di Filippo La Porta (Qui la prima parte)
All’inizio fu l’avanguardia
Le avanguardie storiche, a partire dagli anni ’20, guardarono al jazz con un misto di ammirazione e di frustrazione, creando spesso una mitologia vagamente esotica dai tratti un po’ ingenui. Quella musica infatti realizzava il progetto delle avanguardie molto meglio di quanto loro stesse facessero. Dal prezioso, documentatissimo volumetto di Giorgio Rimondi, apprendiamo così che per Le Corbusier «se l’architettura fosse arrivata al punto in cui si trova oggi il jazz sarebbe uno spettacolo inaudito», mentre a Cocteau sembra di riconoscere «la musica da me tanto desiderata e attesa». E poi Mondrian, Tanguy, Tzara, Matisse, Bataille, Leiris, fino al parallelismo tra jazz e scrittura automatica, sui cui insiste Julio Cortazar (una creazione che sgorga dall’inconscio e dalla sua logica simmetrica, non lineare).
Davvero la nuovo musica, guardata con diffidenza dagli intellettuali bianchi americani, riceve in Europa una sua nobilitazione culturale, nonostante la tarda stroncatura di un Adorno troppo eurocentrico. Ma, come si sa, gli intellettuali europei tendono anche a fraintendere, per troppa generosità, tutto ciò di cui si innamorano. E dunque nei ditirambi degli artisti d’avanguardia si percepisce spesso un entusiasmo molto cerebrale, un’adesione quasi più “ideologica” che reale. E fa bene Rimondi a sottolineare come per i nostri futuristi il jazz appariva molto più “futurista” della musica che loro tentavano di comporre (dall’intonarumori a sperimentazioni varie), e che in queste pagine viene impietosamente definita «vuoto normativo» (pur concedendo al fatto che si trattava di musica estemporanea, deliberatamente effimera). Continue reading “Jazz e letteratura (seconda parte)” »

