Fatti di calcio

Di Angelo Petrella

Se volessi fare come Saviano direi che i fatti di ieri [3 maggio, ndr.] li avevo tutti previsti anni e anni fa nei miei romanzi La città perfetta e Nazi Paradise perché lo scrittore e la letteratura hanno il compito di bla bla bla…
Ma non lo farò. Sarebbe troppo semplice: intendo, il pontificare, moralizzare o sparare a zero senza soffermarsi nemmeno un istante a riflettere sull’accaduto.

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Qui è ancora Cuba

Di Ilaria Scarpiello

Tutto quello che ricorda sono gli odori e le sconfitte. Il freddo pungente sulle guance e la delusione di non aver mai vinto niente. Qualche canzone degli Stadio, una donna poco convinta.

“Non ricordi altro dell’Italia, Santiago?”

Il vecchio beve l’ultimo sorso puntando per un attimo il mento al soffitto, poi risponde al giovane italiano scuotendo la testa da parte a parte.

“Ne vuoi ancora, Santiago?”

Non aspetta risposta e fa un cenno con la mano a Denis, al di là del bancone, fra le bottiglie.

“A Cuba, la mattina, il daiquiri lo beviamo leggero. Serve come carburante per lavorare i campi.”

“A l’Avana lo bevono leggero, forse. Qui non di sicuro.”

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Sciocchezze

di Andrea Pomella

Il Grande Nulla mi ha convocato alla visita medica periodica per il controllo dello stato di salute dei lavoratori. La dottoressa mi ha fatto alcune domande. Ha iniziato chiedendomi: “Come stai?” Le ho risposto: “Bene”. L’ho trovata una domanda un po’ imbarazzante. Una di quelle domande difronte alle quali, se avessi avuto quattordici anni, non avrei saputo trattenere un risolino idiota. Perché da un medico che deve farti una visita completa non ti aspetti che esordisca chiedendoti “Come stai?” Voglio dire, una risposta sensata sarebbe stata: “È compito tuo dirmi come sto”. E invece, dopo l’iniziale perplessità, ho pensato che quello fosse un buon modo per iniziare una visita di controllo. E ho pensato anche che la sua vera domanda fosse in realtà: “Come pensi di stare?” Insomma, ho fatto questa visita. A un certo punto la dottoressa mi ha invitato a infilare la faccia nello strumento per la misurazione della vista. Prima però mi ha chiesto: “Scrivi mai al computer?” Ci ho pensato un attimo, poi ho risposto: “Sì, ma solo delle sciocchezze”. Continue reading “Sciocchezze” »

La bella principianza

Di Annalisa Di Salvatore

Scavalcami.

Ti suggeriva, ti invitava, ti chiedeva? Sulla pista da ballo la sua gamba destra, inattesa, sbarrava il passo ancora incerto del tuo piede sinistro, mentre dentro a un bisbiglio lui ti diceva: scavalcami. Lo scavalcasti e, mentre lo facevi, il corpo memorizzava un’informazione nuova che non avresti più dovuto chiedere in seguito. Presto avresti imparato che, in quella sera da principiante, avevi messo in musica la tua prima parada. Ti pareva di avvertire una specie di nostalgia preventiva, la rivelazione del momento in cui non saresti stata più una principiante. Bella, la principianza. Il diritto indiscusso all’errore, lo spazio franco dell’azione sgravata dalla responsabilità dell’esperienza, il privilegio della giovinezza impreparata: la principianza legittimava nuovi debutti di vita.

Questo fu per te il tango argentino.

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Il giorno in cui bruciammo Emil Nolde

Di Orso Tosco

Come ogni ogni volta che può, Jaco sta scegliendo un’opera da dare alle fiamme.
La parte nord ovest del museo è crollata da tempo. Attraverso le macerie si intravede la cattedrale di Saint Paul. Nella luce di questo tramonto inestinguibile sembra una enorme meringa blasfema. Strafottente, al centro delle fiamme, circondata dagli incendi e dal loro rumore di stomaco che digerisce male.
Ma Jaco ignora tutto questo. Ciò che può restare resta, tutto il resto cade.

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Un attimo

Di Marino Buzzi

Fitta alla tempia destra, sangue dal naso, la vista si annebbia. Cado in avanti, sbatto il ginocchio destro a terra, entrambi i palmi delle mani sul suolo bagnato. Rimango a carponi incapace di rialzarmi. Passanti che mi guardano, passi veloci, qualcuno mi afferra, cado su un fianco, non sento i rumori, vedo la sagoma di una donna sopra di me. Chiudo gli occhi.

Tre ore al pronto soccorso, mi mettono su una barella, rimango nel corridoio, non sento nulla, la testa continua a farmi un male terribile. Un infermiere spinge la barella verso una stanza, mi spogliano, mi mettono un grembiule verde, la macchina è fredda, mi bloccano la testa, entro nella macchina. Quaranta minuti, mi portano in un’altra stanza. Televisione, bagno, letto. Sono da solo.

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Uomo di vetro

Di Flavia Gasperetti

La morte, o la sua entelechia, il senso impossibile a fraintendersi della fine, è discesa su Learco un martedì mattina di febbraio. Si è annunciata, la morte, sotto forma di un catetere che la robusta infermiera slovena dell’ospedale San Camillo di Roma ha inserito nella sua vescica a mezzo della dolorosa e umiliante penetrazione di una cannula di lattice nella di lui uretra.

Quando finalmente la slovena se ne va, indignata per il suo comportamento offensivo, per le sue urla, indignata ma non al punto di rifiutare soldi che non le spettavano dalle dita fredde e tremanti di sua figlia Gabriella, Learco rimane da solo a osservare la sacca di plastica trasparente agganciata alla sponda del letto. Vescica gemella alla sua, vaso comunicante, suo speculare inorganico cui è unito tramite il tubicino che ha fatto del suo pene un’inutile guarnizione, miserabile budello di carne che deturpa il nitore anche formale di un presidio sterile e meccanicamente perfetto. Learco guarda la sacca riempirsi della propria torbida urina e capisce che non è più al sicuro, padrone di se stesso al riparo dei propri tessuti come è giusto e normale che sia. Adesso Learco è un uomo di vetro. Le sue funzioni corporali accadono, manifeste, visibili a tutti come il passaggio della sabbia in una clessidra. Cosa si aspettano che faccia ora? Per settimane lo hanno scongiurato di ricominciare a muoversi, di camminare e poi gli fanno questo. Learco non si alzerà dal letto per mostrarsi al mondo alambicco vivente. Non se ne andrà in giro offrendo agli sguardi altrui lo spettacolo dei suoi processi metabolici.

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Gli insetti non pagano il mutuo

Di Nadia Terranova

Ho passato gran parte della mia vita in una casa vicino al mare che ho strappato con onore ad alcune specie animali.

All’inizio degli anni Ottanta, dopo la separazione da mio padre, io e la mia poco più che ventenne madre tornammo a vivere dai suoi genitori, in un palazzo con i fregi sui balconi e i soffitti affrescati. Il nostro terzo piano, una sopraelevazione di epoca successiva, era il più triste, il più umido e l’unico senza rilievi di pregio. Allora era popolato da una fauna variegata: selvaggina fresca, canarini vivi, bestie esotiche impagliate e un cane da caccia – un universo post-fascista su cui mio nonno regnava con sovrana nostalgia. In veste di bipedi implumi c’erano i fratelli e le sorelle di mia madre, minorenni o freschi di maturità, con le fidanzate, gli amici, i compagni di classe, di università o di partito. Più o meno eravamo organizzati così: le donne movimentiste, demoproletarie o leniniste, gli uomini fascisti o fancazzisti. Poi c’era lo strano caso della nonna che con gli estranei si dichiarava disinteressata, con il marito rinverdiva ricordi del ventennio, nel segreto dell’urna votava radicali. Era soprattutto lei a occuparsi di me, perciò trovo normale avere idee che non vanno d’accordo tra loro.

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Il reduce

Di Marco Ciriello

Ciro Immobile è un reduce, uno di quegli attaccanti che vengono da un mondo lontano. Connette due tempi, non solo il centrocampo con l’attacco del suo Torino. È uno di quei calciatori che sembra appena uscito da un temporale, una partita giocata nel fango, viene da lontano, tira da lontano, andrà molto lontano. Lo immagino arrivare anche agli allenamenti mattutini come uno che ha appena superato una trincea, un confine.

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Vicolo Cannery è lieta di presentare

Da oggi in libreria.