Gli insetti non pagano il mutuo

Di Nadia Terranova

Ho passato gran parte della mia vita in una casa vicino al mare che ho strappato con onore ad alcune specie animali.

All’inizio degli anni Ottanta, dopo la separazione da mio padre, io e la mia poco più che ventenne madre tornammo a vivere dai suoi genitori, in un palazzo con i fregi sui balconi e i soffitti affrescati. Il nostro terzo piano, una sopraelevazione di epoca successiva, era il più triste, il più umido e l’unico senza rilievi di pregio. Allora era popolato da una fauna variegata: selvaggina fresca, canarini vivi, bestie esotiche impagliate e un cane da caccia – un universo post-fascista su cui mio nonno regnava con sovrana nostalgia. In veste di bipedi implumi c’erano i fratelli e le sorelle di mia madre, minorenni o freschi di maturità, con le fidanzate, gli amici, i compagni di classe, di università o di partito. Più o meno eravamo organizzati così: le donne movimentiste, demoproletarie o leniniste, gli uomini fascisti o fancazzisti. Poi c’era lo strano caso della nonna che con gli estranei si dichiarava disinteressata, con il marito rinverdiva ricordi del ventennio, nel segreto dell’urna votava radicali. Era soprattutto lei a occuparsi di me, perciò trovo normale avere idee che non vanno d’accordo tra loro.

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