Protocollo

di Gianni Solla

Protocollo 642
Adesso che mi va tutto storto,
che cado a pezzi,
mentre nessuno mi legge,
prendo il multicentrum e mi sono iscritto in palestra,
faccio gli addominali,
quattro serie da dodici,
mi sono addormentato su una panca (una volta),
guardo gli altri (le loro muscolature ipertrofiche, i pantajazz in lycra, le ritenzioni idriche),
oppure faccio i pesi colorati delle femmine, (un chilo rosa, due chili gialli, assomigliano a caramelle di piombo) Continue reading “Protocollo” »

Ruomania #4

di Gianni Solla (qui la Prima parte, qui la Seconda, qui la Terza)

Dopo lavoro di negozio di fotocopia io vado associazione culturale vicino chiesa a San Giovanni a Teduccio. Ci stanno bambini di zingari, bambini di cinesi, bambini di Chernobyl, bambini di negri con mamma puttana, bambini di drogati. Prete Alfonso dice che tutti bambini di mondo uguali. Io capisco solo quando vedo disegni su muro di bambini girotondo. Io pensa che questi bambini uguali tra di loro ma no uguali a bambini di playstation e aipad e vestiti di benetton. E bambini di playstation lo sanno come sappiamo io e prete alfonso.

Ci sta bambino di cina che non parla mai. Lui sempre seduto vicino termosifone di finestra e vestito con tuta di adidas ma scritto adipas. Allora io vado vicino e dico: ciao. Lui non alza testa. Ha foglio e pastelli di chiesa. Tutti bambini fanno disegno di gesù. Lui invece fa altro disegno, allora io dico: fammi vedere disegno che stai facendo. Lui ferma mani e fa vedere foglio. Sta disegnando bambino con faccia marrone, io dico: bello questo disegno, lui dice: sono io. Parla bene italiano, lui nato napuli, io dico: tu no faccia marrone, lui dice: a scuola mi chiamano faccia di merda perché mia mamma e mio padre sono cinesi. Io dico: non è vero è solo scherzo di bambini, lui dice: scherzano o cazz, e mi fa vedere mano con cerotti di lui picchiato fuori di scuola. Io voglio toccare mano di cerotti ma lui sposta e mette dentro tasca di tuta. Io rimango con mano vicino suo braccio e poi faccio finta di toccare sedia e per tutto il giorno sento mia mano dentro aria che stringe vuoto. Continue reading “Ruomania #4” »

Zombie 80100

di Gianni Solla

Dal diario di Gesù Scognamiglio, 17/04/2013

Mi chiamo Gesù Scognamiglio. Negli ultimi mesi sono successe delle cose. Non sono sicuro che il posto dove abito si chiami ancora Napoli. Ho due problemi. Il primo è l’eroina, l’altro è che la città è stata evacuata dall’esercito perché dopo l’inizio dell’infezione tutti si sono trasformati in zombie. Forse i miei due problemi sono collegati. Scrivo questi appunti perché mi conforta sentire la mia voce che ordina le parole. Significa che non sono pazzo. Se non lo sono diventato con la roba non lo divento per quei pezzi di merda. Funziona la televisione, ma non c’è internet. Mi manca Youporn. Farmi una sega è diventato difficile. Quando arrivo in una casa nuova apro i cassetti e cerco mutandine. La maggior parte delle ragazze le tengono nel primo cassetto sotto al pigiama. Le annuso, ma è passato troppo tempo e dell’odore della proprietaria non è rimasto niente. Significa due cose: o adesso loro sono fuori dall’area rossa o si sono trasformate e io mi sto facendo una sega con le mutandine di una che non aspetta altro che mangiarmi vivo. Da questo punto di vista il rapporto uomo-donna non è cambiato molto.  Continue reading “Zombie 80100” »

Hello Kitty (la soluzione finale)

di Gianni Solla

Al corso di formazione hanno detto che Hello Kitty è una specie di angelo oppure se non crediamo negli angeli una specie di fatina. Né gli angeli né le fatine fanno sesso, non hanno le mestruazioni e non si truccano. Quindi se hai le tette grandi o le labbra carnose, non ti prendono. Dobbiamo essere lontane dall’idea del sesso, Hello Kitty non farebbe mai una gang bang.

Indossiamo un camice con una fantasia a fiori e dei pantaloncini azzurri, sull’orecchio sinistro abbiamo un fiocco rosso e offriamo tè ai clienti. L’Hello Kitty Shop è aperto dodici ore al giorno, siamo in tre ragazze per turno e oggi Luisa non parla. Continua a muovere la mascella come se stesse masticando l’aria. Ieri notte ha preso una mezza pasticca e adesso mastica.

Oggi è entrata una ragazza vestita come Hello Kitty. Anche io, Loredana e Luisa lo siamo, ma ci pagano per farlo. Luisa ha detto di lasciare fare a lei con questa cliente, le ha offerte del tè e dentro ci ha squagliato l’altra mezza pasticca.

Lavoro in questo posto da due anni, prima vendevo aminoacidi porta a porta, prima ancora vendevo materassi per telefono. Certe sere passava a prendermi Stefano, andavamo a prendere il fumo a san giovanni con l’opel corsa. Lui mi aspettava in macchina mentre io salivo al terzo piano di un palazzo enorme a comprare il fumo vestita da HelloKitty. Dalle finestre in mezzo alle scale si vedevano i binari della vesuviana. Una sera Stefano mi ha detto che vedeva un’altra, eravamo bloccati nel traffico di gianturco, gli ho chiesto una sigaretta, ho aperto lo sportello e sono andata via. Gli ho lasciato la stecca di fumo sul cruscotto come un ricordo nero. Continue reading “Hello Kitty (la soluzione finale)” »

Napuli!

di Gianni Solla (Qui la prima parte, Qui la seconda)

Prima di venire Napuli badante, io Ruomania puovera come altri puoveri. Puoveri tutti uguali. Stessi pidocchi, stesso freddo, stesso dire: “poi va meglio”, stesso dire: “non piangere”.  Ruomania, Bulgaria, Polonia, Moldavia, Ucraina, diventare una sola grande nazione di puoveri.  A Napuli dicono io polacca, ma io Ruomania. Poveri scambiabili tra loro perché tutti uguali. Poi notte piangiamo chiusi nel bagno per non fare sentire a figli. Poi veniamo Napuli con autobus gasolio, abbiamo cinquanta anni, nessuno parla, tutti vergogna, tutti con vestiti che puzzano, superata frontiera, occidente dà a noi swiffer cattura polvere e dice noi uguali. Swiffer è come livella, come religione. Tutti vogliono fare amore con noi. Ci portano alberghi di stazione. Ci portano ristorante di dieci euro. Vecchi di Napuli no paura di noi. Quello che teniamo in mezzo alle gambe vale ristorante dieci euro.

Io mi chiamo Svetlana, ma a Napuli signora Clara mi chiamava Silvana, Laurana o Fabiana. Mia mamma e mio padre dire bene mio nome. Significa Luce. Io da piccola guardo sole con uocchi aperti, poi quando li chiudo vedo nero per dieci minuti, poi penso che mio nome significa luce e allora quando li riapro vedo di nuovo tutto.

Ho sette anni, abitiamo a Bucarest palazzo di comune, mio padre oculista ospedale, mia mamma suona pianoforte e pomeriggio incontra sue amiche casa nostra. Suonano a turno. Noi no puoveri. Continue reading “Napuli!” »

Appunti di una precaria

di Gianni Solla

Ci sono cinquanta milioni di italiani che hanno una piccola crisi ogni sera sul proprio divano oppure che piangono in silenzio per non svegliare il marito che dorme a venti centimetri da loro. Le nostre piccole crisi domestiche sono spaventose. Restano nella nostra pancia e ci ingravidano. Ognuno conosce il proprio male e si cura alla sua maniera. Chi con Gesùcristo, chi con la famiglia, chi con i porno su internet, chi picchiando un pezzo di merda di poliziotto fuori dallo stadio. Io mi curo con la metamfetamina.

Sono chiusa nel bagno al secondo piano del centro commerciale le Ginestre di Volla e si sente odore di Lysoform e la suoneria di un Nokia. Mi ha chiamato mia mamma, è arrivata la lettera del provveditorato: due anni di supplenza a Milano. La prima volta è caduta la linea perché non sa usare il cellulare. L’ha letta undici volte, è sicura. Nel bagno a fianco al mio c’è una che insiste a tirare l’acqua. “Due anni”, ripete mia mamma. “Sì”, le rispondo e riaggancio. Stendo la striscia di metamfetamina sulla carta argentata e l’aspiro.

Cammino tra i negozi, mi sembra di essere in un acquario, compro una confezione di Bomboniere Algida al bar del primo piano, poi vado a vomitare al bagno del secondo piano. La mia serenità costa tredici euro a bustina e si trova a Scampia. Tutti i miei medici hanno la fedina penale sporca.

Odio Napoli, odio le madonne agli angoli delle strade, i vecchi impazziti coi gratta e vinci nelle tabaccherie. Odio come siamo rappresentati in televisione. Odio l’esposizione della nostra ignoranza. Odio le otturazioni nere sui denti di mia madre. Continue reading “Appunti di una precaria” »

Cerotti

di Gianni Solla

In ufficio sono andato in bagno e ho trovato la cassetta del pronto soccorso nell’armadietto. C’erano le siringhe e i cerotti con il disegno di un bambino sulla scatola. Ho messo un cerotto sulla mano destra e sono ritornato alla scrivania. La mia collega Renata mi ha chiesto come mi fossi tagliato. “Con la carta”, ho detto. A un altro, mentre caricavo la spillatrice. A due colleghe ho chiesto se volevano vedere la ferita ma hanno rifiutato. Mi sono lamentato tutto il giorno, ho detto che bruciava e ho chiesto un’ora di permesso. Sono andato in farmacia e ho comprato una bottiglietta di mercurio cromo e delle garze. Nel garage mi sono bendato il braccio e ho bagnato la garza con il mercurio cromo. Sono salito a casa e mia madre si è preoccupata. Le ho detto che ero stato investito da un motorino ma niente di grave. Mia madre ha detto che dovrebbero vietare la circolazione ai motorini e le ho detto che aveva ragione. Abbiamo parlato un altro po’ dei motorini e siamo andati a dormire. La mattina seguente prima di andare in ufficio sono passato in farmacia e ho comprato un collarino. In ufficio ho detto di essere stato aggredito per una rapina e tutti hanno detto che viviamo proprio in una città di merda. Tutti mi hanno chiesto i dettagli e gli ho raccontato quello che era successo, da quando mi hanno affiancato con la motocicletta a quando mi hanno minacciato con il coltello. All’uscita da lavoro sono andato in farmacia e ho comprato una stampella. Sono passato dalla mia ragazza e lei si è messa a piangere vedendomi conciato in quella maniera. Le ho raccontato del pitbull che mi aveva aggredito e lei ha detto che dovrebbero vietare ai quei cani di merda e ai loro padroni stronzi di circolare. Le ho detto che aveva ragione. L’ho salutata e sono andato in una farmacia di turno a comprare una benda per l’occhio. Sono passato a casa di mia sorella e le ho raccontato della cura sbagliata che mi aveva dato l’oculista della asl per l’orzaiolo e le probabilità che avevo di perdere l’occhio. Mia sorella ha detto che certi medici non dovrebbero esercitare. Le ho detto che aveva ragione. Arrivato a casa ho guardato undici video su youporn categoria blowjob, poi sono andato su un sito e ho ordinato una sedia a rotelle.

Il cucchiaio e il limone. Quaderno di Coroglio

di Gianni Solla

Fotografie di Ilaria D’Atri, «Asbestos Bay»,  matrice di Polaroid 6×9.

A cura di Martina Giorgi

Compriamo la roba a via Bakù, la polizia gira la faccia, gli facciamo schifo, ci tocchiamo le tasche per sentire gli spigoli della carta argentata. Più spigoli sentiamo meno paura abbiamo. Avvertiamo dolori allo stomaco, vomitiamo acqua gialla, le vitamine non ci fanno più niente, tutto quello che non è roba non viene riconosciuto dal nostro corpo, mangiamo soltanto Mars e Pringles, quando non abbiamo roba, ci fanno male i denti. Abbiamo paura di ogni forma di dolore. Se avessimo senso dell’umorismo e i canini al loro posto, diremmo di essere poeti. Continue reading “Il cucchiaio e il limone. Quaderno di Coroglio” »

Lo sapevo che alla fine mi succedeva qualcosa – Quaderno numero undici

di Gianni Solla

Lo sapevo che alla fine mi succedeva qualcosa

Apro la carta del Tronky. Esce scritto “Hai vinto”. Vado da mio padre. Fammi vedere. Andiamo al bar del Tronky. I soldi non li diamo noi dovete telefonare. Telefoniamo al numero sulla carta. La signorina dice dovete venire a Roma. Ho vinto la bicicletta? No, hai vinto tremila euro in gettoni d’oro. Prendiamo il treno. Per tutto il viaggio penso che divento famoso. Mi fanno le fotografie. Tre miliardi di gettoni d’oro. Forse vado a giocare nel Napoli. Non ho deciso ancora. Mio padre non parla. Io ho detto alla signora nel vagone che ho vinto tre milioni di dollari in gettoni d’oro. Mi piscio nei pantaloni ma non dico niente. Ho la gamba calda. A Roma andiamo in un ufficio. Mentre saliamo nell’ascensore mi viene il vomito. Aspettiamo nella stanza. Questo è un ufficio della televisione. Non è un ufficio della televisione. Ci danno i soldi. È un foglio di carta. Fammelo vedere. Stai fermo. Usciamo dall’ufficio. A questo punto dovrei essere famoso. Per strada non succede niente. Ci vuole tempo penso. Guardo l’orario. Sono famoso. La gente mi guarda. Ci ho i pantaloni pisciati per la felicità. Ho deciso, faccio prima Amici, faccio il duetto con Emma, poi io ed Emma cantiamo insieme ai Modà e Biagio Antonacci, poi canto ad Avetrana, Sabrina Misseri si innamora di me e tutti la perdonano e poi vado a giocare nel Napoli. Lo sapevo che alla fine mi succedeva qualcosa. Continue reading “Lo sapevo che alla fine mi succedeva qualcosa – Quaderno numero undici” »

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