studenti, e poi un seminario di due giorni come visiting professor.</p>
<p style="text-align: justify;">Vincenzo a otto anni era un bambino felice e rotondo. I suoi genitori avevano un ristorante, Al Ghiottone. Dopo la scuola Vincenzino andava al ristorante e pranzava. Suo padre gli versava anche due dita di Biferno. Lui tornava a casa a riposarsi tutto stranito e intontolito dal cibo e dal vino.<br />
I problemi iniziarono con la pubertà: il fatto di essere grassoccio non gli andava più bene: le ragazzine non lo guardavano e i maschi lo prendevano in giro: “Si nu cicciabomb”. Vincenzo diventò cupo e solitario. Ma era intelligente. Per lui studiare non era mai stato un problema, anzi non era mai stato affar suo: aprire i libri a casa per ripassare non gli serviva. Gli bastava ascoltare l’insegnante in classe e si ricordava tutto.<br />
Così intelligente che il padre decise di fargli provare il test d’ingresso per la Bocconi. Come previsto Vincenzo lo superò brillantemente e si trasferì a Milano in un monolocale sui Navigli. Tutto regolare, come c’era d’aspettarsi, il figlio brillante a studiare fuori sede, la figlia spenta in casa a imparare il mestiere dei genitori: la ristoratrice.<br />
Non durò a lungo: la crisi economica e un po’ di pasticci finanziari fecero fallire l’impresa di famiglia. Il ristorante del signor Mastrangelo venne chiuso e Vincenzo si ritrovò da studente benestante a studente in braghe di tela. Si trasferì in un appartamento in condivisione in via Paolo Sarpi e cominciò a stare male col cibo. Era capace di mangiare tre panini con la mortadella al pomeriggio e poi per cena farsi due etti di pasta al sugo. Trovò un look che lo valorizzava: sopra i pantaloni della tuta indossava delle tuniche come quelle che portano i tunisini, i capelli li teneva lunghi e boccoluti – li aveva neri e folti come quelli di una donna − e poi il modo di fare, la battuta pronta: Vincenzo era forte coi soprannomi, coi calembour, coi giochi di parole. Dialettica pura in un metro e settanta di altezza per 90 chilogrammi. Insomma sapeva come affascinare l’altro sesso. Passava di ragazza in ragazza con la stessa bulimia che lo spingeva a ingozzarsi di sfilatini e focacce.<br />
Finché non conobbe Anna, anche lei di Campobasso, anche lei bocconiana e anoressica del tutto, il suo ideale di donna, senza sedere, senza seno, senza fianchi ma con le gambe sottili e i capelli lunghissimi. Fu lei che gli insegnò i trucchi base per perdere peso e non riacquistarlo più: fondamentalmente, eliminare dalla propria esistenza il pensiero stesso dei carboidrati. Inizialmente non fu facile per uno come lui, abituato alle pizze e alla pasta di casa, ma poi vedendo come il suo grasso tenace fatto di annosi depositi andava lentamente smaterializzandosi, cominciò a prenderci gusto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’estate Vincenzo portò Anna a conoscere i suoi genitori. Un po’ si vergognava di avere un padre grasso e diabetico e una madre tettona. Soltanto sua sorella minore era secca, però assemblata male: un tronco stretto con poche tette e la vita sottile, ma i fianchi, nascosti da maglie informi, assolutamente spropositati.<br />
Insomma, la portò a pranzo una domenica. Anna non mangiò quasi nulla. Papà la guardava come se venisse da Marte e poi, molto gentilmente, disse ad alta voce, mentre erano ancora a tavola: “Vince’, ma chista che misura porta e’ reggipetto? A mezza?”. Meno male che Anna non si offese, perché era una ragazza intelligente, anzi super. Vincenzo la trovava geniale e perfetta per lui.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è da dire che su questo Vincenzo è sempre stato un uomo generoso: trova almeno un motivo di bellezza in ogni donna che incontra, perfino nei suoi difetti, come i poeti barocchi che componevano sonetti su donne gobbe, occhialute o sudice. Possono piacergli gli occhi chiari ma anche il culo basso (che lui ammira incondizionatamente senza aver mai capito il perché), o il naso che preferisce lungo e importante, “sesquipedale” come ama definirlo lui.<br />
Da quando ha stabilito di rinunciare per sempre a zuccheri e carboidrati (e anche ai suoi boccoli neri da spagnolo del siglo de oro: scomparsi assieme al grasso in eccesso), è il rischio a insaporirgli l’esistenza, come quando va a letto con le sue studentesse o con le colleghe sposate.<br />
Anna ha accettato il tipo di amore che lui le ha prospettato “libertà e perline colorate, questo è quello che io ti darò, e la sensualità delle vite disperate…”, e l’ha fatto suo. Anna e Vincenzo sono una coppia aperta, ma rimangono insieme come i cardellini abituati alla cattività. Qualcuno gli ha aperto la porticina della gabbia, ma loro non escono se non per qualche svolazzata in giro per casa. Quando sbattono con le ali sul soffitto o contro il vetro di qualche finestra, tornano in gabbia.<br />
Insieme hanno deciso di andare a Parigi, perché in Italia, terminati gli studi, non sapevano più che fare. Sbocchi lavorativi non ce n’erano, neanche per loro due laureati magna cum laude.<br />
A Parigi Anna ha seguito un master e poi ha cominciato a tenere delle docenze a contratto. Per lui è stato un po’ più difficile inserirsi, data la specificità dei suoi interessi.<br />
C’era di buono che per Vincenzo l’ago della bilancia scendeva sempre di più. Quando raggiunse i 60 kg, lui e Anna fecero una festa solo per loro due, a base di porno e vodka.<br />
Adesso non si pesa da qualche mese, ma i vestiti e il viso smunto e irradiato dalle rughe, gli dicono che deve essere sceso un bel po’ ancora, forse addirittura sotto i 55.</p>
<p style="text-align: justify;">Un anno fa Vincenzo si prese una cotta terribile per Danielle, una ricercatrice che sapeva suonare la chitarra e cantare le canzoni di Brassens accompagnandosi con pochi accordi piazzati al momento giusto.<br />
Vincenzo la trovò tanto sexy ed eccitante che decise di provarci, anche se lei era la donna di uno dei suoi più cari amici. Lei rimase incantata dai suoi spartiti di armonie e dissonanze dialettiche. Si incontrarono un pomeriggio a casa di Vincenzo: Danielle, era un donna giunonica col busto tornito e le gambe a forma di tronco. Non era proprio il suo tipo ideale, ma le sue erezioni non avevano mai richiesto la perfezione. Danielle era nuda davanti a lui, mentre lui si spogliava; si sfilò la maglia, i pantaloni, rimase in mutande e fu allora che gli parve di vedere sul viso di Danielle l’ombra di una smorfia di disgusto. Che poi si trasformò in dispiacere: “Non posso, Vincenzo”<br />
“Perché, che problema c’è?”<br />
“Non me la sento di toccarti” e già si rimetteva il reggiseno “sei così piccolo… voglio dire magro, se ci abbracciamo ho paura di romperti qualche costola” e poi, sorridendo “ scusami sai, ma non può funzionare: siamo come la donna elefante e l’uomo lepre del Kamasutra. Un accoppiamento caldamente sconsigliato” A questo punto si era già rivestita per intero. Vincenzo ancora in mutande, sbigottito e infreddolito, la accompagnò alla porta di casa e poi liquidò il tutto nella sua mente con un fragoroso “macchittesencula!”.</p>
<p style="text-align: justify;">Da qualche tempo le cose gli girano bene sul piano lavorativo: ha ottenuto una borsa di studio presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales e il saggio in inglese è arrivato come la ciliegina sulla torta.</p>
<p style="text-align: justify;">Poi la torta gli si è sfaldata fra le mani quando Anna ha avuto un collasso con arresto cardiaco ed è stata portata prima al pronto soccorso e poi smistata verso il Groupe d&#8217;Etude Français sur l&#8217;Anorexie et la Boulimie, dati i suoi 43 kg per un metro e sessantotto di altezza.<br />
Quello che Vincenzo non ha detto al padre, muto e malato, né alla madre né a Rita è che Anna la cardellina ora è in ospedale, che è uscita dalla loro gabbia di coppia perché adesso è il suo corpo a fargli da gabbia. Vincenzo avvolge una mano attorno ad Anna distesa, col braccio la solleva un po’ delicatamente, facendo attenzione a non staccare i tubi del sondino e dell’alimentazione artificiale. Con un dito esplora le cavità fra le costole ma è del tutto inutile: là dentro lui non può entrare.</p>
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		<title>Prima del tramonto</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 08:41:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ di Gianfranco Di Fiore Nadia era stata molto chiara al telefono, come sempre non aveva risparmiato offese e urla alla sua compagna di giochi, tanto che Roberta pensò quasi di mettere giù la cornetta senza nemmeno rispondere. Non era mai stato facile opporsi al volere di Nadia e proprio nel giorno in cui Roberta aveva deciso di mettere fine a quella tormentata amicizia la sua amica aveva fissato l’ora esatta per l’azione. Il problema era che Nadia non sopportava i ritardi e i cambiamenti di programma, rimanere fedele a un’idea, a una scelta, restare con le dita aggrappate ai propri desideri era un fenomeno che a stento riusciva a controllare. La depressione da bulimia le causava una strana dipendenza emotiva che a tratti prorompeva come una saetta fra i segmenti delle sue certezze. Il tè bisognava versarlo alle cinque e cinque, la torta doveva essere tirata via dal frigo alle cinque e dieci e le tavolette di cioccolata fondente, da mezzo chilo ognuna, dovevano essere aperte entro e non oltre le sei della sera, prima del tramonto. La sua giornata era scandita in tanti piccoli pranzi e cene e colazioni di fortuna; nemmeno riusciva a pensare se prima non ingoiava qualcosa da mangiare. Si accorgeva dello spazio intorno a sé solo quando si incastrava tra la sedia e il tavolo della cucina o quando sentiva i due braccioli della poltrona segnarle i fianchi. Non aveva tempo per occuparsi degli oggetti né degli uomini. Sua madre le lasciava i soldi per la spesa sulla macchina da cucire, in corridoio, ed era lei a gestire le buste del supermercato e i ripiani negli stipi che a tratti sembravano crollare, vinti dal peso dei dolciumi. E ora che il grande giorno era arrivato non riusciva più a stare tranquilla, nemmeno al telefono, sudava come un’anguilla e non era capace di smettere di mangiare. Voleva mettere fine al suo piano. Roberta, che aveva dodici chili in più di Nadia, non aveva dei punti fermi nella sua vita e ancora meno riusciva a dire no quando la situazione lo richiedeva. A dieci anni, per via di una disfunzione ormonale, era stata ricoverata in ospedale per oltre un mese e in meno di un anno era stata operata al fegato per ben due volte. Quando fu dimessa pesava centotrenta chili e a stento poteva allacciarsi le stringhe delle scarpe. Si era trovata a combattere con un corpo enorme e in più il cibo non le dava poi tutte quelle soddisfazioni momentanee che da sempre, invece, luccicavano sulla lingua aspra di Nadia. Si erano conosciute a un corso di nuoto per giovani diabetici e da subito – in seguito a un furto di cioccolate nella sala pranzo della clinica che le accoglieva – si erano ritrovate a vivere le stesse passioni per la solitudine e i video amatoriali. “Vieni qui…ti faccio vedere una cosa!” aveva detto Nadia alla sua amica acerba. Teneva un enorme telo da bagno avvolto intorno alle mammelle che, nonostante la sua giovane età, le colavano a picco sull’addome, striate di smagliature color porpora. “Questa è di mio padre!” le disse, mostrando una beretta semi-automatica avvolta in un panno di velluto nero. “Questa invece l’ho rubata a casa di mio nonno, tanto quello dorme dalla mattina alla sera…non se ne accorgerà mai!” aggiunse Nadia, con in mano una carabina della seconda guerra mondiale. Il timbro dell’esercito italiano era impresso a fuoco sul legno del manico ma poco dopo, coperto dalla schiuma, si inabissò fra le mani grasse di Nadia e non ne venne più fuori. “Ti piacciono molto le armi?” chiese Roberta, e intanto che Nadia cercava di puntare la carabina verso un volto al di là della finestra, si allacciò intorno al ventre flaccido l’enorme cintura rosa dell’accappatoio. “Lo sai che fai schifo con quel colore addosso?” gridò Nadia puntando la carabina alla gola di Roberta. “Sembri una cazzo di scrofa, tua madre dove ha gli occhi? Non sa che il rosa sta male addosso alle ragazze grasse come te? Domani vieni a casa mia, ti regalo io qualcosa che potrai indossare senza sentirti a disagio. Se riesci porta della roba da mangiare, io per colazione di solito bevo il tè…alle cinque e cinque…tre fette di torta alle mele e una barretta di cioccolato fondente!” finì di parlare che aveva tra le mani solo la carabina, il telo da bagno le era scivolato via dal corpo restituendola al mondo scivolosa di sudore e marchiata di peli. Non c’era nessuna espressione giusta per il suo volto, ogni smorfia, ogni sguardo, tutto ciò che si assestava sulla sua faccia gonfia non trovava pace. “Non possiamo mangiare il cioccolato Nadia!” disse Roberta, e per evitare altro imbarazzo si coprì il viso con un asciugamani, in fretta indossò i calzini di spugna e il pantalone della tuta. “Sai che potrei ucciderti se volessi?” sussurrò Nadia. Puntò la carabina in mezzo alle mammelle di Roberta canticchiando una strana filastrocca danese che aveva imparato da sua nonna. Roberta restò immobile, con l’ago dell’insulina ficcato nel polpaccio e una tachicardia che solo grazie alla sua cintura di grasso riuscì a tenere nascosta. Voleva tornare a casa e chiamare la polizia, rompere una volta per tutte quella stupida promessa fatta con Nadia e salvare la sua anima obesa. Era stato da sempre un problema spiegare agli altri che in fondo il cibo per lei non era tutta questa meraviglia; la sua obesità aveva una natura ormonale e questo la faceva sentire ancora più diversa e fuori-posto. Con Nadia – agli inizi &#8211; aveva pensato di trovare un’alleata, quella comprensione reciproca che troppo spesso non trovava nei distratti compagni di scuola. Voleva riuscire a non pensare a ciò che lo specchio le sbatteva in faccia, proprio come succedeva a Nadia, che più si guardava i fianchi carnosi più si sentiva speciale: diceva sempre che lei era venuta al mondo per compiere una missione. Roberta cercò di vestirsi in fretta e senza degnare Nadia di uno sguardo. Tirò in su la panciera e con le mani nascose le tette smisurate all’interno del reggiseno color carne. Quando si alzò dalla panca di legno vide la sua amica nuda, seduta sui resti di un toast mangiato per metà e con in mano la vecchia carabina da guerra. “Allora ci vediamo domani per il tè?” chiese Nadia con l’aria di chi stesse organizzando un felice pranzo di Natale. Nemmeno si era accorta della maionese e del tonno che le segavano la gamba destra. Indossò la tuta e i calzini con i quali aveva corso in palestra; restò vestita con lo stesso slip che aveva inzuppato sotto la doccia e prima di infilarsi le scarpe tirò via dalla sacca della borsa una barretta di cioccolato al latte e la ingoiò quasi per intero. “Io vado…grazie per l’invito!” rispose Roberta, poi si incamminò verso la porta d’uscita appesantita da una strana sensazione di disgusto. Ancora una volta non era stata capace di rifiutare un invito indigesto. La sua timidezza cresceva alla stessa velocità del suo corpo, e più cercava di fuggire quella massa di carne spontanea più rischiava di rimanerne prigioniera. Passando dal bar della palestra rubò una saliera vuota e al negozio di ceramiche all’angolo, prima di arrivare a casa, fece di tutto per nascondersi in tasca un delfino di vetro ma non ci riuscì. Si addormentò a tarda sera, con il rosario tra le mani e una speranza &#8211; nel cuore ingrossato &#8211; di poter un domani camminare fra la gente senza sentirsi in colpa. Ma il giorno stabilito era arrivato. Alzatasi dal letto Roberta aveva riposto il rosario nel cassetto della scrivania, riempito lo zaino di caramelle e fichi ricoperti di cioccolata, dopo aver indossato la tuta e la panciera aveva persino provveduto alla giornaliera dose di insulina prima di avviarsi in strada, in attesa dell’autobus che l’avrebbe condotta a casa di Nadia. Era un giorno di primavera, gli alberi cominciavano a fiorire e le prime rondini prendevano ad annunciarsi da lontano, con le loro code a forbice e quel malinconico volo silenzioso che tanto stimolava l’immaginazione di Roberta. Ne incrociò due durante il tragitto, provò a seguirne le traiettorie col cellulare ma presto ricordò che Nadia le aveva ordinato di eliminare tutti i file video in modo da poter utilizzare il telefonino per il loro filmato commemorativo. Così Roberta si allontanò dall’azzurro levigato del cielo per dedicarsi alla cancellazione dei file che Nadia le aveva ordinato. Tenne per sé una breve registrazione in cui si vedeva suo padre in pigiama, prima di morire. Il viso scavato dal cancro e le fosse sulla pelle generate dalle chemio lo rendevano tenero e infinitamente eroico. Lo rivide trenta volte prima di scendere, erano le cinque e tre minuti. Bussò alla porta che il tè già fumava nelle tazze. “Sei una stronza…ti avevo detto alle cinque!” urlò Nadia, e mentre la spingeva tirandola per i capelli le strappò via di mano il cellulare. “Chi cazzo è questo vecchio di merda? Ti avevo detto di cancellare tutto, sei solo una vacca impaurita!” continuò ad ansimare e quasi i capelli le cadevano dal cranio tanto era l’ira che dentro la rendeva incandescente e folle. Si girò di spalle respirando a fatica. “Ecco, ho cancellato questo vecchio di merda; ora possiamo partire!” disse Nadia, si asciugò una lamina di sudore acido dalla fronte e prima ancora di bere il tè tirò da sotto al divano la vecchia carabina da guerra. “Davvero andremo in paradiso così?” chiese Roberta sottovoce, e più la sua compagna di giochi si accostava alla finestra più avvertiva il cuore aumentare la corsa fin quasi a spaccarsi. “Tu devi stare solo zitta, prendi il cellulare e comincia a filmare. Quando ti dico azione schiaccia il tasto della registrazione e inquadrami gli occhi. Poi scendi sulla bocca e io inizio a parlare. Aspetta che sistemo il foglio…così posso leggere!” e mentre Roberta provava a memorizzare gli ordini ricevuti Nadia cercava di fissare la carabina alla sua spalla paffuta. Erano le cinque e dodici minuti, dalla parte opposta della strada i clienti entravano e uscivano dalla farmacia in compagnia dei loro sacchetti verde acido. Risparmiò una coppia anziana e due uomini in giacca e cravatta. Alle cinque e sedici uscì dalla farmacia una donna grassa vestita di nero, un uomo di colore con le scarpe sporche di calce e due bambine accompagnate da un vecchio con la schiena curva. L’orologio a pendolo cominciò a scandire i suoi colpi alle cinque e trenta frantumando il muro di silenzio che le due amiche avevano tirato su per non guardarsi. “Eccola…ci siamo! Mi ascolti stupida vacca? Appena ti dico azione comincia a registrare” disse Nadia alla sua compagna di giochi. Quando si voltò a guardarla, con gli occhi pieni di rabbia, in quel momento Roberta capì che tutto sarebbe andato storto, per lei e per quello che sarebbe rimasto nei giorni a venire. “Azione!!!” gridò Nadia, tirò in giù il maglione di lana leggera e sistemò i ricci sudati sulle spalle. Roberta sfiorò appena il tasto per la registrazione, quasi come se il tremore e l’incertezza avessero potuto renderla meno colpevole e spietata. “Quando vedrete questo filmato io e la mia amica non ci saremo più. Ci sono delle cose che vanno fatte; il coraggio ci distingue da tutte le altre persone, da tutte le stupide ragazzine che vediamo a scuola ogni giorno. Gli amici ci fanno schifo, non vogliamo i loro stupidi scherzi e non vogliamo vivere una vita di merda come quella dei nostri genitori. Noi siamo libere, vero Roberta? Mando un bacio ai genitori di Roberta e anche ai miei…questo è anche per voi!” concluse Nadia, prese in mano la carabina e la sistemò sul davanzale della finestra che dava sulla strada. Spostò appena le tende ricamate e con la mano fece segno alla sua compagna di giochi di avvicinarsi, continuando a registrare. Erano le cinque e venti minuti, dalla farmacia venne fuori una donna dai capelli lunghi: indossava un cardigan di filo, color prugna, dei sandali di cuoio e un sorriso morbido come le nuvole. Camminò con garbo fino all’entrata del bar, tenne la schiena dritta tutto il tempo e sul viso un disegno intenso di vita vissuta. Trascinò il suo corpo leggero senza far rumore, le sue gambe solcavano il marciapiede con eleganza, nei suoi passi echeggiavano i ricordi di una vita felice e ancor più benessere sprigionavano i suoi capelli puliti mossi da un vento impalpabile. Avanzò leggera per qualche metro, inconsapevole delle trame bizzarre che il destino stava tessendo per lei da quella finestra su al terzo piano. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/04/Jenny-Saville-1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1472" title="Jenny Saville-1" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/04/Jenny-Saville-1-e1335515959341.jpg" alt="" width="620" height="467" /></a></p>
<p><strong>di Gianfranco Di Fiore</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nadia era stata molto chiara al telefono, come sempre non aveva risparmiato offese e urla alla sua compagna di giochi, tanto che Roberta pensò quasi di mettere giù la cornetta senza nemmeno rispondere. Non era mai stato facile opporsi al volere di Nadia e proprio nel giorno in cui Roberta aveva deciso di mettere fine a quella tormentata amicizia la sua amica aveva fissato l’ora esatta per l’azione. Il problema era che Nadia non sopportava i ritardi e i cambiamenti di programma, rimanere fedele a un’idea, a una scelta, restare con le dita aggrappate ai propri desideri era un fenomeno che a stento riusciva a controllare.</p>
<p style="text-align: justify;">La depressione da bulimia le causava una strana dipendenza emotiva che a tratti prorompeva come una saetta fra i segmenti delle sue certezze. Il tè bisognava versarlo alle cinque e cinque, la torta doveva essere tirata via dal frigo alle cinque e dieci e le tavolette di cioccolata fondente, da mezzo chilo ognuna, dovevano essere aperte entro e non oltre le sei della sera, prima del tramonto. La sua giornata era scandita in tanti piccoli pranzi e cene e colazioni di fortuna; nemmeno riusciva a pensare se prima non ingoiava qualcosa da mangiare. Si accorgeva dello spazio intorno a sé solo quando si incastrava tra la sedia e il tavolo della cucina o quando sentiva i due braccioli della poltrona segnarle i fianchi. Non aveva tempo per occuparsi degli oggetti né degli uomini. Sua madre le lasciava i soldi per la spesa sulla macchina da cucire, in corridoio, ed era lei a gestire le buste del supermercato e i ripiani negli stipi che a tratti sembravano crollare, vinti dal peso dei dolciumi.<span id="more-1471"></span></p>
<p style="text-align: justify;">E ora che il grande giorno era arrivato non riusciva più a stare tranquilla, nemmeno al telefono, sudava come un’anguilla e non era capace di smettere di mangiare. Voleva mettere fine al suo piano.</p>
<p style="text-align: justify;">Roberta, che aveva dodici chili in più di Nadia, non aveva dei punti fermi nella sua vita e ancora meno riusciva a dire no quando la situazione lo richiedeva. A dieci anni, per via di una disfunzione ormonale, era stata ricoverata in ospedale per oltre un mese e in meno di un anno era stata operata al fegato per ben due volte. Quando fu dimessa pesava centotrenta chili e a stento poteva allacciarsi le stringhe delle scarpe. Si era trovata a combattere con un corpo enorme e in più il cibo non le dava poi tutte quelle soddisfazioni momentanee che da sempre, invece, luccicavano sulla lingua aspra di Nadia.</p>
<p style="text-align: justify;">Si erano conosciute a un corso di nuoto per giovani diabetici e da subito – in seguito a un furto di cioccolate nella sala pranzo della clinica che le accoglieva – si erano ritrovate a vivere le stesse passioni per la solitudine e i video amatoriali.</p>
<p style="text-align: justify;">“Vieni qui…ti faccio vedere una cosa!” aveva detto Nadia alla sua amica acerba. Teneva un enorme telo da bagno avvolto intorno alle mammelle che, nonostante la sua giovane età, le colavano a picco sull’addome, striate di smagliature color porpora. “Questa è di mio padre!” le disse, mostrando una beretta semi-automatica avvolta in un panno di velluto nero. “Questa invece l’ho rubata a casa di mio nonno, tanto quello dorme dalla mattina alla sera…non se ne accorgerà mai!” aggiunse Nadia, con in mano una carabina della seconda guerra mondiale. Il timbro dell’esercito italiano era impresso a fuoco sul legno del manico ma poco dopo, coperto dalla schiuma, si inabissò fra le mani grasse di Nadia e non ne venne più fuori.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ti piacciono molto le armi?” chiese Roberta, e intanto che Nadia cercava di puntare la carabina verso un volto al di là della finestra, si allacciò intorno al ventre flaccido l’enorme cintura rosa dell’accappatoio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Lo sai che fai schifo con quel colore addosso?” gridò Nadia puntando la carabina alla gola di Roberta. “Sembri una cazzo di scrofa, tua madre dove ha gli occhi? Non sa che il rosa sta male addosso alle ragazze grasse come te? Domani vieni a casa mia, ti regalo io qualcosa che potrai indossare senza sentirti a disagio. Se riesci porta della roba da mangiare, io per colazione di solito bevo il tè…alle cinque e cinque…tre fette di torta alle mele e una barretta di cioccolato fondente!” finì di parlare che aveva tra le mani solo la carabina, il telo da bagno le era scivolato via dal corpo restituendola al mondo scivolosa di sudore e marchiata di peli.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’era nessuna espressione giusta per il suo volto, ogni smorfia, ogni sguardo, tutto ciò che si assestava sulla sua faccia gonfia non trovava pace.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non possiamo mangiare il cioccolato Nadia!” disse Roberta, e per evitare altro imbarazzo si coprì il viso con un asciugamani, in fretta indossò i calzini di spugna e il pantalone della tuta.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sai che potrei ucciderti se volessi?” sussurrò Nadia. Puntò la carabina in mezzo alle mammelle di Roberta canticchiando una strana filastrocca danese che aveva imparato da sua nonna. Roberta restò immobile, con l’ago dell’insulina ficcato nel polpaccio e una tachicardia che solo grazie alla sua cintura di grasso riuscì a tenere nascosta. Voleva tornare a casa e chiamare la polizia, rompere una volta per tutte quella stupida promessa fatta con Nadia e salvare la sua anima obesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Era stato da sempre un problema spiegare agli altri che in fondo il cibo per lei non era tutta questa meraviglia; la sua obesità aveva una natura ormonale e questo la faceva sentire ancora più diversa e fuori-posto. Con Nadia – agli inizi &#8211; aveva pensato di trovare un’alleata, quella comprensione reciproca che troppo spesso non trovava nei distratti compagni di scuola. Voleva riuscire a non pensare a ciò che lo specchio le sbatteva in faccia, proprio come succedeva a Nadia, che più si guardava i fianchi carnosi più si sentiva speciale: diceva sempre che lei era venuta al mondo per compiere una missione.</p>
<p style="text-align: justify;">Roberta cercò di vestirsi in fretta e senza degnare Nadia di uno sguardo. Tirò in su la panciera e con le mani nascose le tette smisurate all’interno del reggiseno color carne. Quando si alzò dalla panca di legno vide la sua amica nuda, seduta sui resti di un toast mangiato per metà e con in mano la vecchia carabina da guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">“Allora ci vediamo domani per il tè?” chiese Nadia con l’aria di chi stesse organizzando un felice pranzo di Natale. Nemmeno si era accorta della maionese e del tonno che le segavano la gamba destra. Indossò la tuta e i calzini con i quali aveva corso in palestra; restò vestita con lo stesso slip che aveva inzuppato sotto la doccia e prima di infilarsi le scarpe tirò via dalla sacca della borsa una barretta di cioccolato al latte e la ingoiò quasi per intero.</p>
<p style="text-align: justify;">“Io vado…grazie per l’invito!” rispose Roberta, poi si incamminò verso la porta d’uscita appesantita da una strana sensazione di disgusto. Ancora una volta non era stata capace di rifiutare un invito indigesto. La sua timidezza cresceva alla stessa velocità del suo corpo, e più cercava di fuggire quella massa di carne spontanea più rischiava di rimanerne prigioniera.</p>
<p style="text-align: justify;">Passando dal bar della palestra rubò una saliera vuota e al negozio di ceramiche all’angolo, prima di arrivare a casa, fece di tutto per nascondersi in tasca un delfino di vetro ma non ci riuscì. Si addormentò a tarda sera, con il rosario tra le mani e una speranza &#8211; nel cuore ingrossato &#8211; di poter un domani camminare fra la gente senza sentirsi in colpa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma il giorno stabilito era arrivato. Alzatasi dal letto Roberta aveva riposto il rosario nel cassetto della scrivania, riempito lo zaino di caramelle e fichi ricoperti di cioccolata, dopo aver indossato la tuta e la panciera aveva persino provveduto alla giornaliera dose di insulina prima di avviarsi in strada, in attesa dell’autobus che l’avrebbe condotta a casa di Nadia. Era un giorno di primavera, gli alberi cominciavano a fiorire e le prime rondini prendevano ad annunciarsi da lontano, con le loro code a forbice e quel malinconico volo silenzioso che tanto stimolava l’immaginazione di Roberta. Ne incrociò due durante il tragitto, provò a seguirne le traiettorie col cellulare ma presto ricordò che Nadia le aveva ordinato di eliminare tutti i file video in modo da poter utilizzare il telefonino per il loro filmato commemorativo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così Roberta si allontanò dall’azzurro levigato del cielo per dedicarsi alla cancellazione dei file che Nadia le aveva ordinato. Tenne per sé una breve registrazione in cui si vedeva suo padre in pigiama, prima di morire. Il viso scavato dal cancro e le fosse sulla pelle generate dalle chemio lo rendevano tenero e infinitamente eroico. Lo rivide trenta volte prima di scendere, erano le cinque e tre minuti. Bussò alla porta che il tè già fumava nelle tazze.</p>
<p style="text-align: justify;">“Sei una stronza…ti avevo detto alle cinque!” urlò Nadia, e mentre la spingeva tirandola per i capelli le strappò via di mano il cellulare. “Chi cazzo è questo vecchio di merda? Ti avevo detto di cancellare tutto, sei solo una vacca impaurita!” continuò ad ansimare e quasi i capelli le cadevano dal cranio tanto era l’ira che dentro la rendeva incandescente e folle. Si girò di spalle respirando a fatica. “Ecco, ho cancellato questo vecchio di merda; ora possiamo partire!” disse Nadia, si asciugò una lamina di sudore acido dalla fronte e prima ancora di bere il tè tirò da sotto al divano la vecchia carabina da guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">“Davvero andremo in paradiso così?” chiese Roberta sottovoce, e più la sua compagna di giochi si accostava alla finestra più avvertiva il cuore aumentare la corsa fin quasi a spaccarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Tu devi stare solo zitta, prendi il cellulare e comincia a filmare. Quando ti dico azione schiaccia il tasto della registrazione e inquadrami gli occhi. Poi scendi sulla bocca e io inizio a parlare. Aspetta che sistemo il foglio…così posso leggere!” e mentre Roberta provava a memorizzare gli ordini ricevuti Nadia cercava di fissare la carabina alla sua spalla paffuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano le cinque e dodici minuti, dalla parte opposta della strada i clienti entravano e uscivano dalla farmacia in compagnia dei loro sacchetti verde acido. Risparmiò una coppia anziana e due uomini in giacca e cravatta. Alle cinque e sedici uscì dalla farmacia una donna grassa vestita di nero, un uomo di colore con le scarpe sporche di calce e due bambine accompagnate da un vecchio con la schiena curva.</p>
<p style="text-align: justify;">L’orologio a pendolo cominciò a scandire i suoi colpi alle cinque e trenta frantumando il muro di silenzio che le due amiche avevano tirato su per non guardarsi.</p>
<p style="text-align: justify;">“Eccola…ci siamo! Mi ascolti stupida vacca? Appena ti dico azione comincia a registrare” disse Nadia alla sua compagna di giochi. Quando si voltò a guardarla, con gli occhi pieni di rabbia, in quel momento Roberta capì che tutto sarebbe andato storto, per lei e per quello che sarebbe rimasto nei giorni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">“Azione!!!” gridò Nadia, tirò in giù il maglione di lana leggera e sistemò i ricci sudati sulle spalle. Roberta sfiorò appena il tasto per la registrazione, quasi come se il tremore e l’incertezza avessero potuto renderla meno colpevole e spietata.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando vedrete questo filmato io e la mia amica non ci saremo più. Ci sono delle cose che vanno fatte; il coraggio ci distingue da tutte le altre persone, da tutte le stupide ragazzine che vediamo a scuola ogni giorno. Gli amici ci fanno schifo, non vogliamo i loro stupidi scherzi e non vogliamo vivere una vita di merda come quella dei nostri genitori. Noi siamo libere, vero Roberta? Mando un bacio ai genitori di Roberta e anche ai miei…questo è anche per voi!” concluse Nadia, prese in mano la carabina e la sistemò sul davanzale della finestra che dava sulla strada. Spostò appena le tende ricamate e con la mano fece segno alla sua compagna di giochi di avvicinarsi, continuando a registrare.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano le cinque e venti minuti, dalla farmacia venne fuori una donna dai capelli lunghi: indossava un cardigan di filo, color prugna, dei sandali di cuoio e un sorriso morbido come le nuvole. Camminò con garbo fino all’entrata del bar, tenne la schiena dritta tutto il tempo e sul viso un disegno intenso di vita vissuta.</p>
<p style="text-align: justify;">Trascinò il suo corpo leggero senza far rumore, le sue gambe solcavano il marciapiede con eleganza, nei suoi passi echeggiavano i ricordi di una vita felice e ancor più benessere sprigionavano i suoi capelli puliti mossi da un vento impalpabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Avanzò leggera per qualche metro, inconsapevole delle trame bizzarre che il destino stava tessendo per lei da quella finestra su al terzo piano.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong></p>
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		<title>L&#8217;occhio del soldato</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 09:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Marenzana]]></category>
		<category><![CDATA[l'occhio del soldato]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[ di Angelo Marenzana “Secondo me lei ne sa qualcosa di tutta questa faccenda.” La butto lì seminascosto dal giornale aperto. “Parla con me?” il taxista risponde e mette la freccia per svoltare a sinistra. Scala marcia e la Giulia spande nell’aria un rumore secco. “Si, credo che lei sia l’unico che ha visto bene in faccia chi ha messo la bomba dentro la banca.” Mi aspetto una reazione che invece non arriva. L’autista imbocca il viale nella corsia riservata, senza un sussulto, senza una smorfia. E’ freddo come l’aria tagliente di questi giorni. Ma sono sicuro di aver colpito nel segno perché stringe il volante fino a farsi diventare bianche le nocche delle dita. Lo vedo riflesso nello specchietto retrovisore. Mi sembra un brav’uomo, dalla faccia anonima e onesta, con le guance molli scavate da una ragnatela fitta di piccole rughe, un omone senza la stoffa dell’eroe che tira a campare guidando tutto il giorno. Si porta addosso l’odore di minestrone riscaldato, il gusto di una mela dopo cena, con le maniche della camicia rimboccate a bere l’ultimo goccio di vino prima di sedersi di fronte alla televisione, distratto dalle chiacchiere di una moglie grassa come lui che gli sciabatta attorno pettegolando dei vicini. Uno come tanti, con la voglia di comperarsi due stanze più servizi in una palazzina nuova, attento a difendere la calvizie con una coppoletta a quadri beige, e la sciarpetta a croce sotto il cappotto. Poi si rianima, mi sbircia guardingo, incredulo, spaventato. Per lui sono l’intruso che spezza l’ordine dei suoi passi, una presenza fastidiosa come un acaro della rogna. Faccio finta di niente, complice il giornale che ho davanti. Se fossi saggio dovrei dirgli che voglio scendere, pagare, lasciargli la mancia, andarmene a piedi fino al giornale, e continuare con la solita cronaca di quartiere, pezzi quasi assonnati, che escono ormai da soli da una penna abituata alle stesse parole, per sopravvivere con un mestiere che non mi farà mai ricco né famoso. Non dovrei ficcare il naso in una faccenda che sembra più grossa di noi due e di sua moglie messi insieme. Questa volta non è solo cronaca di malavita, c’è qualcosa in più, qualcosa di tragicamente diverso. Lo si capisce anche solo annusando l’aria in città. “Cosa vuole da me? &#8211; la sua voce si sovrappone al battere ritmico e ossessivo del tassametro.” “Niente.. fare quattro chiacchiere in amicizia.” “Noi non siamo amici.” “I tassisti chiacchierano sempre volentieri con i loro clienti.” “Questa balla chi gliel’ha raccontata?” Torna il silenzio, i luoghi comuni non aiutano a sostenere il discorso. Poi la sosta al semaforo. “Chi è lei?” nella sua voce c’è più calore. Forse più coraggio. “Un cliente che ha chiesto di essere portato fino a casa.” “Sarà mica un poliziotto?” “Perché ho l’aria del questurino?” “No. Mi sembra dei nostri, non ha l’accento della bassa. Allora?” Sospiro. “Un giornalista.” Al verde il taxista scivola lento nel traffico, rimbalza sull’acciottolato e sui binari dei tram. La gente scorre veloce sui marciapiedi, con la befana appiccicata alle vetrine dei negozi. La città vive. A modo suo, ma vive, anche se spaccata in due. Un’anima più metodica e conservatrice, pronta a chiudere il ciclo delle feste, un’altra, più intellettuale e ribelle, si dichiara capace di portare la rivoluzione rovesciando nelle piazze studenti, operai, slogan e bandiere rosse. Il solo tratto comune sono i morti del dicembre scorso che pesano increduli e imbarazzati sui sentimenti e sulle chiacchiere di tutti quanti. “Forse sono stato un po’ brusco – dico buttando il giornale sul sedile accanto – ma credo che abbia accompagnato lei l’attentatore in banca.” Il taxista mette la freccia e accosta con una sterzata brusca. “Scenda subito. – mi dice – e non si faccia più vedere.” “Non sia sciocco, come l’ho trovata io la troverà anche la polizia&#8230;” “Io non c’entro niente.” “Io l’ho vista. &#8211; Lui si gira verso di me con occhi increduli &#8211; Quando il tipo è sceso dal suo taxi, lei è ripartito, era arrabbiato o no? se lo ricorda?” “E allora?” “Io ero a piedi e lei mi ha tagliato la strada. L’ho mandata a quel paese. Ho preso il suo numero di targa… &#8211; mi interrompo per un istante &#8211; Però le devo anche la vita.” Lui reagisce corrugando la fronte. “Ero così fuori di me per colpa sua che sono passato davanti alla banca e ho tirato dritto!” E così non sono finito là dentro a pagare l’affitto e a farmi dilaniare dall’esplosione: salvato da un anonimo taxista che stava per spaccarmi le ginocchia con la sua Giulia. Ricostruendo i tempi dell’attentato mi sono ricordato dell’episodio, ho visualizzato la schiena del cliente, il cappotto marrone, e la borsa che portava con se. E avevo ancora il numero di targa. “Lei è l’unico ad averlo visto bene in faccia, magari gli ha parlato come adesso sta parlando con me.” “La smetta.” Replica piano. “Solo lei può identificarlo.” “La polizia ha già trovato il colpevole.” Dice senza convinzione. “Si sono buttati sulle tracce di un anarchico, che è pure volato giù dalla finestra e non si capisce neanche come abbia fatto – parlo quasi mangiandomi le parole &#8211; Ma sono in molti a non credere alla favola dell’anarchico bombarolo. Sono finiti i tempi del re! E quando cambieranno direzione, scoveranno subito lei e il suo taxi.” “Mi dia retta giovanotto, lasci perdere. Quelli sono tutti d’accordo.” “D’accordo?” “E’ tutto un minestrone… c’è di mezzo la politica.” “E lei come lo sa?” “Io non so niente, sono solo un taxista.” “Però può dare una mano a scoprire la verità.” “Ma quale verità vuole scoprire. – Alza una mano per farmi tacere &#8211; Lasci fare a chi prende lo stipendio per queste cose. Sono troppo grosse per gente come noi.” E’ rosso in viso, e negli occhi sembra accumularsi tutta l’energia del suo cuore pronto a scoppiare da un momento all’altro. “Tu non l’hai fatta la guerra… a proposito com’è che ti chiami?” “Enrico” “Enrico, io invece la guerra l’ho fatta, e sai cosa ti dico. Che quello che ha messo la bomba non è matto. I matti hanno un’altra faccia, li vedi lontano un chilometro, te lo dico io. Ma lo sai cos’ho imparato in guerra?” “No.” “Te la spiega uno che non ha mica studiato tanto. Ho imparato a guardare i soldati negli occhi. – e pesa le parole, una per una, come un presentatore della televisione &#8211; E quello che ho portato in giro io ha gli occhi del soldato. Glieli ho visti bene. Ma non del disgraziato che rischia la pelle con la divisa strappata, e mangia topi e fango. Non so neanche bene come spiegarti. Ma dentro quegli occhi c’era un’ombra. Quello è uno che ci campa coi morti e con le bombe, te lo dico io. Mica come noi che aspettiamo la paga a fine mese e ci viene il cagotto se non abbiamo i soldi per pagare la rata del divano.” Ritorna a guardare la strada, e con la punta delle dita accarezza l’immaginetta metallica della madonnina di Lourdes appiccicata con una calamita al cruscotto. “Dietro uno così ci sono i pezzi grossi! Scendi, e vai a casa con il tram, che questa corsa la pago io.” “Allora ha già deciso?” “Ci penso! tanto sai dove trovarmi.” Apro la portiera e metto un piede fuori. Di colpo i vetri della macchina esplodono sulle nostre teste come una pioggia tagliente. Istintivamente mi piego e mi raggomitolo tra l’auto e il marciapiede coprendomi la faccia con le mani. Arrivano altri colpi, sono più vicini, e nell’aria c’è odore di bruciato e urla di gente che corre. Una fiammata mi penetra la schiena, mi irrigidisco. Non ho più fiato. Poi il freddo… …apro gli occhi, e la luce bianca mi ferisce. Nelle orecchie ho il rantolo del mio stesso respiro. I polmoni sono due sacche asciutte. Vedo i contorni delle cose sfocati. Sono steso in un letto. Provo a muovermi. Ho nausea. La prima cosa che faccio è ripetere il mio nome in testa e la data di nascita, come quando ero svenuto da ragazzo giocando a pallone. Percepisco una presenza. E’ un’infermiera che si avvicina. I tratti del suo viso sono sdoppiati. Sistema la flebo. Poi si allontana. La intravedo vicino alla porta con un paio di uomini, e la sento che dice: …solo cinque minuti. I due si avvicinano. Uno si appoggia alla sponda del letto. “Ti sei svegliato?” &#8211; e agita una mano a mezz’aria come a scacciare una mosca fastidiosa. E’ vestito con un cappotto marrone. “Ehi…” insiste. Vedo i suoi occhi incastonati in un volto sfocato. – dobbiamo solo farti un paio di domande.” Sono scampato alla morte dentro la banca, e pure nel taxi. Forse le sto andando incontro una terza volta. Sarà l’ultima? Sento lo stomaco fare una capriola, e subito penso che il taxista aveva ragione. La luce di quegli occhi non si può descrivere ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/04/Strage-di-Stato.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-1468" title="Strage di Stato" src="http://www.vicolocannery.it/wp-content/uploads/2012/04/Strage-di-Stato-e1335346409206.jpg" alt="" width="620" height="441" /></a></p>
<p><strong>di Angelo Marenzana</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Secondo me lei ne sa qualcosa di tutta questa faccenda.” La butto lì seminascosto dal giornale aperto.<br />
“Parla con me?” il taxista risponde e mette la freccia per svoltare a sinistra. Scala marcia e la Giulia spande nell’aria un rumore secco.<br />
“Si, credo che lei sia l’unico che ha visto bene in faccia chi ha messo la bomba dentro la banca.”<br />
Mi aspetto una reazione che invece non arriva. L’autista imbocca il viale nella corsia riservata, senza un sussulto, senza una smorfia. E’ freddo come l’aria tagliente di questi giorni. Ma sono sicuro di aver colpito nel segno perché stringe il volante fino a farsi diventare bianche le nocche delle dita.<br />
Lo vedo riflesso nello specchietto retrovisore.<br />
Mi sembra un brav’uomo, dalla faccia anonima e onesta, con le guance molli scavate da una ragnatela fitta di piccole rughe, un omone senza la stoffa dell’eroe che tira a campare guidando tutto il giorno. Si porta addosso l’odore di minestrone riscaldato, il gusto di una mela dopo cena, con le maniche della camicia rimboccate a bere l’ultimo goccio di vino prima di sedersi di fronte alla televisione, distratto dalle chiacchiere di una moglie grassa come lui che gli sciabatta attorno pettegolando dei vicini. Uno come tanti, con la voglia di comperarsi due stanze più servizi in una palazzina nuova, attento a difendere la calvizie con una coppoletta a quadri beige, e la sciarpetta a croce sotto il cappotto.<span id="more-1467"></span><br />
Poi si rianima, mi sbircia guardingo, incredulo, spaventato. Per lui sono l’intruso che spezza l’ordine dei suoi passi, una presenza fastidiosa come un acaro della rogna. Faccio finta di niente, complice il giornale che ho davanti. Se fossi saggio dovrei dirgli che voglio scendere, pagare, lasciargli la mancia, andarmene a piedi fino al giornale, e continuare con la solita cronaca di quartiere, pezzi quasi assonnati, che escono ormai da soli da una penna abituata alle stesse parole, per sopravvivere con un mestiere che non mi farà mai ricco né famoso. Non dovrei ficcare il naso in una faccenda che sembra più grossa di noi due e di sua moglie messi insieme. Questa volta non è solo cronaca di malavita, c’è qualcosa in più, qualcosa di tragicamente diverso. Lo si capisce anche solo annusando l’aria in città.<br />
“Cosa vuole da me? &#8211; la sua voce si sovrappone al battere ritmico e ossessivo del tassametro.”<br />
“Niente.. fare quattro chiacchiere in amicizia.”<br />
“Noi non siamo amici.”<br />
“I tassisti chiacchierano sempre volentieri con i loro clienti.”<br />
“Questa balla chi gliel’ha raccontata?”<br />
Torna il silenzio, i luoghi comuni non aiutano a sostenere il discorso. Poi la sosta al semaforo.<br />
“Chi è lei?” nella sua voce c’è più calore. Forse più coraggio.<br />
“Un cliente che ha chiesto di essere portato fino a casa.”<br />
“Sarà mica un poliziotto?”<br />
“Perché ho l’aria del questurino?”<br />
“No. Mi sembra dei nostri, non ha l’accento della bassa. Allora?”<br />
Sospiro. “Un giornalista.”<br />
Al verde il taxista scivola lento nel traffico, rimbalza sull’acciottolato e sui binari dei tram. La gente scorre veloce sui marciapiedi, con la befana appiccicata alle vetrine dei negozi.<br />
La città vive. A modo suo, ma vive, anche se spaccata in due.<br />
Un’anima più metodica e conservatrice, pronta a chiudere il ciclo delle feste, un’altra, più intellettuale e ribelle, si dichiara capace di portare la rivoluzione rovesciando nelle piazze studenti, operai, slogan e bandiere rosse. Il solo tratto comune sono i morti del dicembre scorso che pesano increduli e imbarazzati sui sentimenti e sulle chiacchiere di tutti quanti.<br />
“Forse sono stato un po’ brusco – dico buttando il giornale sul sedile accanto – ma credo che abbia accompagnato lei l’attentatore in banca.”<br />
Il taxista mette la freccia e accosta con una sterzata brusca.<br />
“Scenda subito. – mi dice – e non si faccia più vedere.”<br />
“Non sia sciocco, come l’ho trovata io la troverà anche la polizia&#8230;”<br />
“Io non c’entro niente.”<br />
“Io l’ho vista. &#8211; Lui si gira verso di me con occhi increduli &#8211; Quando il tipo è sceso dal suo taxi, lei è ripartito, era arrabbiato o no? se lo ricorda?”<br />
“E allora?”<br />
“Io ero a piedi e lei mi ha tagliato la strada. L’ho mandata a quel paese. Ho preso il suo numero di targa… &#8211; mi interrompo per un istante &#8211; Però le devo anche la vita.”<br />
Lui reagisce corrugando la fronte.<br />
“Ero così fuori di me per colpa sua che sono passato davanti alla banca e ho tirato dritto!”<br />
E così non sono finito là dentro a pagare l’affitto e a farmi dilaniare dall’esplosione: salvato da un anonimo taxista che stava per spaccarmi le ginocchia con la sua Giulia. Ricostruendo i tempi dell’attentato mi sono ricordato dell’episodio, ho visualizzato la schiena del cliente, il cappotto marrone, e la borsa che portava con se. E avevo ancora il numero di targa.<br />
“Lei è l’unico ad averlo visto bene in faccia, magari gli ha parlato come adesso sta parlando con me.”<br />
“La smetta.” Replica piano.<br />
“Solo lei può identificarlo.”<br />
“La polizia ha già trovato il colpevole.” Dice senza convinzione.<br />
“Si sono buttati sulle tracce di un anarchico, che è pure volato giù dalla finestra e non si capisce neanche come abbia fatto – parlo quasi mangiandomi le parole &#8211; Ma sono in molti a non credere alla favola dell’anarchico bombarolo. Sono finiti i tempi del re! E quando cambieranno direzione, scoveranno subito lei e il suo taxi.”<br />
“Mi dia retta giovanotto, lasci perdere. Quelli sono tutti d’accordo.”<br />
“D’accordo?”<br />
“E’ tutto un minestrone… c’è di mezzo la politica.”<br />
“E lei come lo sa?”<br />
“Io non so niente, sono solo un taxista.”<br />
“Però può dare una mano a scoprire la verità.”<br />
“Ma quale verità vuole scoprire. – Alza una mano per farmi tacere &#8211; Lasci fare a chi prende lo stipendio per queste cose. Sono troppo grosse per gente come noi.”<br />
E’ rosso in viso, e negli occhi sembra accumularsi tutta l’energia del suo cuore pronto a scoppiare da un momento all’altro.<br />
“Tu non l’hai fatta la guerra… a proposito com’è che ti chiami?”<br />
“Enrico”<br />
“Enrico, io invece la guerra l’ho fatta, e sai cosa ti dico. Che quello che ha messo la bomba non è matto. I matti hanno un’altra faccia, li vedi lontano un chilometro, te lo dico io. Ma lo sai cos’ho imparato in guerra?”<br />
“No.”<br />
“Te la spiega uno che non ha mica studiato tanto. Ho imparato a guardare i soldati negli occhi. – e pesa le parole, una per una, come un presentatore della televisione &#8211;  E quello che ho portato in giro io ha gli occhi del soldato. Glieli ho visti bene. Ma non del disgraziato che rischia la pelle con la divisa strappata, e mangia topi e fango. Non so neanche bene come spiegarti. Ma dentro quegli occhi c’era un’ombra. Quello è uno che ci campa coi morti e con le bombe, te lo dico io. Mica come noi che aspettiamo la paga a fine mese e ci viene il cagotto se non abbiamo i soldi per pagare la rata del divano.”<br />
Ritorna a guardare la strada, e con la punta delle dita accarezza l’immaginetta metallica della madonnina di Lourdes appiccicata con una calamita al cruscotto.<br />
“Dietro uno così ci sono i pezzi grossi! Scendi, e vai a casa con il tram, che questa corsa la pago io.”<br />
“Allora ha già deciso?”<br />
“Ci penso! tanto sai dove trovarmi.”<br />
Apro la portiera e metto un piede fuori. Di colpo i vetri della macchina esplodono sulle nostre teste come una pioggia tagliente. Istintivamente mi piego e mi raggomitolo tra l’auto e il marciapiede coprendomi la faccia con le mani. Arrivano altri colpi, sono più vicini, e nell’aria c’è odore di bruciato e urla di gente che corre. Una fiammata mi penetra la schiena, mi irrigidisco. Non ho più fiato. Poi il freddo…</p>
<p style="text-align: justify;">…apro gli occhi, e la luce bianca mi ferisce. Nelle orecchie ho il rantolo del mio stesso respiro. I polmoni sono due sacche asciutte. Vedo i contorni delle cose sfocati. Sono steso in un letto. Provo a muovermi. Ho nausea. La prima cosa che faccio è ripetere il mio nome in testa e la data di nascita, come quando ero svenuto da ragazzo giocando a pallone. Percepisco una presenza. E’ un’infermiera che si avvicina. I tratti del suo viso sono sdoppiati. Sistema la flebo. Poi si allontana. La intravedo vicino alla porta con un paio di uomini, e la sento che dice: …solo cinque minuti. I due si avvicinano. Uno si appoggia alla sponda del letto.<br />
“Ti sei svegliato?” &#8211; e agita una mano a mezz’aria come a scacciare una mosca fastidiosa. E’ vestito con un cappotto marrone.<br />
“Ehi…” insiste. Vedo i suoi occhi incastonati in un volto sfocato. – dobbiamo solo farti un paio di domande.”<br />
Sono scampato alla morte dentro la banca, e pure nel taxi. Forse le sto andando incontro una terza volta. Sarà l’ultima? Sento lo stomaco fare una capriola, e subito penso che il taxista aveva ragione. La luce di quegli occhi non si può descrivere</p>
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