Un dito di liquore

Di Elena Marinelli

Ho iniziato a usare i bicchierini rosa per bere il liquore prima di cena. Prima e dopo, ma soprattutto prima. Non è più il sorso a fine pasto che mi soddisfa, ma quello poco prima.

La prima tazzina l’ho crepata mentre cercavo i vestiti estivi e prendevo la valigia rossa dal punto più alto dell’armadio: la tazzina era sul tavolo, la valigia troppo pesante mi è caduta dalle mani. Ho rotto tutte e sei le tazzine di caffè, in sei mesi, e ora nei bicchierini rosa ci prendo anche il caffè e ogni sei bicchierini mi costringo a lavare i piatti. La seconda tazzina l’ho rotta sedendomici sopra, la terza con un gesto maldestro spostando il vassoio con la colazione da consumare, la quarta inciampando e cadendo a terra mentre stavo per uscire di casa di corsa, la quinta nel lavabo insieme a una montagna di piatti, una settimana fa, la sesta ieri, lanciandogliela addosso per il nervoso, anche se non c’era. L’ho lanciata al muro, l’ho spaccata accanto alla pianta dei gerani, se ci andassi a guardare ci sarebbero i cocci da recuperare, ma non ho voglia. Li lascerò lì a sotterrarsi da soli, a recidere i gambi dei fiori, così l’estate prossima avrò un’occasione nuova per maledirlo, quando dovrò cambiare il vaso ai gerani e mi taglierò irrimediabilmente.

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L’abitudine

di Elena Marinelli

Ogni mattina, appena sveglio, mettevo su il caffè della moka da due tazze. La lasciavo sul fuoco basso, mentre mi facevo una doccia veloce; tornavo in tempo per vedere l’ultimo dito salire, lambire il bordo di metallo con qualche goccia e inalarne l’odore. Poi lo bevevo tutto, in una tazza da caffellatte senza latte. Infine mi preparavo la borsa, mettevo dentro la tuta, il ricambio della maglietta e almeno una volta al mese un regalo per mio nipote.

Sono sei mesi che mi sveglio tardi, il caffè lo faccio lo stesso e provo a berlo subito, ancora con il pigiama addosso, ma mi scotto quasi sempre, poi mi lavo, a pezzi, mi vesto e leggo gli annunci di lavoro pubblicati sul giornale. Non esco prima delle 11: ho imparato che i supermercati, le poste, molti uffici pubblici sono presi d’assalto dalle 8 alle 10, così io, se ho bisogno, ci vado dopo. La verità è che non voglio incontrare nessuno, non voglio salutare nessuno, non voglio spiegare niente a nessuno. Come se ci fosse qualcosa da dire, poi.

A pranzo mangio poco, svogliato, mi sembra di non averne bisogno, perché il mio organismo non ha fatto niente di grosso; leggo tutto il pomeriggio i libri che prendo dalla biblioteca, controllo l’orologio del soggiorno ogni mezz’ora, per non perdere il momento giusto: a pomeriggio inoltrato, quando metto su la moka da due tazze, di cui ho bruciacchiato il manico, mi faccio la doccia, bevo il caffè nella tazza del caffellatte senza latte che ho sbeccato urtandola sul lavandino e poi mi vesto di tutto punto, con la camicia e la giacca. Continue reading “L’abitudine” »

Il passaggio a livello

di Elena Marinelli

Il rosso del passaggio a livello abbassato è un semaforo più scuro degli altri. Si deve vedere anche con la nebbia, senza luci, sulle strade statali come questa, con le curve e i tornanti.

Sei silenziosa.

Tieni le mani sotto le cosce e ti guardi attorno, i campi e le case di campagna, muovi la testa in continuazione. Guardi fuori e non mi parli. Tra due minuti i motori si spegneranno, ci sarà solo buio e tramontana e noi due potremmo fare l’amore sui sedili di dietro prima che il treno passi e nessuno se ne accorgerebbe.

Tamburello sul volante, indice e indice ma non suono niente, solo non sopporto il silenzio. Metto su il cd che ho nel cruscotto, è lì da anni, ma suona abbastanza per permettermi di pensare a cosa dirti.

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Due

Di Elena Marinelli

Come una lotteria. Un giorno uno di noi avrebbe vinto. Avremmo aspettato col biglietto in mano, ci sarebbe stata un po’ di suspense, come nei giochi a premi in televisione. Uno avrebbe detto di non sentirsela e uno avrebbe aspettato con gli occhi chiusi. L’altro avrebbe solo sperato di poter rimandare ancora una volta.

«Non ti preoccupare. Se tocca a te, ci pensiamo. Eventualmente. Nel caso. Eventualmente. Non avere paura.»

La probabilità era ciò che teneva Giovanna ancora viva. I sospiri, i compiti, le gite e la scuola: tutto di passaggio. Pensava alle circostanze, alle opportunità, al da farsi. Trasmetteva solo questo: una finta fiducia nella rassegnazione. La voce di Giovanna tremava sul pronto e si fermava sul va bene, alla prossima dottore, tratteneva le lacrime di sollievo ed era lei, così, a dettare i tempi in casa, regalava la tensione e poi la scioglieva, al momento giusto: li guardava tutti e tre, quando riagganciava la cornetta. Non parlava, ma si succhiava la punta del pollice con la mano chiusa a pugno, verso il mobile del telefono, da sola, le pareva non la vedesse mai nessuno. Continue reading “Due” »

Uno

di Elena Marinelli (racconto pubblicato su Barabba)

Il problema di febbraio è che nei due o tre giorni che mancano succede di tutto, solo non si sa quando, perché quei due o tre giorni sono dispersi negli altri ventotto, è come se non esistessero: sul calendario sono segnati in pastello grigio chiaro, non appartengono né a prima né a dopo, stanno lì, in ammollo.

Nella filastrocca che ci insegnano a scuola, quella dei giorni che hanno i mesi, di ventotto ce n’è uno, si dice; nessuno sa però che per alcuni ci sono cose che non si possono registrare perché capitano nei giorni in cui febbraio non conta.

Io, per esempio, sono nata il ventinove febbraio. Faccio il compleanno ogni quattro anni e mi sembra di essere una quercia da tagliare per leggerci dentro i giri che fa il tronco, come mi ha detto la maestra di scienze, per sapere di preciso quanti anni ho.

Ogni compleanno fanno quattro anni. Per me è facile, ci sono abituata, eppure la filastrocca dice che di ventotto ce n’è uno e solo le maestre brave dicono che no: c’è anche il ventinove, ogni quattro anni; oggi è il compleanno di Elisa, fatele gli auguri, dice la mia, come le Olimpiadi, i Mondiali e le ricorrenze importanti, mi dice mio nonno, per consolazione. Mio nonno in realtà è mio padre, io il padre non ce l’ho, e vado alle elementari; quando dico che il padre non ce l’ho voglio dire che a scuola per mano mi ci porta mio nonno, e mi viene a prendere pure, perché mia mamma non può quasi mai. Non lavora, mia mamma, sta sempre a casa, ma si dimentica di venirmi a prendere: una volta l’ho aspettata davanti a scuola fino a che è diventato buio, ero pure un po’ spaventata anche se non l’ho detto a nessuno e a una certa ora è venuto a prendermi nonno che mi ha detto: «Da domani vengo sempre io.» Continue reading “Uno” »

Senza titolo

di Elena Marinelli

Mariarita mangia le ciliegie come un ruminante. Le spolpa con i denti, le labbra, muovendo le guance, fino a che non sente il nocciolo, che sputa poi nel piatto; i noccioli li accantona al bordo, mentre i piccioli li conserva in mano, impilati, e poi li butta tutti in una volta nel bidone dell’umido.
I secchi dell’immondizia sotto alla finestra sono quattro: uno per la plastica, uno per il vetro, uno per la carta e uno per l’indifferenziato. Quello dell’umido è sotto il lavello della cucina, in uno sportellino, per non far uscire la puzza in tutta la casa, che poi è una stanza sola, un rettangolo di venticinque metri quadri con angolo cottura, divano letto, la porta del bagno, un armadio a muro con le ante scorrevoli e un ripostiglio mansardato, alto meno di un metro; tutta la casa in realtà è un sottotetto.
Mansardato, a vent’anni, vuol dire che è l’unico motivo per cui Mariarita aveva detto subito sì a quella casa in affitto. Le era sembrato tutto buffo, accogliente, Mariarita è bassa, e, mentre la proprietaria le faceva notare i mobili nuovi e l’arredamento essenziale, misurava quanti pochi palmi separavano la testa dalla piega del soffitto. Ornella avrebbe riso di lei.
Sugli scaffali molti libri, pochi cd, una radio, delle casse con l’attacco per l’iPod e sul muro di fronte alla porta un poster in bianco e nero che dice Never Forget su due righe in maiuscolo e, poco più sotto, a penna, ammé.  Continue reading “Senza titolo” »