Cronache Vere

Il tempo dopo

Di Gregorio Magini

Fotografie di Filippo Bardazzi

A cura di Martina Giorgi

La vita di Emiliano Floris fu densa e interessante. L’infanzia in un castello della Loira, dove la madre era guida turistica. A sette anni, giocando con un accendino, Emiliano incenerì la sala delle udienze, un danno di diciotto milioni di franchi. La direzione constatò l’impossibilità di ottenere risarcimento dal piccolo e invitò la famiglia Floris a cambiare residenza. Passando da Blois, la loro Fiat 125 amaranto scuro fu colpita da un sampietrino, ma il parabrezza ne risultò solo incrinato. Si stabilirono a Torino. Emiliano si rivelò un ottimo calciatore, forte e veloce, spaziava sulla fascia sinistra nei pulcini della Juventus. Ma si impuntò nella pretesa di portare il numero 00, litigò con il mister e smise di giocare. Aveva dodici anni. Nell’ottobre del 1981, suo padre vinse un miliardo alla lotteria e andò via da casa. Nell’ottobre del 1982, suo padre tornò, senza una lira e senza un braccio. Nel dicembre del 1982, sua madre andò via da casa e si convertì al buddismo. Emiliano era assorbito nello studio del clarinetto e se ne accorse solo tre anni dopo, quando si rese conto che non aveva molto talento nella musica, accantonò lo strumento, alzò lo sguardo e vide che sua madre indossava un drappo color zafferano, aveva i polsi carichi di braccialetti di ottone e un pallino indaco in fronte. Ciò gli parve doloroso ma appropriato. Gli anni del liceo furono sereni e pieni di feste. Il suo migliore amico si chiamava Stefano detto Fefè. Furono inseparabili negli studi, nelle discoteche e nelle donne, che si rimpallavano a vicenda. Fefè morì durante un’escursione sulle Dolomiti di Sesto, precipitando per quattrocento metri sotto una cengia. Mise un piede in fallo mentre cantava. L’autopsia stabilì che il suo tasso alcolemico al decesso era di 8,4 g/l. Finito il liceo, la vita di Emiliano ebbe un istante di stallo, per l’indecisione sul prosieguo degli studi. Ma un giorno suo padre, infastidito dalla sua inerzia, lo portò in cantina e aprì la cassaforte: dentro c’erano pile di banconote da centomila lire. Il padre gli spiegò che aveva finto di perdere tutto per motivi fiscali e poi lo lasciò solo davanti al tesoro. Prese quello che entrava nello zaino e partì. Nei quindici anni seguenti visitò tutta l’Europa (eccetto la Francia), l’America (Alaska compreso), numerose regioni dell’Africa, dell’Asia, l’Australia e varie isole oceaniche. Tenne un diario dei suoi viaggi: nella prima pagina c’era scritto “Oggi”. Nella seconda: “1000 baht = ?”. Il resto era vuoto.

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