I luoghi d’infanzia #2: i luoghi dei bambini

di Paolo Zardi (Qui: #1, La Caserma)

Mentre passeggio sul lungomare, sotto il sole ormai stanco della seconda metà di agosto, non posso evitare di guardare i corpi che mi circondano: mamme che inseguono bambini con la bocca piena di sabbia, vecchi rugosi che nuotano a rana nell’acqua alta un metro, ragazzi e ragazze che si rincorrono tra spruzzi gelati. Alcuni parlano in tedesco, altri in russo, altri in un italiano pieno di accenti; la pelle che li ricopre, la membrana che li contiene, assume infinite gradazioni di bianco, rosso, viola, marrone e nero; poi macchie, nei, chiazze, vitiligini, efelidi, funghi, papillomi, cisti e tatuaggi – decine, centinaia di tatuaggi di ogni forma e colore.

Quando ero ragazzo, e camminavo in spiaggia, il sentimento predominante era ildesiderio. Le donne distese sugli asciugamani, o quelle che giocavano a pallavolo nella sabbia rovente, o quelle che passeggiavano a un passo dalla costa, sollevando spruzzi d’acqua con i piedi, e ridendo con gli occhi socchiusi dietro gli occhiali da sole, sembravano parlare una lingua fatta di turgida carne. Che fine hanno fatto quei corpi così espressivi? Mi verrebbe da dire che sono spariti, inghiottiti dall’euro, dal buco dell’ozono, da Berlusconi, dai cellulari – o da una qualsiasi altra cosa incomprensibile tra quelle emerse negli ultimi vent’anni, ma sospetto che il problema andrebbe descritto in termini diversi. La comunicazione richiede due soggetti: uno che emette un segnale, un altro che lo riceve e lo decodifica; e per un motivo che non so, io ho smesso di ricevere, oppure ho iniziato a decodificare nel modo sbagliato. O, forse, a decodificare in modo oggettivo: senza aggiungere significato a quei corpi. Continue reading “I luoghi d’infanzia #2: i luoghi dei bambini” »