Buongiorno a tutti

Di Mario Fillioley

Ieri c’era Renzi al Raiti, una scuola elementare della mia città.

Il Raiti è in via Pordenone, un quartiere da sempre popoloso e popolare (borgata Santa Lucia), con una chiesa in pietra chiara (santa Lucia fuori le mura) che ospita un Caravaggio scuro (il seppellimento di santa Lucia) e con una piazza ampia e luminosa (piazza santa Lucia), dove c’è sempre stato tanto spazio per i giochi dei bambini: mia nonna ci faceva girare un cerchio, sorvegliata dai suoi zii e dagli altri adulti del quartiere, io ci giocavo a pallone e tutto intorno si sedevano le persone anziane a commentare la partita e a mangiare semenza.

Da qualche tempo invece a piazza santa Lucia, nel tardo pomeriggio, si gioca a cricket.

Le mazze sono un po’ improvvisate oppure molto logore perché hanno viaggiato chissà quanto. Sulle panchine, a commentare la partita, non ci sono i genitori dei ragazzini indiani (che forse sono rimasti in India o forse lavorano fino a tardi per mandare un po’ di soldi in più ai parenti lontani), ci sono sempre gli stessi anziani di prima, qualcuno addirittura è rimasto seduto là sin dai tempi miei.

Non capiscono niente di cricket, non sanno manco le regole o lo scopo del gioco, però fanno la stessa cosa che facevano con noi quando giocavamo a pallone: criticano, dicono che la mazza non si tiene in quel modo lì, che così il tiro esce fuori mollo, ti chiamano col fischio e quando ti avvicini ti fanno segnali per spiegarti che la postura è tutta sbagliata, ti dicono come devi mettere i gomiti per non colpire fuori tempo, e siccome masticano semenza e sputano le scocce per terra, non si capisce neanche cosa dicono.

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N.C. – Capannoni su Via Elorina

Di Mario Fillioley

Sulla 115 c’è un locale che prima non c’era.
La 115 è la prosecuzione di Via Elorina con altri mezzi: una strada che comincia in centro e poi, senza soluzione di continuità, si innesta sulla statale. Con il fiume su un lato e il mare sull’altro, affianca gli agrumeti di Santa Teresa Longarini e di Cassibile, prosegue verso i mandorleti di Avola e se ne scappa via verso Eloro e le campagne più a sud di tutta Europa. Se all’ultima rotonda ti scordi di fare inversione, neanche te ne accorgi e sei già a Finisterre: Pachino, Marzamemi, Capo Passero, vento che mischia terra e sabbia, pomodori piccoli raccolti da africani alti, vino padronale per dimenticarsi di essere lontani da tutto.
Comunque, anche nel tratto dove si chiama ancora Via Elorina, la 115 è senza marciapiedi. Ci puoi andare solo in macchina, o in moto, o nel mio caso con un possente vespone PX color verde vallombrosa, ma non è normale camminarci.
Ci camminano solo gli americani, un tipo particolare di pedone che si distingue per l’uso cocciuto delle infradito.
Gli americani fanno tutti lo stesso errore: pigliano la cartina che gli ha dato l’ente turismo, leggono che su Via Elorina insiste la maggior parte dei grandi supermercati e pensano vabbe’, alla fine sono due passi, che me le metto a fare le scarpe? Quando realizzano che è una specie di autostrada si sono già spinti oltre il punto di non ritorno: possono solo scegliere se morire con gloria nell’avanzata verso il supermercato oppure con ignominia nella ritirata verso il B&B con uso cucina.

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Mentre l’orchestrina suona Smells like teen spirit

Di Mario Fillioley (articolo precedentemente pubblicato su Aciribiceci)

Sabato a Palazzolo Acreide, comune montano a qualche decina di chilometri da casa mia, consegnavano il premio giornalistico Giuseppe Fava.

L’ha vinto una ragazza di 23 anni che si chiama Ester Castano, per i suoi articoli sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta dentro al comune di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia.

Ester Castano vive a Milano, ma ha la mamma di Cassibile.

Pippo Fava invece era di Palazzolo, però io non lo sapevo.

Per me, siccome parlava catanese, era catanese.

In effetti parlare catanese non significa niente, perché all’accento catanese non può resistere nessuno: chi si trasferisce a Catania prima o poi parla catanese, cioè con le frasi che sembrano domande anche quando non sono domande, la cantilena in crescendo e le doppie R che diventano una sola.

A Pippo Fava quindi più o meno era successa la stessa cosa che poi è successa anche ai miei amici: intorno ai vent’anni se n’era andato a Catania per fare giurisprudenza, era rimasto a lavorare là e aveva preso l’accento.

Ma questo l’ho pensato oggi.

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Anche gli scrittori nel loro piccolo hanno l’X Factor

di Mario Fillioley

L’idea del talent show per scrittori a quanto pare è brutta. L’ho capito per converso, perché ogni volta che un’idea pare buona a me, significa che è una scemenza. Infatti la cosa del talent mi ha subito infervorato. Soprattutto per la reductio ad unum che comporta: finalmente cadrà la maschera di ridicola prosopopea che a chi scrive o gli appiccicano o si appiccica addosso da solo. E infatti la notizia, a me gradita, dell’imminente messa in onda del programma, prevista per novembre e annunciata da un tweet in tono finto by the way del direttore di Raitre Andrea Vianello («Ah, dimenticavo. Da novembre su Raitre il primo talent per scrittori esordienti. Masterpiece. Presto le regole per partecipare #bestseller»)è stata subito commentata con toni apocalittici. Il Fatto Quotidiano ha prontamente ammannito ai suoi lettori il distillato più puro del cliché del letterato maledetto (con tanto di lemuri), in un articolo dagli accenti piccati, il cui senso è più o meno questo: Vianello, facci capire, tu quasi ti dimenticavi di annunciarci la fine della letteratura? In esso, firmato dalla scrittrice Veronica Tomassini, pullulavano frasi di questa fatta: «La letteratura è un tempio, ci credo ancora, non bisogna violarlo, no no». «Non è spaventoso tutto ciò? La letteratura in pasto alle major». «La scrittura è un destino». «Temo un destino da fast food o da alimenti surgelati». «La scrittura compete ad [sic] un’anima chiamata memoria, una memoria lontana, inarrivabile, da consumare da soli, al massimo in compagnia di certi lemure [sic]; quella memoria non vuole essere addomesticata». È buffo che a detestare l’idea del talent siano proprio quegli scrittori che il talent sognerebbe di avere come partecipanti: «Pensi di aver scritto un’opera che cambierà le sorti della letteratura?», recita lo spot di reclutamento.

E chi se non un mitomane può ritenere di avere nel cassetto una cosa simile? Continue reading “Anche gli scrittori nel loro piccolo hanno l’X Factor” »

Cronache Vere

La grande tentazione

Di Mario Fillioley

Stando a ciò che si legge circa la genesi de La tentazione di Sant’Antonio, romanzo di quel Flaubert citato a più riprese ne La grande bellezza, lo scrittore ebbe l’ispirazione dinanzi a un quadro di Bruegel dallo stesso titolo, scoperto durante una visita a Genova. Flaubert fu colpito da come nella tela Antonio fosse ritratto in disparte, intento a leggere le sacre scritture: le scene dipinte nel quadro sono quindi la rappresentazione di ciò che il Santo vede leggendo. Dalle parole della Bibbia scaturiscono le immagini mentali di Antonio, e dalle sue immagini mentali quelle reali del quadro di Bruegel. Infine Flaubert, scrivendo La tentazione di Sant’Antonio percorre l’iter all’inverso: dalle immagini del quadro di Bruegel alle parole del suo libro.

Perché non ragionare allora su La grande bellezza allo stesso modo, come se cioè si fosse affetti da una cecità totale verso tutto ciò che il film contiene di figurativo? Non è da escludere che La grande bellezza delle immagini girate da Sorrentino volesse essere atropina e obnubilare piacevolmente gli occhi, per poi irritare con la sceneggiatura.

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That’s amore

di Mario Fillioley

Sì, sì, veniva di fuori, veniva. Però sempre qua sul lungomare era buttato. Si metteva all’ultimo posto, che qua ci sono sempre i pensionati e i disoccupati messi a fila con la panza contro la ringhiera, e lui macare, appoggiava il secchio nel marciapiede, e attaccava a montare l’attrezzatura. Prima delle quattro, le cinque, però, non veniva, e se ne andava alla scurata. Di parlare non lo sanno dire nessuno com’era, perché chi ci parlavano? Qua ognuno pesca per conto suo e la testa non la vogliono essere stonata. L’avevano visto che era picciotto, ma conto non gliene davano lo stesso. Qua vantaggio non se ne dona manco agli sciancati. Un poco alla volta se l’era insegnato da solo quali erano i pesci che doveva buttare di nuovo a mare e quelli che invece se li doveva portare a casa. Solo che, arrivato in cucina, lui glieli dava alla gatta, dalla finestra, che poi manco era la gatta sua, era una di quelle gatte selvagge, che se la fanno tetti tetti fino che trovano a uno che gli dà a mangiare. Usciva questi pesci dal secchio, se li metteva vicino agli occhi e ci guardava la bocca per mezzora. A lui forse ci pareva che il pesce ci stavano dicendo le ultime volontà: “a me fammi alla matalotta, mi raccomando”, “voglio essere cucinato all’acqua pazza, non facciamo fissarie”. Ma non era cosa di sapere cucinare il pesce, meglio che manco ci provava. Forse, macari, qualcheduno del lungomare lo poteva insegnare, però, per favore, avanti che capiva una cosa ci voleva una giornata, quindi niente, ci levavano mano direttamente, non era cosa per la quale. Continue reading “That’s amore” »

Le nostre

di Mario Fillioley

La novità di questo mese è che tuo padre dice mandorle al posto di fragole. L’ulivo che abbiamo piantato invece, tanto per cambiare, non cresce. Il tronco è sempre lo stesso, esile, non va né avanti né indietro, non muore e non decolla. C’è solo tutta una confusione di piccoli rami che tento sempre di indirizzare verso l’alto col tutore. A volte ne taglio qualcuno, e mentre lo faccio penso a come ti arrabbieresti vedendomelo fare e a quanto ti arrabbierai adesso, leggendo che lo faccio. Questo ulivo somiglia tanto a come siamo io e te e la nostra storia. A te interessa solo dargli l’acqua e concimarlo, basta che cresca, non importa come, non importa in quale direzione, l’importante è che si infoltisca, che produca. Io invece voglio dargli una forma, mi piace che stia dritto e punti al cielo. Un ulivo è un albero tutto storto, quasi sempre. E infatti in giro ci sono quasi tutte coppie storte, che stanno insieme più che altro per i garbugli che le annodano. Io il mio lo vorrei dritto, con i rami un po’ distanti, anche, come siamo io e te adesso, che però da soli non sarebbero niente e insieme invece sono un albero. Mi ricordo spesso di quando abbiamo scavato la buca per ficcarcelo dentro. Il terreno era tutto una pietra, e c’è voluta mezza giornata per metterlo a dimora.

L’ulivo l’avevi comprato tu al mercatino dei fiori, era un fuscello, un arbusto. Ma forse a noi doveva sembrare una cosa enorme, e gli abbiamo scavato una buca che sarebbe andata bene pure per una quercia secolare. Era così che ci vedevamo? La sentivamo così grande questa cosa che stavamo facendo? Io, in quel momento, mentre infilavo l’albero dentro il buco che avevo scavato e ti vedevo ricoprirlo di terra con le mani, anzi con quei guanti da giardiniere che te le facevano enormi come quelle di Gianni Morandi, ti ho sposata. Ho pensato che alberi che entrano dentro buche scavate apposta per loro sono una metafora religiosa del sesso, una cerimonia sacra, che ci stava unendo, obbligandoci a restare per sempre nello stesso posto, sullo stesso terreno, nella stessa buca, con le radici che ci sarebbero spuntate fuori dai piedi, i corpi che si sarebbero uniti nel tronco, e i capelli che ci sarebbero cresciuti verso l’alto. Continue reading “Le nostre” »

Inchi e sduaca

di Mario Fillioley

A volte, siccome l’entropia compendia tutte le combinazioni possibili nell’universo, loro dispongono i banchi come dovrebbero essere disposti in una classe normale: in fila, uno vicino all’altro. E per una manciata di minuti si siedono anche sulle sedie. È una su seicento milioni, come il superenalotto. Però succede.

In quei minuti, io guardo la classe come si guardano i paesaggi dalla cima delle montagne. Se mi concentro, sento risuonare anche il gong di un monaco zen, che mi induce l’estasi, e riesco a vedermi dal di fuori: ho gli occhi chiusi, le gambe intrecciate nella posizione del loto, e fluttuo sospeso a mezz’aria sopra la cattedra. Loro mi stanno di fronte, sedute, con gli occhi che mi fissano come per dire: Avanti, comincia. Sembrano una specie di mare appena increspato, che invoglia a tirare fuori il caicco dal porto, che ti blandisce con il luccichio del sole e l’alitare del vento, e che poi, appena hai alzato la vela, s’infuria, si fa grosso, ti fa scuffiare, ti apre delle falle, ti rigira sottosopra e poi ti sbatte contro uno scoglio. Ma io ormai lo so. Conosco il quadro dei venti e il mutare delle correnti in base alle ore del giorno. E queste sono le ultime due dell’orario. In questi attimi di quiete prima della tempesta, loro sono delle sirene. Non ascolterò il loro richiamo, mi dico, non uscirò in mare aperto. E non fornirò loro alcun appiglio. Da me non avranno pretesti. Continue reading “Inchi e sduaca” »