Vicolo Cannery è lieta di presentare

Da oggi in libreria.

Souvenir d’Italie

a cura di Vicolo Cannery

A lungo snobbato da intellettuali, letterati e giornalisti, il settimanale «Cronaca Vera» è – da più di quarant’anni – la voce che parla a un’Italia del tempo perso e del tempo da perdere. Poco importa che i suoi lettori – fedeli o saltuari – aspettino il turno dal barbiere, siano costretti in città nella canicola d’agosto, languano presso qualche stabilimento balneare, riposino nelle patrie galere oppure indugino nell’intimità di una ritirata. Si trova sempre qualcuno che, armato di spirito critico, se ne sbatte di afa, noia, ergastoli, attese forzate, estenuanti vacanze con famiglia a carico, motivi ragionevoli e sacrosante ragioni. Soprattutto quando riguardano gli altri. Ed ecco l’uomo di buonsenso pronto a condannare la lettura di quelle pagine impastate di sesso, sangue e passioni d’accatto. Tempo buttato, sentenzierà costui senza nutrire il minimo dubbio.

È facile intendere come, per circa mezzo secolo, le storie affogate nel sapido brodo del sensazionalismo e le titolazioni urlate a caratteri cubitali in corpo 90 abbiano fatto storcere il naso ai cronisti dei quotidiani, a caccia della giusta distanza, di fonti attendibili e notizie da verificare con la dovizia del mestiere. D’altronde,se la testata esagera oltre ogni lecito, arrivando a confezionare le pagine fisse de Il mondo dell’inconscio dedicate a occulto, soprannaturale, alieni e via dicendo, beh, ci vuol poco a considerare il sostantivo “cronaca” una bugia e l’aggettivo “vera” una truffa in piena regola. La ricerca della verità è ben altra cosa, come sanno i sostenitori della parresia, ovvero di quell’esercizio che può trasformarsi in un gioco di vita e di morte, e in cui la pelle in ballo è quella di chi ricerca, dice, testimonia, e non quella – ormai buona per l’obitorio o la gattabuia – di coloro di cui si parla e straparla. «Laureato trentaduenne fulmina a revolverate l’amico studente», «Cosparge la moglie di benzina e le dà fuoco: Non volevo ucciderla», «Uccide l’amica che ha 37 anni più di lui perché l’accusa di essere poco virile».

Quindi è all’ambito di voci e futilità, dicerie e fregnacce, che andrebbe consegnato il settimanale, denunciando in tal modo il dolo di speculatori che si approfittano della credulità popolare a mezzo di carta stampata. Per non dire di come, durante i Settanta, sul periodico piovve l’accusa d’essere un organo della destra. D’una destra antropologica, covata dal corpaccione italico, cresciuto a pane, salame e curiosità più o meno malata. Destino forse non del tutto equo per un giornale che faceva dell’implicita assonanza “vera”-“nera” un tratto distintivo, mettendo in scena i misfatti cruenti, orribili, licenziosi di remote provincie. Il magazine, infatti, praticava quella cronaca di ammazzamenti che il fascismo aveva proibito e il settimanale «Crimen» aveva rispolverato nel dopoguerra. Ma a cavallo tra i Sessanta e i Settanta – proprio nelle distorsioni parossistiche, pirotecniche, spettacolari, oggettivamente umoristiche di «Cronaca Vera» – non andava più bene. Quasi che il racconto del delitto fosse sovversivo nel ventennio mussoliniano e populista in età repubblicana. O forse non sempre la “verità” è rivoluzionaria: soprattutto quella esibita, che non costa nulla se non il prezzo della pessima carta su cui viene stampata. Perché in fondo – lo sappiamo – dipende tutto dai punti di vista e tutto si riduce a una questione di stile.  Continue reading “Souvenir d’Italie” »

L’ecologia culturale

Pubblichiamo di seguito un intervento di Simone Barillari, condiviso nel gruppo editoria del movimento TQ ed estratto dal blog minima&moralia.

di Simone Barillari

Da anni e anni, l’editoria italiana lamenta che si fanno troppi libri, e ne fa sempre di più. Li fa, soprattutto, abbassando in media gli standard qualitativi per poter raggiungere standard quantitativi sempre più alti con le stesse risorse – gli stessi uomini, gli stessi tempi, gli stessi budget, per pubblicare più libri dell’anno precedente. Si comprimono quei fondamentali tempi di lavorazione di ogni libro che separano l’acquisizione dalla pubblicazione, diminuiscono inesorabilmente le ore che ogni redattore può dedicare a un libro, si accorciano le scadenze – e non aumentano in modo congruo i compensi – per traduttori, revisori, correttori di bozze. Non meno che i tempi di lavorazione, si comprime in modo altrettanto inesorabile la durata della promozione di ogni libro, che è appena uscito ed è già incalzato dal successivo, diminuiscono le ore e i soldi che ogni ufficio stampa e ufficio marketing può dedicare a ogni uscita, così che sempre meno libri, non necessariamente i migliori, assorbono sempre più risorse, e sempre più libri, non necessariamente i peggiori, vengono abbandonati subito dopo l’uscita, durando in libreria meno tempo di quello che è stato necessario a scriverli. Negli ultimi due decenni il mercato ha imposto con darwiniana durezza di crescere per sopravvivere – “publish or perish”, per mutuare un’espressione diffusa tra i docenti dell’accademia americana – e ha contribuito a tutto questo, ne è stata causa ed effetto al tempo stesso, una mutazione del pubblico che legge, sia nella direzione di una sempre minor sensibilità alla cura editoriale dei libri, sia in quella di una sempre maggiore reattività a quella legge di mercato per cui un libro che vende subito venderà sempre di più e un libro che non vende subito rimarrà completamente invenduto.

Non si può disobbedire a tutte le leggi che regolano il mercato, non si può disobbedire da soli nemmeno a una sola delle leggi che regolano il mercato, senza che il mercato punisca severamente una simile disobbedienza. Si può però disobbedire a una delle leggi del mercato se a quella legge si disobbedisce in tanti – e se si disobbedisce a lungo, con orgoglio e tenacia, si può infine essere premiati per questa coraggiosa disobbedienza.  Continue reading “L’ecologia culturale” »