Qualcuno dovrebbe salvarli!

Di Gianfranco Di Fiore

Renzo il Mago era fermo sul ciglio della strada. Non passavano auto da quasi due ore e la luce del giorno si stava consumando. Tirava un vento da gelare il sangue, tanto che i lampioni del grande raccordo autostradale ondeggiavano come canne al vento. Il rumore dei camion che salivano verso nord quasi non si percepiva, poi una vecchia Volvo si accostò al marciapiede per via di alcune informazioni e così Renzo riuscì a tornare in città.

“Buona sera! Mi chiamo Oliviero Pasculli, sono un inviato di guerra. Giornalista insomma, anche se è meglio non dire in giro il mio nome. Mi hanno detto che ci sono delle centrali eoliche qui nei pressi…” ma Renzo non riusciva a parlare. Il freddo gli aveva paralizzato la bocca e storto la mascella. “Si insomma…dovevo fare un pezzo su queste nuove fonti di sostentamento energetico, roba tipo pannelli solari etc. Il fatto è che mi sono perso una volta uscito dal raccordo; lei sa come si torna in città? Mi hanno detto di proseguire dritto!” confidò a Renzo, ma il Mago ficcò la testa nella sua borsa di tela scura e non rispose. Puzzava di sudore e ai piedi indossava solo un paio di ciabatte, senza calzini.

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Cronache Vere

Palcoscenico

Di Gianfranco Di Fiore

Betty se la spassava con lo specchio, almeno così diceva. Era chiusa nel cesso da due ore e nessun rumore passava da sotto la porta. A volte Andrea attaccava l’orecchio alla serratura per avvertire il frusciare delle calze, se non faceva troppo freddo ficcava una narice tra la chiave e il buco della toppa per sniffare un po’ d’aria calda: l’ultimo indizio di una doccia troppo lunga. Ma era la vigilia di Natale e la vecchia maestra Ines aveva organizzato la recita di fine anno, il post-it colorato a cui Betty aveva affidato quella inutile data da ricordare era scivolato al di sotto della lavastoviglie e solo per caso era stato ritrovato al mattino; un mattino come tanti, puzza di smalto e sguardi vuoti. Fuori dalla finestra tirava un vento di morte, tanto che la testa del vecchio Babbo Natale di legno era volata via senza che nessuno se ne accorgesse.

Erano in ritardo. Andrea immaginava la vecchia sala della parrocchia stipata di guance rosse e nuvole di fumo al gusto di aglio che uscivano dalle bocche delle nonne, legate alle sedie con entrambe le mani e pronte a tutto pur di applaudire le nipotine con le trecce bionde. “Finiremo per vedere la recita dal parcheggio!” urlava Andrea mentre si allacciava le scarpe, e con la mano libera cercava di impacchettare un romantico SMS per Giulia, la sua segretaria.

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Vinavil

di Gianfranco Di Fiore

Da quattro giorni Lucio viveva in balcone, stretto nel suo accappatoio sporco, a guardare le auto scorrere sulla Torino – Milano come brevi messaggi telegrafati da un mondo nuovo. Con la gola infetta e le mani ferme cercava di capire su quale furgone avesse viaggiato la lettera del suo licenziamento.

Settimo Torinese non era più una città ormai. Non era più il luogo del suo lavoro ma sopravviveva all’autunno gelido del Nord come una membrana, un involucro ingrigito e umido attraverso il quale era possibile unicamente uscire e non entrare. Per sei anni aveva fatto ritorno a Salerno con l’intercity delle 23:00, ogni venerdì sera da Torino. Poche ore in compagnia della famiglia bastavano a rigenerare i suoi pensieri pratici e a pompare forza nei muscoli ossidati. La domenica mattina si ripartiva presto: altri mille chilometri di speranze e sonno.

Lucio era sempre stato un emigrante quieto e invisibile. Si riteneva persino fortunato perché l’azienda per cui lavorava, al di là di un normale stipendio, gli pagava pure vitto e alloggio. Nella camera del motel dove dormiva – oltre al  materasso di lana vecchia – c’era un piccolo comodino di legno compensato, una scrivania di abete lucido e una litografia sbiadita di Costantinopoli, con i tetti delle case rosa e le finestre colorate d’azzurro. Continue reading “Vinavil” »

Da oggi in libreria

Prima del tramonto

di Gianfranco Di Fiore

Nadia era stata molto chiara al telefono, come sempre non aveva risparmiato offese e urla alla sua compagna di giochi, tanto che Roberta pensò quasi di mettere giù la cornetta senza nemmeno rispondere. Non era mai stato facile opporsi al volere di Nadia e proprio nel giorno in cui Roberta aveva deciso di mettere fine a quella tormentata amicizia la sua amica aveva fissato l’ora esatta per l’azione. Il problema era che Nadia non sopportava i ritardi e i cambiamenti di programma, rimanere fedele a un’idea, a una scelta, restare con le dita aggrappate ai propri desideri era un fenomeno che a stento riusciva a controllare.

La depressione da bulimia le causava una strana dipendenza emotiva che a tratti prorompeva come una saetta fra i segmenti delle sue certezze. Il tè bisognava versarlo alle cinque e cinque, la torta doveva essere tirata via dal frigo alle cinque e dieci e le tavolette di cioccolata fondente, da mezzo chilo ognuna, dovevano essere aperte entro e non oltre le sei della sera, prima del tramonto. La sua giornata era scandita in tanti piccoli pranzi e cene e colazioni di fortuna; nemmeno riusciva a pensare se prima non ingoiava qualcosa da mangiare. Si accorgeva dello spazio intorno a sé solo quando si incastrava tra la sedia e il tavolo della cucina o quando sentiva i due braccioli della poltrona segnarle i fianchi. Non aveva tempo per occuparsi degli oggetti né degli uomini. Sua madre le lasciava i soldi per la spesa sulla macchina da cucire, in corridoio, ed era lei a gestire le buste del supermercato e i ripiani negli stipi che a tratti sembravano crollare, vinti dal peso dei dolciumi. Continue reading “Prima del tramonto” »

Alta marea

di Gianfranco Di Fiore

Erano giorni che Adele restava chiusa in camera per via dell’alta marea. Le piogge autunnali erano arrivate in anticipo a Riva Bianca e il canale si era ingrossato fino a coprire del tutto il passaggio di sabbia. Non era possibile utilizzare la barca per via del mare grosso e l’unica via d’accesso alla casa del suo amato restava il canale pieno d’acqua.

Il giorno precedente i due innamorati avevano passato l’intero pomeriggio sui tetti, Guido le aveva mandato dei messaggi di luce con una torcia mentre Adele aveva riempito di lettere alcune bottiglie di vetro, sperando di farle arrivare fino al cancello di Guido per via della corrente. Calò la sera e Adele restò seduta sul tetto, con dei fogli di carta sparsi intorno e una miriade di bottiglie galleggianti che dal canale partivano verso il mare aperto simili a piccole navi. Quando la lampada in camera di Guido si spense solo allora, Adele, trovò la forza per tornare a letto.

La pioggia continuò a cadere per tutto il mese di ottobre. Adele aveva trascorso intere mattine davanti alla TV in attesa delle previsioni del tempo, tanto che spesso aveva persino dimenticato di mangiare. “Se continua così non riuscirò a vedere Guido nemmeno per Natale!” aveva confessato a sua madre Piera. “Vedrai che fra due giorni smetterà di piovere e l’alta marea svanirà. A proposito…ti ho portato delle bottiglie nuove!” disse sua madre, ma gli occhi di Adele non avevano più forza. Continue reading “Alta marea” »

Mobbing

di Gianfranco Di Fiore

Rita aveva cambiato turno per ovvie ragioni. Era già la terza volta in una settimana. A suo marito aveva detto di certi problemi all’interno della fabbrica dovuti alla rottura di un particolare macchinario per imballaggi. Così aveva chiamato suo padre Nico, gli aveva detto del nuovo cambio di orario e che doveva passare a prendere suo figlio.
Il piccolo Mattia viveva dai nonni fin dal suo settimo giorno di vita. Sei giorni dopo il parto Rita era stata chiamata per sostituire una collega centralinista, fu in quella notte che Ottavio fece un passo avanti. Con la scusa di controllare dei documenti era entrato in ufficio e le aveva prima sollevato la gonna poi spinto un dito fra le natiche. Rita aveva sopportato l’umiliazione per via dello sfratto, e per non finire a vivere sotto i ponti aveva deciso di riprendere a lavorare così presto.
Le sue mani erano dure come la resina e piene di graffi, le gambe si erano ingrossate ancor di più e il suo seno aveva raggiunto la sesta misura. Rita non era una bella donna, la sua fierezza però la rendeva affascinante come un’amazzone. Ottavio provava per lei una vera ossessione, in lui si fondevano sentimenti del tutto contrastanti. Godeva nel torturarla, certi giorni la riduceva in lacrime. Con la stessa passione però amava vessarla, vederla strisciare come una serpe per un’ora di straordinario in più. La sua voglia maggiore era possederla, non come una donna ma come un oggetto di scarso valore. Continue reading “Mobbing” »

Sonata per scrittore solo (adagio ma non troppo)

di Gianfranco Di Fiore (Agropoli, 1978. Si è occupato a lungo di cinema, sia come regista sia come sceneggiatore, collaborando per quattro anni con il Giffoni Film festival. La notte dei petali bianchi, suo romanzo d’esordio, uscirà domani per Laurana.)

 

Verità e metodo.

Aldo Busi per Gianfranco Di Fiore 7-6-2003

“…il risultato non invoglia alla lettura, perché in un testo tutto va bilanciato e controbilanciato, e se a pagina dieci trovo lo stesso ritmo di pagina due vuol dire che lo stesso ritroverò a pagina mille e pianto lì.”

Dunque la Verità: l’iniziale ostacolo con cui ogni giovane scrittore, o presunto tale, deve fare i conti. La mia prima porzione di verità arrivò in busta da lettera pre-affrancata, una mattina di giugno di cui conservo ancora gli odori nella memoria. Una lettera accorata, dattiloscritta e firmata a penna dal signor Busi. All’epoca ero un giovane ventiquattrenne che lavorava per il cinema e che sognava di farlo; avevo persino venduto una sceneggiatura a una produttrice napoletana, una sceneggiatura che – tutti sapevano: attori, registi e assistenti di produzione – difficilmente sarebbe diventata un film. I contratti firmati nello studio del notaio Marina Comenale Pinto, in piazza San Pasquale a Napoli, le commissioni tecniche del Ministero per i Beni Culturali e i tentativi maldestri per cercare di ingraziarsele, le riunioni programmatiche negli uffici di Forcella, niente di tutto questo bastò per veder realizzata la mia opera prima.  Continue reading “Sonata per scrittore solo (adagio ma non troppo)” »