Uomo di vetro

Di Flavia Gasperetti

La morte, o la sua entelechia, il senso impossibile a fraintendersi della fine, è discesa su Learco un martedì mattina di febbraio. Si è annunciata, la morte, sotto forma di un catetere che la robusta infermiera slovena dell’ospedale San Camillo di Roma ha inserito nella sua vescica a mezzo della dolorosa e umiliante penetrazione di una cannula di lattice nella di lui uretra.

Quando finalmente la slovena se ne va, indignata per il suo comportamento offensivo, per le sue urla, indignata ma non al punto di rifiutare soldi che non le spettavano dalle dita fredde e tremanti di sua figlia Gabriella, Learco rimane da solo a osservare la sacca di plastica trasparente agganciata alla sponda del letto. Vescica gemella alla sua, vaso comunicante, suo speculare inorganico cui è unito tramite il tubicino che ha fatto del suo pene un’inutile guarnizione, miserabile budello di carne che deturpa il nitore anche formale di un presidio sterile e meccanicamente perfetto. Learco guarda la sacca riempirsi della propria torbida urina e capisce che non è più al sicuro, padrone di se stesso al riparo dei propri tessuti come è giusto e normale che sia. Adesso Learco è un uomo di vetro. Le sue funzioni corporali accadono, manifeste, visibili a tutti come il passaggio della sabbia in una clessidra. Cosa si aspettano che faccia ora? Per settimane lo hanno scongiurato di ricominciare a muoversi, di camminare e poi gli fanno questo. Learco non si alzerà dal letto per mostrarsi al mondo alambicco vivente. Non se ne andrà in giro offrendo agli sguardi altrui lo spettacolo dei suoi processi metabolici.

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Due marce

 

Di Flavia Gasperetti (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Un amico di amici, chiamiamolo Gianni, un ragazzo che conosco da poco salutandomi mi abbraccia, Gianni è un omone. Gli abbracci li trovo sempre un po’ allarmanti, arrivano così improvvisi. Quando qualcuno mi abbraccia io mi sdoppio, mi pare di sentirmi con le sue braccia e quello che conosco di me in quell’istante non mi piace quasi mai. Ci sono stati momenti in cui quello che sentivo era di essere troppa; negli ultimi anni, troppo poca. Finisco subito.

Poco dopo siamo in terrazzo a fumarci una sigaretta, – ma mangi? – mi chiede. Dice che prima quando mi ha abbracciato mi sentiva le costole nella schiena e una cresta di vertebre come quella dei gatti. C’è questa differenza tra i magri e i grassi, non dico niente di nuovo, penso di poterlo dire perché sono stata entrambe le cose. Ai ciccioni non si dice mai che sono ciccioni, è considerato offensivo. Nei periodi della mia vita in cui sono ingrassata nessuno mi ha mai detto – ma quanto mangi? – . No, ai grassi diciamo – ti trovo bene – . Che è una cosa crudelissima, secondo me, dovremo cercare tutti di smetterla.

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Il cervello non dorme mai

Di Flavia Gasperetti (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Nottataccia, eh?

Già le quattro e mezzo, mannaggia. Che non sarebbe niente se non dovessi svegliarti presto domani, ti si prospetta proprio una giornata del cavolo, lasciatelo dire. E non pensare di poter dare la colpa a me, bellina, io mi limito ad assolvere i miei compiti statutari come ogni cervello che si rispetti, se stai sveglia tu sto sveglio anche io. È la regola.

Vediamo, cosa possiamo fare per vivacizzare queste ore che ci tocca passare insieme io e te soli soletti? Vediamo vediamo. Ho trovato! Facciamo un riepilogo delle varie incombenze di domani, ti va? Quella consegna per esempio, quella per la quale sei già in ritardo…suvvia, lo sai da sola che non ci siamo, non ci siamo proprio. Dico, si vede che hai lavorato male, che hai preso scorciatoie dell’ultimo minuto, hai rabberciato, rattoppato, raffazzonato. E non ti agitare! Magari nemmeno se ne accorgono. Dopotutto, c’è un motivo per cui questo tipo di prestazioni le pagano così poco – che poi è lo stesso motivo per cui le fanno fare a te – non gliene frega niente a nessuno! Ah, che risate.

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Rosacea in inglese si dice ROH-SEI-SCIAH

di Flavia Gasperetti (Racconto apparso su Abbiamo le prove)

È la maledizione dei Celti! Così la chiama il medico di base che in tutta fretta ho consultato alla comparsa delle prime papule. The Curse of the Celts. Qui in Inghilterra, dice, colpisce una persona su quattro. Più le donne che gli uomini. Insorge generalmente intorno ai trent’anni.

Mi viene il sospetto che il dottor Patel stia usando dati presi a caso dalla mia cartella clinica, così, tanto per prendermi per il culo. Aspetto solo che da un momento all’altro mi dica “colpisce le donne di quasi trent’anni che possono vantare remote ascendenze gallesi e si sono da poco stabilite in una sconosciuta città termale del Regno Unito” oppure “colpisce una donna affetta da incurabile nostalgia su tre”; “studi clinici hanno dimostrato che l’incidenza statistica aumenta in rapporto alle ore spese dal soggetto seduta a bere caffè e immalinconirsi nell’umida cucina di un terratetto vittoriano”. Continue reading “Rosacea in inglese si dice ROH-SEI-SCIAH” »

Dentini

Di Flavia Gasperetti

“Il tuo grande avvenire”. Ascoltalo ripetere questa frase sorridendo, osserva il modo in cui stira piccole labbra molli su una chiostra di dentini ordinati che sembrano da latte. Il grande avvenire che avrai, si suppone grazie al suo aiuto.

Che gliene viene a lui, di esercitare questo ruolo di mentore, lui che ha fatto questo e quello, un lungo, dettagliato e inverificabile curriculum vitae che ama recitarti da capo in ogni occasione. Lui che era allievo di Tizio, assistente di Tizio, che conosce Caio anzi è stato addirittura il curatore della prima mostra di Caio, anche se nessuno lo sa, e come lo stimano Tizio e Caio! Ma in particolare Sempronia. Sempronia non muove un passo senza di lui, non riusciva nemmeno a chiudere la sua prima personale, poverina, senza il suo, di lui, rigoroso apporto. “Certo che ti aiuto Sempronia, le ho detto, ma in modo informale, si intende, resti tra noi”. E poi, tutte queste Sempronie, le sue discepole segrete, non ti vanno a esporre alla Biennale? “Siamo ancora grandi amici, io e Sempronia, ho sempre avuto una maggiore e istintiva attitudine per l’amicizia con le donne”.

Insomma che gliene viene? “Alla mia età, ormai, quello che mi interessa davvero è creare una rete di amici e collaboratori, occasioni di confronto tra artisti e creativi, far emergere le forze giovani, il talento dei giovani”

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Dance me to the end of love

di Flavia Gasperetti

Dance me to the children who are asking to be born
Dance me through the curtains that our kisses have outworn
Raise a tent of shelter now, though every thread is torn
Dance me to the end of love

-01.00

Davvero la festa degli innamorati quest’anno la passeremo qui nel centro commerciale Porte di Roma della Bufalotta insieme ad altre – quante saranno? – cinquanta, sessanta coppie?

L’idea è stata tua, d’accordo, ma io ho accettato. Io ho accettato.

Sarà divertente, hai detto.

Sarà una cosa che racconteremo per anni, hai detto.

Soprattutto è una cosa che mi hai presentato come fosse un regalo, un regalo di San Valentino per me. Ho aperto una busta di cartoncino rosso credendo di trovarci un biglietto della Hallmark pieno di cuoricini e invece dentro c’era l’attestato di iscrizione, con tanto di logo del Guinness Book of World Records e i nostri nomi stampigliati sopra.

Ci saranno un sacco di sponsor, hai detto tu

Alle brutte ci stufiamo e ce ne torniamo a casa pieni di roba gratis.  Continue reading “Dance me to the end of love” »

Night comes on

di Flavia Gasperetti

Non è la prima volta che le capita di svegliarsi così durante la notte, rattrappita e semipenzolante sullo strapuntino del letto. Non è la prima volta da che vivono insieme, non è la prima volta nemmeno questa notte.

Nella percezione comune un letto ha due metà, due lati – per questo gli amanti in rodaggio si chiedono l’un l’altro “da che lato dormi tu?” Per questo un letto matrimoniale in inglese lo si chiama double, doppio, perché ci si sta in due. Perché esso dovrebbe essere la somma di due letti singoli, sì, ma affiancati e congiunti, questo è il vissero sempre felici e contenti cui aneliamo, questa è la promessa di idillio domestico cui abbiamo creduto al punto da noleggiare un furgone per andare da Ikea a prendercelo, al punto da impegnarci poi a pagarlo in venti comode rate.

Quando compriamo questo primo letto di coppia e lo mettiamo nella “nostra” prima casa, lo facciamo spinti da una comune illusione: stiamo comprando due letti singoli, sì, ma affiancati e congiunti. Così sarà il nostro amore: il nostro spazio, quella misura minima e invalicabile che siamo abituati da sempre a chiamare nostra entrerà in comunione con quella dell’amato. Cosa c’è di più bello? Il mio reame e il tuo da oggi non avranno più un confine interno. E su di esso governeremo insieme, benevoli e felici. Mai immagineremmo, quando giriamo insieme mano nella mano per lo showroom di Ikea, che truppe di lanzichenecchi a lui fedeli occuperanno le nostre terre, compiranno razzie, faranno strame della popolazione locale incendiando e saccheggiando. Continue reading “Night comes on” »