Radici

Di Gaja Cenciarelli

Fotografie di Tommaso Protti

A cura di Martina Giorgi

Scampoli di umanità tornano a ripopolare le strade. Creature che vagolano ipocritamente stordite in una città che fingono di non conoscere, quasi fossero atterrate da un pianeta alieno e civile e si ritrovassero di colpo, loro malgrado, scaraventate tra i barbari. Si guardano intorno come se fossero i padroni snob dell’universo. La loro volgarità è nella scontatezza. Quasi sempre indossano pinocchietti e infradito, magliette a metà stomaco e scollature da cui debordano tette rifatte. È ancora estate. Loro abbassano gli occhi sulle serrande sollevate a metà, inarcano le sopracciglia indispettiti constatando che la città non si è ancora messa sull’attenti.

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Il tempo dopo

Di Gregorio Magini

Fotografie di Filippo Bardazzi

A cura di Martina Giorgi

La vita di Emiliano Floris fu densa e interessante. L’infanzia in un castello della Loira, dove la madre era guida turistica. A sette anni, giocando con un accendino, Emiliano incenerì la sala delle udienze, un danno di diciotto milioni di franchi. La direzione constatò l’impossibilità di ottenere risarcimento dal piccolo e invitò la famiglia Floris a cambiare residenza. Passando da Blois, la loro Fiat 125 amaranto scuro fu colpita da un sampietrino, ma il parabrezza ne risultò solo incrinato. Si stabilirono a Torino. Emiliano si rivelò un ottimo calciatore, forte e veloce, spaziava sulla fascia sinistra nei pulcini della Juventus. Ma si impuntò nella pretesa di portare il numero 00, litigò con il mister e smise di giocare. Aveva dodici anni. Nell’ottobre del 1981, suo padre vinse un miliardo alla lotteria e andò via da casa. Nell’ottobre del 1982, suo padre tornò, senza una lira e senza un braccio. Nel dicembre del 1982, sua madre andò via da casa e si convertì al buddismo. Emiliano era assorbito nello studio del clarinetto e se ne accorse solo tre anni dopo, quando si rese conto che non aveva molto talento nella musica, accantonò lo strumento, alzò lo sguardo e vide che sua madre indossava un drappo color zafferano, aveva i polsi carichi di braccialetti di ottone e un pallino indaco in fronte. Ciò gli parve doloroso ma appropriato. Gli anni del liceo furono sereni e pieni di feste. Il suo migliore amico si chiamava Stefano detto Fefè. Furono inseparabili negli studi, nelle discoteche e nelle donne, che si rimpallavano a vicenda. Fefè morì durante un’escursione sulle Dolomiti di Sesto, precipitando per quattrocento metri sotto una cengia. Mise un piede in fallo mentre cantava. L’autopsia stabilì che il suo tasso alcolemico al decesso era di 8,4 g/l. Finito il liceo, la vita di Emiliano ebbe un istante di stallo, per l’indecisione sul prosieguo degli studi. Ma un giorno suo padre, infastidito dalla sua inerzia, lo portò in cantina e aprì la cassaforte: dentro c’erano pile di banconote da centomila lire. Il padre gli spiegò che aveva finto di perdere tutto per motivi fiscali e poi lo lasciò solo davanti al tesoro. Prese quello che entrava nello zaino e partì. Nei quindici anni seguenti visitò tutta l’Europa (eccetto la Francia), l’America (Alaska compreso), numerose regioni dell’Africa, dell’Asia, l’Australia e varie isole oceaniche. Tenne un diario dei suoi viaggi: nella prima pagina c’era scritto “Oggi”. Nella seconda: “1000 baht = ?”. Il resto era vuoto.

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In controluce

Di Paolo Zardi

Fotografie di Sergio Andretti

A cura di Martina Giorgi

Il presentimento – è quell’ombra lunga – sul prato -
segno che i soli tramontano -

avvertimento all’erba spaventata
che l’oscurità – sopraggiunge -

Nell’afrore postprandiale che si propaga dal tavolo piazzato sotto gli olivi fino ai bordi della campagna, in quell’abbandono che assomiglia a un acconto di morte calda e secca, ci prepariamo per il mare: io sono stanco, tu hai gli zoccoli olandesi che avevi comprato ad Amsterdam e un paio di occhiali che non ti avevo mai visto addosso. Hai la bocca sfuggente di chi pensa ad altro; ti prenderei a schiaffi, se solo ne avessi la forza, ma il sole della tua terra, la pasta di tua zia, e l’incessante frinire dei grilli stanno tutti dalla tua parte.  Buttiamo due asciugamani nel bagagliaio della Panda, le ciabatte, un ombrellone. Tua cugina, che è appena stata lasciata dal fidanzato per il suo migliore amico, dice che viene anche lei. Ok, vieni anche tu. Ti somiglia – in famiglia avete risparmiato sui lineamenti, e sugli affetti. Mentre partiamo, quella bestia pelosa che ti ostini a chiamare Peggy ci insegue per quasi un chilometro, con la lingua fuori. Ti ricordi quel cagnolino che camminava sulle zampe davanti, come al circo, nel bar dove ci eravamo fermati a bere una cioccolata calda? Era autunno. Dai platani disposti lungo la strada che ci avrebbe riportato a casa cadevano foglie grandi come cartoline. Avevamo trascorso quel pomeriggio passeggiando tra i boschi di castagni e larici sulle colline sopra Padova, e non avevamo detto una parola. Eppure mi piaceva, quel silenzio. Sul tronco di un albero, ai bordi del sentiero, il muschio aveva disegnato il muso di un cerbiatto. Ci guardava dritto in faccia, con la bocca socchiusa, gli occhi sbalorditi. Davvero non hai capito cosa aveva visto? Continue reading “In controluce” »

Ergomostri

Di Roberto Mandracchia

Fotografie di Gabriele Trapani

A cura di Martina Giorgi

L’aspettativa di vita di un uomo o di una donna obesi non coincide mai con quella di un ecomostro, e va a favore di quest’ultimo. Credo dipenda anche dai materiali.

Si sente spesso affermare quale meraviglia siano le nostre cellule, con quei mitocondri e quei lisosomi, e i vacuoli e gli apparati di Golgi e il citoplasma, per non tacere dei reticoli endoplasmatici e dei nuclei e dei nucleoli, delle ciglia e dei flagelli. Che meraviglia, eh, che perfezione.

Il cemento armato, però, è un’altra cosa. Continue reading “Ergomostri” »

I fantasmi che si aggirano a Caracas

A cura di Martina Giorgi

Chavez è al potere in Venezuela dal 1999. Ha passato indenne più d’una – e contestatissima – elezione. Nel frattempo il sogno della rivoluzione bolivarista ha sempre più cozzato con le immagini restituite dalla realtà di strada. Dal 2005 al 2009 Christopher Anderson ha esplorato Caracas e  l’umanità mortifera e carnale che pulsa nelle sue arterie intossicate. Domani, 7 ottobre, il Venezuela torna alle urne.

Colonna sonora consigliata Do You Love Me, Nick Cave & The Bad Seeds.

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Il cucchiaio e il limone. Quaderno di Coroglio

di Gianni Solla

Fotografie di Ilaria D’Atri, «Asbestos Bay»,  matrice di Polaroid 6×9.

A cura di Martina Giorgi

Compriamo la roba a via Bakù, la polizia gira la faccia, gli facciamo schifo, ci tocchiamo le tasche per sentire gli spigoli della carta argentata. Più spigoli sentiamo meno paura abbiamo. Avvertiamo dolori allo stomaco, vomitiamo acqua gialla, le vitamine non ci fanno più niente, tutto quello che non è roba non viene riconosciuto dal nostro corpo, mangiamo soltanto Mars e Pringles, quando non abbiamo roba, ci fanno male i denti. Abbiamo paura di ogni forma di dolore. Se avessimo senso dell’umorismo e i canini al loro posto, diremmo di essere poeti. Continue reading “Il cucchiaio e il limone. Quaderno di Coroglio” »

Holiday Inn #2. Punk Islam

A cura di Martina Giorgi

Wir sind die Turken von Morgen.

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Holiday Inn #1. Yangtze Transfer

A cura di Martina Giorgi

Cento anni fa Henry James descrisse i grattacieli statunitensi come icone di «dispendiosa provvisorietà»: non era la semplice sgradevolezza estetica di quegli edifici a turbarlo, quanto piuttosto quella stratificazione aerea verticale che rimandava a una moltiplicazione di aree da commercializzare, da vendere, da acquistare, da abbattere per poi riedificare. L’assurdità di questi palazzi veniva colta nella loro immanenza e si saldava alla critica verso una società incapace o disinteressata ad accumulare e preservare storia.  Non si trattava di un atteggiamento nostalgico o passatista ma del rifiuto della logica del ricambio compulsivo e della crescita senza sosta. Allo sdegno di James per l’assenza di «vista sul passato» nelle città nordamericane, fecero eco, qualche anno più tardi, le critiche spietate di Céline, Miller e Dos Passos: il Nuovo Mondo si ergeva su residui.

Traslatio imperii.

Lo Yangtze scorre per 6,500 km attraverso tutta la Cina: dalla provincia occidentale del Qinghai fino a Shanghai. Tra le sue acque scorre un paese in continuo cambiamento. Distruzione sistematica del passato. Restituzione continua di un eterno presente:  «Why do we have to destroy to develop? [...] Nothing is the same. We can’t revisit where we came from because it no longer exists».
In questo paesaggio residuale gli esseri umani sono figure indistinguibili, fagocitate dall’ambiente circostante. L’uomo comune ha poco a che fare con il movimento progressivo della storia.

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Instacamintern

a cura di Martina Giorgi

Dato che non ce ne frega nulla delle vostre vacanze, delle quali ci costringete partecipi con tutti i vostri account Instagram collegati a Fb, Twitter e G+, vi proponiamo questa selezione fotografica. Nessun Ray-Ban, nessun tramonto, nessun piatto regionale.Sono di Branson Decou, americano in visita a Leningrado, Mosca e Odessa nel 1931. Tornato a casa ha impresso i negativi su lastre di vetro per lanterne, poi ha colorato le immagini a mano: le foto che ha fatto sono molto più interessanti di qualsiasi autoscatto in un club di Berlino.

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If I Knew You Were Comin’ I’d’ve Baked a Cake

a cura di Martina Giorgi

Alla fine del ’49 due avvenimenti alterarono sensibilmente la situazione postbellica: l’esplosione della prima bomba atomica sovietica e la nascita della Repubblica popolare cinese. In America furono in pochi a comprendere l’antagonismo geopolitico fra i due giganti comunisti. Prevalse la convinzione che il comunismo fosse un movimento monolitico sotto la guida e la direzione del Cremlino, animato da «fede nuova e fanatica, antitetica» a quella degli Stati Uniti. Se Mosca ambiva al dominio della massa euroasiatica la strategia di Truman doveva essere revisionata. Ci pensò Paul Nitze. Con l’Nsc-68 l’ideologia della sicurezza nazionale nordamericana ottenne la sua bibbia. Partizioni, perimetri, logiche assolutizzanti. Cessava di esistere la distinzione tra stato di guerra e di pace. Venne prescritto un massiccio riarmo sia nucleare che convenzionale. Welfare State e Warfare State si dichiararono pienamente compatibili. Burro e cannoni: la crescita dei secondi avrebbe alimentato quella del primo. Ma era soprattutto una questione simbolica. Per gli autori dell’Nsc-68 era necessario preservare ed espandere un’indiscussa preponderanza di forza, per non mettere in dubbio la credibilità dell’impegno statunitense nel contenimento del comunismo. Entrarono in gioco credibilità e percezioni. Divenne fondamentale proiettare un’immagine di risolutezza verso l’URSS, verso gli alleati, verso i paesi terzi non ancora allineati, verso l’opinione pubblica mondiale. Da quel momento qualsiasi sconfitta, anche in aree considerate fino ad allora strategicamente marginali, sarebbe diventata intollerabile per le ripercussioni globali in termini di credibilità. «A defeat anywhere is a defeat everywhere». L’Nsc-68, pur sottolineando la natura psicologica della nuova sfida, finiva col concentrarsi sugli strumenti tradizionali dell’hard power militare. La sua era una retorica sviluppata in un linguaggio politico assolutamente statunitense, fatto di «cospirazioni diaboliche, peccati e peccatori, demoni e salvatori, corruzione e redenzione, scelte drammatiche compiute in nome dell’umanità». Non doveva convincere l’opinione pubblica in cerca di consenso. Non serviva per rendere accettabile una strategia: aveva una funzione meramente analitica. L’ideologia – cultura politica – si faceva strategia. Quando la Corea del Nord invase quella del Sud, il 25 giugno 1950, gli Stati Uniti non esitarono a intervenire, interpretando l’attacco dei nord coreani come la prima tappa di un’azione espansionista manovrata da Stalin che, laddove non contrastata sul nascere, si sarebbe potuta estendere ad altre aree. Schemi binari e omologanti congiunti a dimensioni simboliche fagocitarono un conflitto con matrici autoctone dentro la competizione bipolare. La guerra in Corea durò quasi tre anni e fu la prima guerra della Guerra Fredda.

Era il giugno del 1950, If I Knew You Were Comin’ I’d’ve Baked a Cake suonava nei jukebox.

San Diego 1950, un giovane ufficiale con la moglie poco prima della partenza. U.S. National Archives

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