12 Maggio 1968

Di Fabrizio Gabrielli

Adele si era guardata allo specchio: aveva un’ampia fronte su cui la vita non aveva ancora scritto una parola, e dalla quale i capelli color dei corvi sorgevano decisi, come l’inizio di una favola ben raccontata. “Potrei mettermi l’ombretto celeste che usa la mamma”, si era detta, “per farmi fare il ritratto”. “Verrei meravigliosa”, si rimasticava dentro. Aveva dieci anni.

Marzia diceva che fosse una pittrice. Se l’era fatto scrivere anche sulla carta d’identità. “Professione casalinga, signora?”, aveva chiesto l’addetto dell’anagrafe. “No, pittrice”, lei risoluta. I suoi quadri erano perlopiù cubi colorati che sovrastavano altri cubi colorati. Poi, paesaggi con quella luce indistinta che si sprigiona nel preciso momento tra il crepuscolo e la notte. Una serie di guerrieri africani – “Yoruba”, precisava – lancia in resta. Una grande tela con dei fari che rilucevano sfocati come squarci nelle tenebre. “Sono fanali di locomotive sui binari, mamma?”, le aveva chiesto Adele. “No piccola mia. Sono le lucine della centrale dove lavora papà”.

Marzia non dipingeva da nove anni, ma lasciava intendere a tutti – anche a se stessa, in fondo – che gli ultimi crepiti di un sacro fuoco quasi sopito continuassero ad annidarsi nelle budella calde della notte. Per questo nessuno la vedeva mai all’opera. “E i quadri nuovi, dove li metti mà? Li nascondi?”. “Lavoro ritoccando i vecchi, ecco perché. Cerco di renderli perfetti”.

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OTELLO, MONDELLO. (HOLIDAY INN). (dramma di gelosia, fattacci e lacrime in una-mezzaspecie-di-albergo)

di Fabrizio Gabrielli

L’Otello? S’attrova ca sutta.

Il contadino ha le scarpe grosse, dev’essere per via dell’alluce valgo, e si chiama Dino.

Dino tira conclusioni affrettate, per lui non valgo una minchia, dice, che a passar da dove son passato io, nella strada per Mondello, ci si perde il bosco di Monte San Pellegrino, il parco della Favorita, oh, il mare.

Chi piccatu, mi rimbrotta, ti pirdisti u mari da riniedda!

Io tipo vabbè.

Per quel che conta, Dino con le sue spigolature, vedi se mi faccio pigliar male le vacanze.

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Farfalicchi

di Fabrizio Gabrielli

Peppino Campo, il figlio del tonnarota Gaetano, a mia mi vuole bene.

Me l’ha detto una sera profumata di finocchio selvatico, mentre il sole se lo inghiottiva la sagoma di Punta Troia laggiù, a ponente, ed il vento ci spargeva il sale nei capelli.

“Che ci vedranno gli occhi didentro alle donne, che sono solo preoccupazioni?”, ha borbottato prima di baciarmi. Io mi sono facilmente abbandonata a quell’abbraccio che racchiude il sapore del pesce e del sangue, delle notti interminabili quando il mare è grosso e non puoi uscire a pesca, degli amori che non vuoi per non sentirne la mancanza quando poi, invece, il mare è buono ed il peschereccio, una volta armato, qualcuno dovrà pure portarlo al largo…

Era un luglio caldo come il tufo delle cave di Sant’Anna se lo tocchi a mezzogiorno, intrufolandoti tra i maestranti che si spezzano la schiena giù di piccone. A sentirli parlare, gli spaccapietre fanno progetti sui giorni lontani in cui smetteranno di sgretolare a colpi di sudore le pareti tufacee.

Nessuno vuole ammazzarsi alle cave per tutta la vita.

Neanche Peppino vuole fare il tonnarota per sempre. Gli piace pescare, che sia con la tonnara o che si salpi il cianciòlo dalle maglie strette. E non lo fastidia nemmeno tirar su qualche pescebestino. Si diverte come un matto a insozzarsi con la morte liquida di quei pesci che sono il Diavolo. Continue reading “Farfalicchi” »

Cronache Vere

Dieci volte morto

Di Fabrizio Gabrielli

Qué le vas a hacer, ñato,

cuando estás abajo todos te fajan.

Todos, che

hasta el más maula

(Torito, Julio Cortázar)

 

Quando sei già morto nove volte nella stessa vita, amico, nulla riesce più a scalfirti, puoi ben crederlo, è come se ci avessi fatto il callo, al trapasso. Ed è mica vero che ogni fine è un nuovo inizio.

Non del tutto: ogni fine è un nuovo inizio di una nuova fine.

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Lacrosse

di Fabrizio Gabrielli

Svaniva puntuale, come i buoni propositi davanti alle tentazioni, già da quasi un anno, tutti i mercoledì. E Marzia no, non era tipo da sospettare insospettabili reunion di calcetto.
Allora perché, in una di quelle sere in cui il sentore che le cose stiano prendendo a girare un po’  più strane comincia a far rumore come i topi sotto i mobili vecchi, perché lʼaveva bisbigliato a labbra serrate? Perché non aveva gonfiato il petto in un moto di rivendicazione orgogliosa?
Aveva timore di cosa, precisamente?
Lacrosse. Gli era uscito flebile come un sibilo di biscia tra i giunchi. Lacrosse, aveva titubato.
Lache?, gli aveva risposto lei.
La sensazione di  dejà vu  era sopraggiunto a braccetto con ricordi dai bordi sfilacciati, pieni di nuànze oniriche.
I parchi bui di Deurne, le pinte, il quartiere sinti, le guance dipinte, i gamberi color delle unghie sul lungomare di Ostenda, dita a sfiorarsi tra cozze grandi come orecchie. Sullo sfondo un’Anversa piena di matti, di fritti, di patti, e poi Kim, la piccola Kimmijeke, con la quale s’eran detti amici fin quando non ci accorgeremo che. Cʼera voluto che la luce e Ella Fitzgerald gli fossero stati propizi, per subodorare che le cose tra loro stavano prendendo a girare un po’ più strane; solo allora era arrivato il momento di spiegarsi a vicenda chi erano al di fuori di Kimmijeke e lui, lui e Kimmijeke. E di mezzo c’era l’ascìscio, le giostre, camminare a piedi nudi sullo zucchero, il korfbal. Il korfbal, s’era ravvivata Kimmijeke, sai, il korfbal è un gioco stupendo, aveva ululato Kimmijeke. Korfwhat?, aveva singhiozzato lui. Continue reading “Lacrosse” »

Irene

di Mauricio Wacquez (traduzione di Fabrizio Gabrielli)

Prima, ieri, io la amavo, Irene. Fino a ieri che se n’è andata l’amavo follemente, io. Ora, ora che cerco di far sì che la linea della palpebra non mi sfugga via, di disegnarla come sempre gliel’ho vista disegnare, un occhio già completato, l’altro che nonostante tutto credo verrà un po’ diverso, più scuro, con un’ombra meno violetta, più tendente al malva (che cos’è, l’inesperienza!), la scriminatura meno docile e ondulata e soprattutto d’un altro colore – stiro l’occhio con l’indice della mano sinistra mentre l’altra mano trema al ripassare il bordo sul quale sono piantate le ciglia – senza sapere perché, dal momento che ho utilizzato la stessa matita per l’uno come per l’altro occhio; ora che sembra che questo ritocchino finirà per essere un vero disastro, impalato come sto sul pavimento umido del bagno con le sue pantofole di raso che mi opprimono selvagge i piedi, cercando di stare in equilibrio tra scivoloni che mi tocca inclinarmi verso lo specchio dove la luce è più forte perché quest’occhio possa venire uguale all’altro, cosa della quale dubito; ora che sento il calore della lampadina fondere la crema base facendola gocciolare sulla fronte e sulle guance come un sudore eccessivo che minaccia d’inondare e far crollare a terra il paziente lavoro sugli occhi; ora che realizzo che mi sarei dovuto mettere un po’ di pancake e di terre di modo che, così facendo, ora la pelle sarebbe secca e non gocciolerebbe questa specie di sperma Continue reading “Irene” »

Anticipo

di Mauricio Wacquez (da Excesos, Editorial Sudamericana, 1971, Santiago del Cile, trad. di Fabrizio Gabrielli)

Madame de Lansoy, celebre fiorista di Montparnasse ricordata ossequiosamente financo negli almanacchi, quel giorno osservò il paesaggio diseguale – gli alti lampioni, le carreggiate intersecarsi, i pesanti edifici in lontananza – che circonda l’aeroporto di Orly. In silenzio, le mani sulla gonna, contemplava gli ultimi chilometri di viaggio, le soavi virate dell’autostrada che il suo compagno affrontava con una parsimonia quasi indifferente. Il crepuscolo domenicale ed il freddo che potevi addivinare nel fragile impasto di brina di colpo intristivano le ore felici di quel week-end passato vicino al fuoco, i momenti di fronte alle vetrate sul parco attenuati da latrati lontani e dalla musica che Roger manteneva viva nello stereofono.
Una volta tanto pensò che il freddo gli avrebbe reso più facile il rientro a Parigi. Le corsie sgombre, la velocità costante delle poche automobili la fecero pensare con tenerezza al tiepido appartamento di Passy; si vide avvolta da tutte quelle cose che, senza stridenza alcuna, accompagnavano l’affabilità della sua vita. Pensare all’indomani, al lunedì, non le generava più quel senso di sventura che prima popolava di tristezza le domeniche. Ora il mondo aveva una sua forma precisa – giorni minuziosamente separati l’uno dall’altro, programmi serrati di piccoli piaceri e riposo, amicizie infine – che nei suoi primi anni di matrimonio non avrebbe mai sognato. Continue reading “Anticipo” »

Percolato

di Fabrizio Gabrielli

Sarebbe bastato un primo timido volo di zanzara, la bottiglia grande di ferné sul bancone, zia Clelia scapigliata sotto al pergolato a borbottare col biancosarti nel bicchiere, le bollette strette in pugno e per ognuna una scrollata di testa e un porcamadònna smozzicato tra i denti, le sedie capovolte sui tavoli e gli stracci bagnati a imputridire sul pavimento, un socchiudere di palpebra con cui le luci della centrale a turbogas sarebbero diventate stelle dai lunghi raggi, spaghetti di luce fendente, per riconoscere che certo, non c’era da dubitarne, il momento di rompere gli indugi sarebbe arrivato presto. Ed era proprio così che s’aspettavano sarebbe arrivato, scomodo e tranciante. L’azione sarebbe dovuta essere fulminea, inattesa, efficace, se lo ripetevano come un mantra.
Fulminea. Inattesa. Efficace.

Per farsi trovare pronti, o forse dovrei dire per avere la convinzione di farsi trovare pronti, avevano passato innumerevoli unità di tempo a prepararsi.
Non avevano pensieri che per quell’occupazione: prepararsi.
Se lo ripetevano costantemente, se lo domandavano vicendevolmente, lo raccontavano a chi gli stava intorno, trincerandosi dietro l’ipocrisia di un avverbio affermativo monosillaba usato com’è che si conviene. Continue reading “Percolato” »

Sfonda-mento

di Fabrizio Gabrielli (brano tratto da Sforbiciate, edito da Piano B edizioni)

Oh oh oh oh, che centrattacco!
Oh oh oh oh, tu sei un cerbiatto
sei meglio di Levratto
ogni tiro va nel sacco
oh oh oh, che centrattacco!

Quartetto Cetra

 

Il dolore se lo conosci, se t’ha già morso, impari a difendertene, a sentirlo sopraggiungere, il dolore: ne avverti il fetore. Spezza i ramoscelli, col suo incedere di bestia braccata, calpesta le fragole e scheggia la corteccia degl’alberi di limone: e se poi ti scorge, mannaggiallui, con l’occhio iniettato di sangue, ti punta; ti carica; viene per farti male, nuovamente, il dolore.

 

Un batuffolo, un batuffolo di cotone: piglialo e umettati il volto, il volto sanguinante, tampona la ferita. Ti fa male? Certo, che fa male. Impari a conoscerlo così, il dolore: quando ti leccano via il sangue dagli squarci. Poi, di lì in avanti, è tutto decisamente diverso: hai la consapevolezza. Ed è come un’altra tacca sulla pistola, un ulteriore sgarro nell’anima, la consapevolezza. Continue reading “Sfonda-mento” »