Sciocchezze

di Andrea Pomella

Il Grande Nulla mi ha convocato alla visita medica periodica per il controllo dello stato di salute dei lavoratori. La dottoressa mi ha fatto alcune domande. Ha iniziato chiedendomi: “Come stai?” Le ho risposto: “Bene”. L’ho trovata una domanda un po’ imbarazzante. Una di quelle domande difronte alle quali, se avessi avuto quattordici anni, non avrei saputo trattenere un risolino idiota. Perché da un medico che deve farti una visita completa non ti aspetti che esordisca chiedendoti “Come stai?” Voglio dire, una risposta sensata sarebbe stata: “È compito tuo dirmi come sto”. E invece, dopo l’iniziale perplessità, ho pensato che quello fosse un buon modo per iniziare una visita di controllo. E ho pensato anche che la sua vera domanda fosse in realtà: “Come pensi di stare?” Insomma, ho fatto questa visita. A un certo punto la dottoressa mi ha invitato a infilare la faccia nello strumento per la misurazione della vista. Prima però mi ha chiesto: “Scrivi mai al computer?” Ci ho pensato un attimo, poi ho risposto: “Sì, ma solo delle sciocchezze”. Continue reading “Sciocchezze” »

Palline da tennis

Di Andrea Pomella

Sabato sono andato a correre sulla pista ciclabile che costeggia il fiume. Dopo un po’ mi sono fermato vicino a un circolo sportivo, mi sono messo a guardare dei ragazzi che prendevano lezioni di tennis. Erano disposti in due file, i destri da una parte i mancini dall’altra. Il maestro lanciava le palline e loro le colpivano con la racchetta, colpi regolarmente fiacchi e inefficaci. Oltre la recinzione del campo c’era una vecchietta, scrutava nell’erba alla ricerca delle palline smarrite. Quando ne trovava una la infilava in un sacchetto di plastica trasparente.

 

Domenica ho accompagnato mio figlio a una festa di compleanno. Sono rimasto un po’ in disparte mentre i ragazzini giocavano. Ho ascoltato i discorsi degli altri genitori, si vantavano ognuno del proprio lavoro. C’era una donna sui venticinque, vestita di verde, che per tutto il pomeriggio non ha fatto altro che raccontare storielle di viaggi e di grandi feste. Quando è arrivato il suo turno ha dichiarato: “Sto per fare un corso di editing, così aiuto mio marito che fa il poeta”.

Continue reading “Palline da tennis” »

Memento

Di Andrea Pomella

Ti ha telefonato a ferragosto, ti ha invitato a pranzo nella casa al lago, ma tu avevi da scrivere, tua moglie e tuo figlio erano in Sardegna, e avevi deciso che avresti passato quei giorni di solitudine a scrivere, così gli hai detto di no, gli hai detto che dovevi lavorare, “Lavori anche a ferragosto?” ti ha chiesto, “Ne approfitto un po’”, gli hai risposto, e hai rifiutato l’invito per il pranzo di ferragosto, lui aveva la voce flebile, ce l’aveva da cinque anni ormai, un tempo aveva la voce forte, tonante, non una voce roca, eccessivamente virile, ma energica, da uomo occupato in mille faccende da sbrigare, e che le sbrigava tutte, ma adesso, dopo cinque anni di chemioterapia, gli si era fatta quella voce scossa, tremante, che aveva un fondo di spavento, “Ne approfitto che non ci sono Alessandra e il bambino”, hai aggiunto, e hai passato il giorno di ferragosto a scrivere, tappato in casa, senza vedere né sentire nessuno, seduto al vecchio tavolo, con la finestra aperta, la luce d’agosto, la città in silenzio, hai passato il giorno di ferragosto così, anziché salire in macchina e andare da lui, hai anteposto questo gioco della scrittura al suo invito, e per questo odierai la scrittura per il resto della vita, non avendo la forza di odiare te stesso.

Fuori dalla sala operatoria lo aspettavano le sue tre famiglie, da una parte le sue figlie, dall’altra la sua compagna e le figlie della sua compagna che lui aveva cresciuto come se fossero anche figlie sue, e voi, tre famiglie che ribollivano, e tu che pensavi: “Non so quanti uomini possono vantarsi di avere tre famiglie restando innocenti”; lui aveva tre famiglie senza avere colpa di nulla, aveva tre famiglie ed era innocente.

Continue reading “Memento” »

La misura del danno

Di Andrea Pomella (Questo brano è un estratto dal romanzo La misura del danno, edito da
Fernandel, da pochi giorni in libreria)

Non si era mai ambientato a Vigna Clara. Osservando la fauna umana che popolava il quartiere aveva presto abbandonato l’idea che un giorno o l’altro avrebbe potuto essere uno di loro. Col tempo gli era diventato difficile muoversi a piedi, incrociare per strada donne coi visi devastati dalla chirurgia plastica, creature algide e filiformi con occhi da squali, o abbronzate biondine di bella famiglia che non ridevano mai. Era un conflitto irrisolvibile che lo rendeva insofferente. Di rado lo si vedeva seduto ai tavoli del caffè di Vigna Stelluti, a sorseggiare aperitivi tra avvocati e primari, architetti e direttori di banca, tutti accomunati dall’avere sul viso fitti reticoli di rughe da troppi solarium, o comitive di ragazzi vestiti in divisa d’ordinanza, coi pantaloni beige, le camicie bianche e i pullover blu arrotolati sulle spalle, i capelli lisci e un po’ lunghi con appena un principio di stempiatura, la puzza di classe dirigente che verrà, le conversazioni regolate su un unico argomento, ossia macchine dai quarantamila euro in su. Preferiva uscire dal quartiere e andare lontano, non dover guardare tutti i giorni il tale con la faccia piena di pustole e il culo su un furgone bianco che faceva affari d’oro vendendo divise da lavoro per la servitù domestica della zona, e intorno un via vai di asiatici piccoli e tozzi che discutevano animatamente sulle taglie e sulla consistenza di quelle stoffe. Qualche volta cambiava lato della strada per non incrociare quei tipi in bermuda e mocassino Tod’s che portavano a spasso cani di razze aliene, o vecchie contesse che calavano in strada dai loro attici e che al tramonto si facevano accompagnare dalle badanti moldave a sgranchire le ossa di cartapesta. Perfino i bambini avevano qualcosa di strano da quelle parti. Non erano, per così dire, naturali. Nei primi tempi si era domandato per quale ragione, per esempio, fossero tutti invariabilmente biondi, così biondi da assomigliare ai protagonisti di quel vecchio film di fantascienza intitolato Il villaggio dei dannati. Aveva presto scoperto che il biondo rappresentava uno status symbol e che le madri non esitavano a tingere i capelli dei propri figli, anche quando questi erano ancora piccolissimi, pur di far assumere loro quell’aria locale snob che li distingueva dal resto della città.

Continue reading “La misura del danno” »

Le luci di segnalazione del ripetitore Telecom

 

di Andrea Pomella

Alle sette di sera avevano preso la consolare per Roma, con Davide al volante. Faceva caldo, però c’erano i platani lungo la strada che facevano ombra, e poi i campi di un giallo a secchi, a perdita d’occhio, e all’orizzonte le prime creste di una nuvolaglia grandiosa. Tania aveva il gomito fuori dal finestrino, fumava. Sotto muoveva i talloni fuori dalle scarpe, si massaggiava le vesciche sfregando nervosamente un piede contro l’altro. Avevano parlato di come era stata carina la cerimonia e tutto il resto, il taglio della cravatta dello sposo, il lancio del bouquet, i balli latino americani. A un certo punto lei si era incupita, aveva fatto quella domanda: “Senti, e sedecido di tenerlo?” Il fumo era arrivato un istante dopo, come una distrazione, da una bmw grigia ferma cento metri più avanti, col culo girato di traverso, il muso agganciato al tronco di un platano in una maniera quasi affettuosa, come se la macchina abbracciasse l’albero coi suoi moncherini di lamiera. Il fumo. Davide aveva scalato due marce, messo le quattro frecce e rallentato, aveva accostato sulla striscia laterale, una ventina di metri oltre il caos. C’era un tipo sulla cinquantina che stava seduto per terra con la schiena appoggiata al montante dello sportello, la camicia aperta sul petto, singhiozza vacolando dal naso. Dentro, sul lato passeggero, c’era l’altra: un torso senza gambe, un sagittario metà donna metà cruscotto Continue reading “Le luci di segnalazione del ripetitore Telecom” »