Da drag queen a monsignore

di Roberto Mandracchia (racconto pubblicato in Cronache Vere – Souvenir d’Italie, antologia a cura di Vicolo Cannery, edita da PianoB edizioni)

Se tu stai fermo, mi dice Agostino, non ci sono problemi ma nel momento in cui cammini rischi di inciampare, di cadere, farti del male. Di perdere qualche pezzo per strada.

 

I.

All’età di quindici anni Agostino entrava in seminario. La preghiera e lo studio. Le partite a pallone nel cortile e le immagini sacre. La liturgia delle ore. Il silenzio. I corridoi e l’odore di ammoniaca. Siamo tutti fratelli, si dicevano i seminaristi. Vivete di un amore fraterno, dicevano i superiori. E si viveva di silenzio e di amore fraterno. Dal seminario minore Agostino, e la sua vocazione al presbiterato, passavano al seminario maggiore. Il convento dei frati cappuccini. Filosofia, teologia, Sacre Scritture, diritto canonico, storia ecclesiastica e liturgia. Due anni trascorsi a Roma. Non si sarebbe mai concesso a nessun altro che non fosse Dio. Con l’entusiasmo che infiamma le menti giovani era davvero convinto che avrebbe mantenuto la sua castità in eterno. Non pensava che l’omosessualità potesse rappresentare una barriera fra la sua persona e la sua aspirazione al vivere il ministero e al servire il popolo santo di Dio. E non pensava che fosse qualcosa da dover tener celato. Lui che sapeva di essere gay già da ragazzino credeva che fosse giunto finalmente a un’oasi di comprensione dopo averne passate tante. Me le ricordo ancora le mortificazioni subite a scuola, mi dice Agostino, la scuola era una giungla. Poi, a quelle religiosissime latitudini, non era certo una mosca bianca o un vitello a due teste. A me non piace giudicare gli altri seminaristi, mi dice Agostino, e li capisco perché sarebbe stato molto più facile anche per me continuare a essere uno dei tanti e forse sarei stato anche premiato per questo e avrei continuato il mio cammino. Probabilmente oggi sarei chissà dove, mi dice, a fare il parroco non so dove, con una grande chiesa, forse bellissima, con tanti paramenti, con tante cose belle. Però, mi dice, avrei venduto l’anima al Diavolo. O quantomeno la mia sincerità. Continue reading “Da drag queen a monsignore” »

Cliché blues (addio a Roma nord)

di Stefano Sgambati (autore de Gli eroi imperfetti, edito da Minimum fax. Questo racconto è tratto da Cronache Vere, Souvenir d’Italie, antologia edita da Piano B edizioni)

Andarsene da Roma Nord è una benedizione e una catastrofe: che cosa rimarrà di tutto quel traffico che ti sei dovuto sorbire? Capacità di resistenza, ferite di guerra, incubi notturni, come i reduci dal Vietnam che ancora vedono o sentono i fantasmi di Tom, Rob, Mike o del tenente Sullivan implorare aiuto prima di esalare l’ultimo respiro tra le loro braccia, “Di’ a mia moglie che l’amo”, eccetera: una coreografia violenta che si sa tacere per convenzione borghese fino a quando la conversazione stenta una sera e si è fatto ricorso già a tutti i mezzucci per tentare di rinvigorirla: allora qualcuno racconterà di quel giorno, appena prima di Natale, quando da Via Trionfale a Viale di Tor di Quinto ci volle un’ora e cinquantacinque minuti.

D’altra parte tutto va bene quando l’effetto euforizzante della cocaina rende perfino commestibili le tartine del catering offerto dal Maxxi: questo è salmone o formaggio? La gente annuisce e sembra anche convinta – convinta davvero – mentre un giovane architetto spiega i perché e i percome della sua ispirazione. Sembra convinta che quanto sta dicendo sia esaltante e mentalmente prende un minimo sindacale di appunti perché più tardi a cena sappia come riempire le pause pubblicitarie del telegiornale. Non è uno qualunque: ha progettato il grattacielo “Peugeot” a Buenos Aires e anche qualcosa di molto più grande a Osaka, ma non ne sei così sicuro, perché la hostess in rosso ti ha distratto sul più bello con una retorica di Loubotin. Tiri su un paio di volte con le narici, te ne chiudi una alla volta con un gesto distratto della nocca dell’indice destro senza farti notare: “Raffreddore di stagione”, sei abituato a spiegare. Continue reading “Cliché blues (addio a Roma nord)” »

Tipografie in ferie, agenzia letteraria indice concorso. I migliori racconti diventeranno un’antologia

Cronache vere, l’antologia 2013 di Vicolo Cannery, raddoppia.
Scegliete un fatto di cronaca del Belpaese accaduto negli ultimi quarant’anni,  nero o rosa che sia, da prima pagina o da trafiletto.
Raccontatelo in massimo 15mila battute, con lo stile e nelle forme che  ritenete più efficaci: dalla crime story al reportage narrativo, dal giornalismo gonzo alla favola morale, dalla pornografia alla leggenda metropolitana.
Inviatelo a manoscritti@vicolocannery.it entro il 30 settembre 2013.
I migliori scritti verranno pubblicati in un e-book scaricabile gratuitamente dai maggiori portali.
Buone vacanze, con le penne, i fucili e gli occhiali.
Qui l’introduzione di Cronache vere, edito da Piano B Edizioni.

Souvenir d’Italie

a cura di Vicolo Cannery

A lungo snobbato da intellettuali, letterati e giornalisti, il settimanale «Cronaca Vera» è – da più di quarant’anni – la voce che parla a un’Italia del tempo perso e del tempo da perdere. Poco importa che i suoi lettori – fedeli o saltuari – aspettino il turno dal barbiere, siano costretti in città nella canicola d’agosto, languano presso qualche stabilimento balneare, riposino nelle patrie galere oppure indugino nell’intimità di una ritirata. Si trova sempre qualcuno che, armato di spirito critico, se ne sbatte di afa, noia, ergastoli, attese forzate, estenuanti vacanze con famiglia a carico, motivi ragionevoli e sacrosante ragioni. Soprattutto quando riguardano gli altri. Ed ecco l’uomo di buonsenso pronto a condannare la lettura di quelle pagine impastate di sesso, sangue e passioni d’accatto. Tempo buttato, sentenzierà costui senza nutrire il minimo dubbio.

È facile intendere come, per circa mezzo secolo, le storie affogate nel sapido brodo del sensazionalismo e le titolazioni urlate a caratteri cubitali in corpo 90 abbiano fatto storcere il naso ai cronisti dei quotidiani, a caccia della giusta distanza, di fonti attendibili e notizie da verificare con la dovizia del mestiere. D’altronde,se la testata esagera oltre ogni lecito, arrivando a confezionare le pagine fisse de Il mondo dell’inconscio dedicate a occulto, soprannaturale, alieni e via dicendo, beh, ci vuol poco a considerare il sostantivo “cronaca” una bugia e l’aggettivo “vera” una truffa in piena regola. La ricerca della verità è ben altra cosa, come sanno i sostenitori della parresia, ovvero di quell’esercizio che può trasformarsi in un gioco di vita e di morte, e in cui la pelle in ballo è quella di chi ricerca, dice, testimonia, e non quella – ormai buona per l’obitorio o la gattabuia – di coloro di cui si parla e straparla. «Laureato trentaduenne fulmina a revolverate l’amico studente», «Cosparge la moglie di benzina e le dà fuoco: Non volevo ucciderla», «Uccide l’amica che ha 37 anni più di lui perché l’accusa di essere poco virile».

Quindi è all’ambito di voci e futilità, dicerie e fregnacce, che andrebbe consegnato il settimanale, denunciando in tal modo il dolo di speculatori che si approfittano della credulità popolare a mezzo di carta stampata. Per non dire di come, durante i Settanta, sul periodico piovve l’accusa d’essere un organo della destra. D’una destra antropologica, covata dal corpaccione italico, cresciuto a pane, salame e curiosità più o meno malata. Destino forse non del tutto equo per un giornale che faceva dell’implicita assonanza “vera”-“nera” un tratto distintivo, mettendo in scena i misfatti cruenti, orribili, licenziosi di remote provincie. Il magazine, infatti, praticava quella cronaca di ammazzamenti che il fascismo aveva proibito e il settimanale «Crimen» aveva rispolverato nel dopoguerra. Ma a cavallo tra i Sessanta e i Settanta – proprio nelle distorsioni parossistiche, pirotecniche, spettacolari, oggettivamente umoristiche di «Cronaca Vera» – non andava più bene. Quasi che il racconto del delitto fosse sovversivo nel ventennio mussoliniano e populista in età repubblicana. O forse non sempre la “verità” è rivoluzionaria: soprattutto quella esibita, che non costa nulla se non il prezzo della pessima carta su cui viene stampata. Perché in fondo – lo sappiamo – dipende tutto dai punti di vista e tutto si riduce a una questione di stile.  Continue reading “Souvenir d’Italie” »

Cronache Vere