La casa di Hilde

Di Angelo Marenzana

Quel che restava della casa di Hilde si apriva come una ferita tra la vegetazione lucente di rugiada. Aaron diede di sprone lasciandosi alle spalle la selva di Turingia. Affrontò la discesa spingendo il cavallo tra spuntoni di pietre e rocce che tracciavano la direzione del sentiero. Aveva cavalcato per due giorni e due notti senza nemmeno il conforto del sonno su un morbido giaciglio. E, ingabbiato per troppo tempo tra faggi, pini e betulle, in quell’istante Aaron provò un’intensa sensazione di libertà quando si ritrovò fuori dalle inquietanti ombre della foresta. Gli parve di essere un naufrago tra le onde di un mare verde che il riflesso del sole rendeva a tratti colore dell’argento e della cenere. Una vegetazione bassa, intrico di foglie ovali, pelose e fiori dal calice come campane rosse, rosa e azzurre. Si perdevano a vista d’occhio appena superate le alture, fino a lambire i confini della valle dell’alto Werra.

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Millenovecentotrentasei

di Angelo Marenzana

(Tutte le storie hanno un inizio, ma quelle della letteratura poliziesca ne possono avere più d’uno. Per la crime story di solito vale il principio secondo il quale nulla si distrugge, tutto si trasforma. È la digestione laboriosa della narrativa popolare, fatta di approssimazioni ed esercizio, perché una seconda o una terza versione può valere molto più di un’idea geniale. E quasi mai è buona la prima. Non sempre, e forse non in Italia, ma in altri luoghi e per molto tempo è stato così, al punto che, il metodo in questione, qualcuno l’ha paragonato a una forma di cannibalismo. Nel senso che lo scrittore divorerebbe se stesso in un gioco ininterrotto di riscritture.

Pubblicato in rete nel 2008, Millenovecentotrentasei è uno di questi inizi: la prima apparizione del commissario Bendicò, protagonista del romanzo L’uomo dei temporali (Rizzoli) di Angelo Marenzana, in libreria dallo scorso mercoledì. In cinque anni molte cose sono cambiate. Altre si sono definite. Altre ancora è bene che si siano conservate com’erano. La città piemontese, che parla e vive accanto a Bendicò, non è più «la città». Ora ha un nome, ma questo non le impedisce di continuare a sussurrare una nenia di pettegolezzi. Ingenua e spietata, come solo la provincia sa essere, ma a modo suo, capace di rovesciare col soffio della maldicenza perfino la seconda legge della termodinamica, di «trasformare in fuoco la brace nascosta sotto la cenere. Senza mai scottarsi le dita». Il brigadiere Cefalo è stato sostituito da un pard d’eccezione che si chiama Rizzo. Il dottor Silvera ha affilato l’arma dell’ironia. Zappìa, il questore, è quello che è: un uomo orrendo che fa schifo. L’Italia fascista non cambierà mai. Oggi come ieri è sempre la stessa. Il giallo italiano ha dato battaglia alle camicie nere, ma partendo da città in qualche modo centrali: Roma, Bologna, Napoli. Quasi mai dalla prospettiva obliqua d’un bordo geografico. E questa è una novità. Augusto Maria Bendicò si è messo a fumare Macedonia Oro. È un tipo ostinato e parla poco, ma quando lo fa non ha peli sulla lingua. Non è un uomo semplice, conosce la malinconia e ha visto la guerra: l’altra, quella del ’15-’18. Non ammicca ai lettori, e neppure alle lettrici, benché abbia fascino e piaccia alle donne. Ha un carattere duro, ma sa che la giustizia e la legge percorrono strade diverse. È lui, eppure è diverso. Ha ancora il nome d’un segugio di razza: quello dell’alano del principe di Salina ne Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. E va bene così. Magari il lettore ci può trovare un riferimento a quel Paese in cui perfino i mutamenti più radicali sono funzionali a conservare lo stato di cose presente.

Buona lettura.) Continue reading “Millenovecentotrentasei” »

L’attesa

Di Angelo Marenzana

Domodossola, settembre 1944

La bicicletta ondeggiò leggermente. Con un colpo di contropedale il commissario Quirico bloccò le ruote e appoggiò i piedi a terra, poi scese e la sollevò per il sellino, per metterla sul marciapiede. Appoggiandola al muro notò una macchia di unto sui calzoni. Colpa di quel rottame, pensò. Non la usava mai per servizio. Ma in quei giorni gli dava una maggior sicurezza, come se gli permettesse di correre, magari all’improvviso, nel caso di bisogno.

Ventidue anni da questurino, e non sono pochi, diceva ai suoi colleghi, con la convinzione di sapere da che parte sistemare le cose giuste e quelle sbagliate. Adesso non più. Costretto a fare prima i conti con il disprezzo di chi lo giudicava il cane da guardia del regime, poi con il suo lavoro vero e proprio. E che razza di lavoro era? Se lo domandava spesso: delinquenti di piccolo calibro, poveracci che rubavano galline, macellazioni abusive che infrangevano le regole dell’annonaria, ubriachi, clandestini diretti in Svizzera, e quelli che ridevano alle spalle del Duce. Adesso poi c’era quella squadra di partigiani, sabotatori e comunisti, che non lo facevano più dormire di notte.

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Cronache Vere

Birdland

Di Angelo Marenzana

Il cliente della stanza 104 avanzava con passo lento, quasi svagato. Le spalle leggermente curve sotto la giacca di pelle scamosciata, e nella mano sinistra la custodia rigida e consumata di una tromba. Fumava, nonostante il divieto appeso al muro. Albert, il portiere di notte dell’Hotel California con camera matrimoniale, servizi e vista sul mare d’inverno a 35 euro, non gli disse nulla. Si limitò a rispondere a un silenzioso cenno di saluto, lo guardò imboccare le scale che portavano al piano superiore e spostò con una flessione dell’indice la tazzina di fronte a sé.

“Questo tipo ha l’anima satura di alcol, fumo e musica”. Disse guardando verso il gruppo dei tre uomini, un geometra e due operai clienti dell’hotel per quattro notti la settimana, tutti seduti attorno ad un tavolino tondo in vimini a bersi grappa dalla stessa bottiglia. “Basta guardare il profilo del suo corpo”.

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Vicolo Cannery è lieta di presentare…

L’uomo dei temporali di Angelo Marenzana, in libreria da settembre, esce oggi in anteprima ebook.

«L’uomo dei temporali. A l’è an gir da’n para ‘d dì.»

 

Non come in guerra

Di Angelo Marenzana

Le fronde dei platani spandevano un odore amaro. Un odore che ho sempre associato al verde. Forse è per questo che la bile è verde. Ogni colore ne ha uno. Credo. Piccante quello rosso, come il peperoncino del mio paese, dolce l’arancione, salato il blu, e il giallo… il giallo chissà. Forse ha l’odore acidulo del vino bianco frizzante di bassa qualità.

Trovai il brigadiere Santanna puntuale ad aspettarmi. L’unica persona che forse non mi avrebbe riservato sorprese. Profumava di sapone da bucato e il collo della camicia era inamidato, bianco. La divisa altrettanto immacolata, pur usurata dal tempo e dal servizio. Era un uomo che sapeva di famiglia. Si accompagnava alla scia di una moglie che si occupava di lui, che gli aveva preparato la colazione sul tavolo della cucina e l’acqua calda per farsi la barba. Una donna attenta che, magari la sera prima, aveva concesso al marito il proprio corpo solo per il piacere di dargli piacere.

Mi disse: “Buon giorno, ispettore”.

Poi salì in macchina dopo avermi aperto la portiera. Mi guardava con una luce diversa dal solito. Forse era curiosità, o forse, vedendo la mia faccia voleva chiedermi …tutto bene capo? ma non osava farlo, non si azzardava a entrare nella mia vita per rispetto, per la distanza imposta dalle nostre diverse funzioni. Sentivo di averlo turbato. Il suo silenzio aveva un peso differente dal solito. Non osavo nemmeno io guardarmi in faccia. Non mi ero rasato, l’abito stazzonato, il cappello calato in fretta e furia sui capelli a mala pena sistemati con un colpo della mano, rendevano il mio aspetto più crudo di quanto non fosse di solito.

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Il gioco

di Angelo Marenzana

Ha un sorriso molle che gli taglia la faccia in due. Come lo vedo capisco che qualcosa non quadra. Preferisco fare finta di niente, quando si sposta di lato per lasciarmi passare. Apro la porta della toelette. Entro. Alle spalle sfumano i rumori della fiera. La porta si richiude automaticamente per difendere con il silenzio l’intimità dei servizi igienici. Dentro c’è odore aspro di limone, mescolato a candeggina e disinfettanti.
L’altro mi sta dietro, come una specie di coda. Sento il peso di quella presenza estranea, la sua energia, il suo fiato sul collo. Cammina dietro di me con le scarpe che scricchiolano a segnare il ritmo pacato del passo. Mi ricordano quelle lucide di vernice nera che mia madre mi obbligava a mettere nei giorni di festa quand’ero bambino.
Nessun altro. Un silenzio imbarazzante avvolge l’ambiente e mi stuzzica a lanciare una sfida allo sconosciuto. Passo davanti ai gabinetti vuoti, con la porta socchiusa. Scelgo l’orinatoio più distante, al capo opposto dello stanzone tutto piastrellato di bianco come una macelleria. L’altro non si scrolla di dosso, e fa esattamente quello che temo. Si accosta volutamente al mio fianco con una mano sulla cerniera dei pantaloni e l’altra ad accarezzare i pochi capelli rossicci, lisci, appiccicati tra di loro, in un taglio da scodella in testa.
Mi fissa. Io faccio finta di niente. Però il gioco mi ha preso la mano. Gusto un certo sapore. Un non so che mi stuzzica e mi fa dimenticare il barlume di tensione che incomincia ad irrigidirmi i muscoli delle gambe.
Aspetto solo un suo gesto. Continue reading “Il gioco” »

Bloody Mary

di Angelo Marenzana

Di solito Larissa beveva vodka con succo di pomodoro, limone, tabasco, peperoncino e un sacco di altre spezie mescolate insieme, un long drink dal colore rosso smorto, ma dal sapore vitale, forte e pungente. Bloody Mary. Aveva imparato ad apprezzarlo lavorando sulle navi da crociera sul fiume, viaggi di sette giorni per turisti e uomini soli. Lavorava con un contratto da assistente di sala che la costringeva a starsene appoggiata al banco del bar del night nelle ore notturne, avvolta dalla musica soft di un pianista a stuzzicare l’atmosfera. Restava in attesa di qualche cliente pronto a offrirle da bere, di solito roba scadente pagata un occhio della testa, solo per il piacere di stare in compagnia di una bella donna solo una manciata di minuti.

Ogni sera, come d’abitudine, in un momento di pausa Larissa si concedeva un Bloody Mary giusto per rilassare la testa e anestetizzare i pensieri. Lo sorseggiava sul ponte guardando lo scorrere malinconico del Volga che si confondeva nella notte color cobalto con la cappa del cielo. Un mare d’acqua dolce, difficile vedere la sponda opposta. E ogni volta pensava che è basso il cielo sopra la Russia. Come se fosse schiacciato a terra. Quasi da poterlo sfiorare solo alzando le braccia e tenendole tese, con le unghie pronto a graffiarlo.

Larissa racconta ancora oggi di essere uscita sul ponte a prendere una boccata di fresco, e di essere rimasta in piedi, insieme alle ore della notte, immobile, con il Volga di fronte, l’aria fredda che pizzicava gli occhi, e il viso a godere di un bagno di luce lunare. Quasi protagonista di un film in bianco e nero. Continue reading “Bloody Mary” »

Tripoli

di Angelo Marenzana

Genova, maggio 1948

“Questa volta si tratta di omicidio, commissario.”

Il brigadiere Santanna si voltò a guardare il superiore. Non notò la benché minima reazione alle sue parole nei tratti spigolosi del commissario Fiumanò. Pareva del tutto disinteressato a quanto il suo sottoposto gli stava dicendo.

“Il morto c’è, ha la gola aperta in due e per di più legato ad un albero.” Ribadì Santanna con un certo calore nella voce “Non penso abbia fatto tutto da solo”.

Non ottenne alcun risultato. Così rimase zitto pure lui. Diede un colpo d’acceleratore per superare una cunetta, poi scalò marcia facendo ondeggiare la camionetta in avanti e alla fine si portò verso il centro della strada per svoltare a destra, la dove incrociarono il bivio in direzione della radura boschiva appena prima delle Rocche di Bavari. Lasciò la macchina alla biforcazione con uno sterrato e, subito dopo, uno accanto all’altro, i due questurini, si addentrarono a piedi, incespicando tra buche, zolle fangose e ciuffi d’erba spinosa. Nella penombra del primo mattino, sulla loro sinistra si intravedeva la cresta color indaco del torrente Bisagno mentre dal basso saliva l’odore umido e freddo del torrente.

“Cosa si sa del morto?” chiese il commissario attento a dove stava mettendo i piedi.

“Per il momento nulla, nemmeno il nome.” Continue reading “Tripoli” »