
Di Angelo Marenzana
Le fronde dei platani spandevano un odore amaro. Un odore che ho sempre associato al verde. Forse è per questo che la bile è verde. Ogni colore ne ha uno. Credo. Piccante quello rosso, come il peperoncino del mio paese, dolce l’arancione, salato il blu, e il giallo… il giallo chissà. Forse ha l’odore acidulo del vino bianco frizzante di bassa qualità.
Trovai il brigadiere Santanna puntuale ad aspettarmi. L’unica persona che forse non mi avrebbe riservato sorprese. Profumava di sapone da bucato e il collo della camicia era inamidato, bianco. La divisa altrettanto immacolata, pur usurata dal tempo e dal servizio. Era un uomo che sapeva di famiglia. Si accompagnava alla scia di una moglie che si occupava di lui, che gli aveva preparato la colazione sul tavolo della cucina e l’acqua calda per farsi la barba. Una donna attenta che, magari la sera prima, aveva concesso al marito il proprio corpo solo per il piacere di dargli piacere.
Mi disse: “Buon giorno, ispettore”.
Poi salì in macchina dopo avermi aperto la portiera. Mi guardava con una luce diversa dal solito. Forse era curiosità, o forse, vedendo la mia faccia voleva chiedermi …tutto bene capo? ma non osava farlo, non si azzardava a entrare nella mia vita per rispetto, per la distanza imposta dalle nostre diverse funzioni. Sentivo di averlo turbato. Il suo silenzio aveva un peso differente dal solito. Non osavo nemmeno io guardarmi in faccia. Non mi ero rasato, l’abito stazzonato, il cappello calato in fretta e furia sui capelli a mala pena sistemati con un colpo della mano, rendevano il mio aspetto più crudo di quanto non fosse di solito.
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di Angelo Marenzana
Ha un sorriso molle che gli taglia la faccia in due. Come lo vedo capisco che qualcosa non quadra. Preferisco fare finta di niente, quando si sposta di lato per lasciarmi passare. Apro la porta della toelette. Entro. Alle spalle sfumano i rumori della fiera. La porta si richiude automaticamente per difendere con il silenzio l’intimità dei servizi igienici. Dentro c’è odore aspro di limone, mescolato a candeggina e disinfettanti.
L’altro mi sta dietro, come una specie di coda. Sento il peso di quella presenza estranea, la sua energia, il suo fiato sul collo. Cammina dietro di me con le scarpe che scricchiolano a segnare il ritmo pacato del passo. Mi ricordano quelle lucide di vernice nera che mia madre mi obbligava a mettere nei giorni di festa quand’ero bambino.
Nessun altro. Un silenzio imbarazzante avvolge l’ambiente e mi stuzzica a lanciare una sfida allo sconosciuto. Passo davanti ai gabinetti vuoti, con la porta socchiusa. Scelgo l’orinatoio più distante, al capo opposto dello stanzone tutto piastrellato di bianco come una macelleria. L’altro non si scrolla di dosso, e fa esattamente quello che temo. Si accosta volutamente al mio fianco con una mano sulla cerniera dei pantaloni e l’altra ad accarezzare i pochi capelli rossicci, lisci, appiccicati tra di loro, in un taglio da scodella in testa.
Mi fissa. Io faccio finta di niente. Però il gioco mi ha preso la mano. Gusto un certo sapore. Un non so che mi stuzzica e mi fa dimenticare il barlume di tensione che incomincia ad irrigidirmi i muscoli delle gambe.
Aspetto solo un suo gesto. Continue reading “Il gioco” »

di Angelo Marenzana
Di solito Larissa beveva vodka con succo di pomodoro, limone, tabasco, peperoncino e un sacco di altre spezie mescolate insieme, un long drink dal colore rosso smorto, ma dal sapore vitale, forte e pungente. Bloody Mary. Aveva imparato ad apprezzarlo lavorando sulle navi da crociera sul fiume, viaggi di sette giorni per turisti e uomini soli. Lavorava con un contratto da assistente di sala che la costringeva a starsene appoggiata al banco del bar del night nelle ore notturne, avvolta dalla musica soft di un pianista a stuzzicare l’atmosfera. Restava in attesa di qualche cliente pronto a offrirle da bere, di solito roba scadente pagata un occhio della testa, solo per il piacere di stare in compagnia di una bella donna solo una manciata di minuti.
Ogni sera, come d’abitudine, in un momento di pausa Larissa si concedeva un Bloody Mary giusto per rilassare la testa e anestetizzare i pensieri. Lo sorseggiava sul ponte guardando lo scorrere malinconico del Volga che si confondeva nella notte color cobalto con la cappa del cielo. Un mare d’acqua dolce, difficile vedere la sponda opposta. E ogni volta pensava che è basso il cielo sopra la Russia. Come se fosse schiacciato a terra. Quasi da poterlo sfiorare solo alzando le braccia e tenendole tese, con le unghie pronto a graffiarlo.
Larissa racconta ancora oggi di essere uscita sul ponte a prendere una boccata di fresco, e di essere rimasta in piedi, insieme alle ore della notte, immobile, con il Volga di fronte, l’aria fredda che pizzicava gli occhi, e il viso a godere di un bagno di luce lunare. Quasi protagonista di un film in bianco e nero. Continue reading “Bloody Mary” »

di Angelo Marenzana
Genova, maggio 1948
“Questa volta si tratta di omicidio, commissario.”
Il brigadiere Santanna si voltò a guardare il superiore. Non notò la benché minima reazione alle sue parole nei tratti spigolosi del commissario Fiumanò. Pareva del tutto disinteressato a quanto il suo sottoposto gli stava dicendo.
“Il morto c’è, ha la gola aperta in due e per di più legato ad un albero.” Ribadì Santanna con un certo calore nella voce “Non penso abbia fatto tutto da solo”.
Non ottenne alcun risultato. Così rimase zitto pure lui. Diede un colpo d’acceleratore per superare una cunetta, poi scalò marcia facendo ondeggiare la camionetta in avanti e alla fine si portò verso il centro della strada per svoltare a destra, la dove incrociarono il bivio in direzione della radura boschiva appena prima delle Rocche di Bavari. Lasciò la macchina alla biforcazione con uno sterrato e, subito dopo, uno accanto all’altro, i due questurini, si addentrarono a piedi, incespicando tra buche, zolle fangose e ciuffi d’erba spinosa. Nella penombra del primo mattino, sulla loro sinistra si intravedeva la cresta color indaco del torrente Bisagno mentre dal basso saliva l’odore umido e freddo del torrente.
“Cosa si sa del morto?” chiese il commissario attento a dove stava mettendo i piedi.
“Per il momento nulla, nemmeno il nome.” Continue reading “Tripoli” »

di Angelo Marenzana
La prima volta che il maresciallo Filippo Ruocco aveva sentito il nome di Bill Clinton, era stato nella notte del 10 marzo 1977. Poche ore prima una pattuglia di carabinieri in borghese aveva fermato tre tipi a bordo di una Dyane rossa posteggiata in periferia, alla fine di Lungo Tanaro, dove sfuma il confine per l’attività di puttane e travestiti. Posto ideale, secondo i tre, per una canna.
Ma avevano sbagliato i conti.
In caserma, all’inizio, facevano i baldanzosi. Provocavano e ridacchiavano come se fossero i padroni del mondo. Anche l’atteggiamento da duri faceva parte del gioco. Poi, dopo un paio d’ore di urla, insulti, minacce di sberle che lasciano il segno delle cinque dita sulla faccia, e di passare qualche anno al fresco, avevano capito il rischio a tenere la bocca cucita. E così avevano deciso che potevano andare a fare in culo i carabinieri, l’ideologia, e soprattutto quello stronzetto che vendeva la roba e che non si capiva bene da dove arrivasse con quell’atteggiamento da figlio di buona famiglia che se la tirava da alternativo.
A essere sinceri, in tutta la vicenda anche il maresciallo Ruocco aveva fatto la sua parte. In fondo era un brav’uomo, un padre che confondeva i congiuntivi con i condizionali, e non cercava grane per nessuno. E così aveva convinto i tre malcapitati a collaborare senza prendere a schiaffi nessuno, e senza far tintinnare le manette. Non era suo costume usare quei metodi, soprattutto con dei ragazzotti dell’età dei suoi figli. Anche se ci teneva a sottolineare che fra di loro c’era una qualche differenza, visto che i suoi si preoccupavano di finire gli studi, uno da geometra e l’altra in quarta liceo, e soprattutto non si drogavano, e non andavano in giro di notte vestiti da mascalzoni.
I tre si decisero e fecero un nome. Bill Clinton. Continue reading “Settantasette” »

di Angelo Marenzana
Mi hanno arrestato alle cinque del mattino, al primo piano di una pensione a due stelle, in una stanza pidocchiosa presa in affitto per pochi euro. Ero steso sul letto, con la testa che ronzava per non aver chiuso occhio nemmeno un’ora. Non li aspettavo, non mi immaginavo che sarebbero arrivati così presto. Ma non mi sono meravigliato quando li ho sentiti armeggiare alla porta della mia camera. Non hanno bussato, e non l’hanno neanche sfondata. Si sono semplicemente fatti dare la chiave dai proprietari e sono entrati come a casa loro. Forse pensavano di trovarmi addormentato e di svegliarmi con una pistola alla fronte. Mi hanno trovato con gli occhi aperti e le braccia incrociate sotto la nuca. Il mio sguardo che li fissava ha creato un attimo di imbarazzo per tutti. Subito si sono bloccati, poi hanno incominciato a urlarmi contro e ho capito che erano più spaventati di me. Si sono avventati come un branco di lupi affamati sulla preda. Me ne sono trovati tre addosso, a schiacciarmi contro un materasso molle di un letto che cigolava come se soffrisse più di me. Un altro stava in mezzo alla porta e teneva sotto controllo la situazione con una mitraglietta in mano. Mi hanno trascinato giù per le scale ammanettato dietro la schiena, i soliti tre mi tenevano per le braccia e per i capelli. Senza nemmeno dirmi che erano poliziotti.
Nell’atrio della pensione appoggiato al banco c’era il proprietario che abbracciava la moglie. Passando li ho guardati, ma non ho visto i loro occhi rivolti a terra. E così ho capito che erano stati loro due a chiamare gli sbirri. Continue reading “L’uomo del Cairo” »

di Angelo Marenzana
“Secondo me lei ne sa qualcosa di tutta questa faccenda.” La butto lì seminascosto dal giornale aperto.
“Parla con me?” il taxista risponde e mette la freccia per svoltare a sinistra. Scala marcia e la Giulia spande nell’aria un rumore secco.
“Si, credo che lei sia l’unico che ha visto bene in faccia chi ha messo la bomba dentro la banca.”
Mi aspetto una reazione che invece non arriva. L’autista imbocca il viale nella corsia riservata, senza un sussulto, senza una smorfia. E’ freddo come l’aria tagliente di questi giorni. Ma sono sicuro di aver colpito nel segno perché stringe il volante fino a farsi diventare bianche le nocche delle dita.
Lo vedo riflesso nello specchietto retrovisore.
Mi sembra un brav’uomo, dalla faccia anonima e onesta, con le guance molli scavate da una ragnatela fitta di piccole rughe, un omone senza la stoffa dell’eroe che tira a campare guidando tutto il giorno. Si porta addosso l’odore di minestrone riscaldato, il gusto di una mela dopo cena, con le maniche della camicia rimboccate a bere l’ultimo goccio di vino prima di sedersi di fronte alla televisione, distratto dalle chiacchiere di una moglie grassa come lui che gli sciabatta attorno pettegolando dei vicini. Uno come tanti, con la voglia di comperarsi due stanze più servizi in una palazzina nuova, attento a difendere la calvizie con una coppoletta a quadri beige, e la sciarpetta a croce sotto il cappotto. Continue reading “L’occhio del soldato” »

di Angelo Marenzana
Slavo, trentatre anni, qualche precedente per sfruttamento della prostituzione, ma da tempo senza più debiti con la giustizia italiana. Goran Kanty è l’uomo trovato morto nella sua BMW, in uno sterrato dalle parti di Viareggio, dove di solito i clienti si appartano con le straniere che battono sulla statale.
Ucciso. Anzi, garrotato.
Perché il livido alto due dita che correva tutto attorno alla sua gola, la frattura di ossa, cartilagini e quant’altro ci permette di tenere su la testa, era stato causato proprio da uno strumento simile. E’ stato ucciso dalla stretta di una morsa da fabbro, una fascia di metallo che si stringe piano piano, roba da medio evo spagnolo che il carnefice di stato ha usato fino a trent’anni fa, prima di decidersi a rinchiuderlo definitivamente in un museo degli orrori. Il boia stringe e il condannato sente il cuore esplodere dentro. La morte invece, sta lì a guardare. E non si decide neanche troppo in fretta a pigliarsi e portarsi via quel povero disgraziato semi agonizzante.
Tra tanta assurdo tormento e il piacere pare che il passo sia molto, ma molto breve. Un filo li separa. Forse qualcosa di ancora più sottile. Certo è che qualcuno usa uno strumento del genere per amplificare le sue sensazioni al culmine del piacere sessuale.
E’ per questo che la polizia cerca una donna come responsabile della morte di Goran Kanty. Continue reading “Paloma Club Privé” »

di Angelo Marenzana
Il ragazzo rimase sospeso a mezz’aria, ginocchia piegate con i piedi sollevati all’altezza delle natiche, la fronte a filo del cerchio di metallo e le labbra serrate nello sforzo di schiacciare a mani unite la palla nel canestro. La maglietta gli svolazzò fin sopra le spalle lasciando scoperta la muscolatura nervosa e acerba che lo sosteneva nella spinta verso l’alto. Era tale la sua concentrazione da non riconoscere il sibilo. E così perse la sua personale sfida con il tempo, con la velocità, con lo spazio. Con le regole elementari della fisica. Lui era un atleta, diceva, e non riusciva a capire, neanche a spiegarglielo mille volte, come potesse un pezzo di piombo viaggiare con una rapidità tale solo premendo un grilletto. Il proiettile lo centrò nella schiena. La testa gli si rivoltò all’indietro e il sorriso si trasformò in una smorfia. Non urlò. E non provò nemmeno dolore. Gli mancò il tempo della coscienza. Il colpo sparato dal cecchino serbo nascosto tra la vegetazione della collina e armato di un Dragunov di produzione sovietica, gli sfondò la schiena e il cuore aprendo come una specie di ombrello rosso fatto di sangue e visceri che schizzavano tutto attorno. Le braccia si spalancarono in modo istintivo, quel che rimaneva del petto si arcuò come proiettato ancor più verso l’alto con un contraccolpo da balletto disordinato. Continue reading “L’ultima sfida” »
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