Qui è ancora Cuba

Di Ilaria Scarpiello

Tutto quello che ricorda sono gli odori e le sconfitte. Il freddo pungente sulle guance e la delusione di non aver mai vinto niente. Qualche canzone degli Stadio, una donna poco convinta.

“Non ricordi altro dell’Italia, Santiago?”

Il vecchio beve l’ultimo sorso puntando per un attimo il mento al soffitto, poi risponde al giovane italiano scuotendo la testa da parte a parte.

“Ne vuoi ancora, Santiago?”

Non aspetta risposta e fa un cenno con la mano a Denis, al di là del bancone, fra le bottiglie.

“A Cuba, la mattina, il daiquiri lo beviamo leggero. Serve come carburante per lavorare i campi.”

“A l’Avana lo bevono leggero, forse. Qui non di sicuro.”

Continue reading “Qui è ancora Cuba” »

Il ragionevole prezzo della consapevolezza

Di Ilaria Scarpiello

Mi chiamo Marenzo, fumo elettrico e ho il cazzo piccolo.

Cammino adagio, pestando meticolosamente con l’avampiede destro il terzo sampietrino di una serie mentale da sei. L’aria è quella frizzante di una tipica serata romana di primavera e il vento, a tratti immobile, mi canzona scompigliandomi i capelli unti. Avrei dovuto lavarli, i capelli, ma oggi è giovedì e non lavo mai i capelli di giovedì, mai.

Sorpasso il profilo stanco della basilica di Santa Maria Maggiore e, imboccata via dell’Olmata, in pochi minuti arrivo sotto il gomito del Fiddler’s Elbow. Prima di varcare la soglia del pub, striscio due volte il palmo della mano sinistra sullo stipite sinistro della porta e, una volta dentro, strizzo gli occhi tre volte con la fronte rivolta alla bandiera irlandese sul soffitto.

Vengo ogni giovedì sera per le mie tre mezze pinte di Guinness settimanali. La mezza pinta delle 22:20, quella delle 23:12 e l’ultima delle 24:28. Qualche volta all’ultimo rintocco della campana ci scappa un amaro, ma non è un’abitudine. Adesso sono esattamente le 22:18 e Fiona, dietro al bancone, sa che non deve farmi aspettare.

Continue reading “Il ragionevole prezzo della consapevolezza” »

I bambini mangiano per ultimi

Di Ilaria Scarpiello

A casa mia, a Natale, i bambini mangiano per ultimi.

C’è una gerarchia da rispettare, una gerarchia di anzianità. Vengono serviti prima gli adulti, dal più maturo al più giovane. Quando tocca ai bambini vengono serviti prima i più piccini e poi via via quelli più grandi, in una specie di vorticosa inversione di tendenza. Essendo la più grande dei bambini venivo sempre servita per ultima. Ultima fra gli ultimi. Non che mi sia mai lamentata, sia ben chiaro. Il cerimoniale delle portate durava al massimo una manciata di minuti, solo nessuno mi ha mai spiegato il perché di tutta questa faccenda e i bambini traggono nutrimento dai perché.

Retaggio di questo innocuo trauma infantile è, probabilmente, il mio scarsissimo spirito natalizio.

Continue reading “I bambini mangiano per ultimi” »