Il labirinto di un idiota

di Alessandro Turati (Lecco, 1981. Esordirà il 5 marzo col romanzo Le 13 cose, edito dalla Neo. edizioni)

«Ho forse la faccia di uno che deve fare qualcosa quaggiù?»
– Ecco cosa avrei voglia di rispondere agli indiscreti
che mi interrogano sulle mie attività.
(E.M. Cioran)

La storia che preferisco si intitola L’ombrello che ride e il cinese che fa le domande. È una storia breve che inizia con C’è un ombrello che vive a Milano. Si tratta di una sciocchezza, di una vicenda senza né capo né coda dove l’ombrello parla bene l’italiano e il cinese no. Ciononostante il cinese mangia una crespella e tiene in mano una lettera da inviare in Kentucky, mentre l’ombrello, seduto in un angolo della piazza, chiede l’elemosina ai passanti. Fatto sta che il cinese, impietosito, inizia a tartassare l’ombrello di domande sulla sua vita: vuole capire come ha potuto ridursi in quello stato. Ma l’ombrello non risponde, gli ride in faccia e finisce la storia. O forse no, non me lo ricordo. Probabilmente la lettera da spedire in Kentucky doveva pur avere qualche ruolo nella vicenda.

I primi che me l’hanno raccontata sono morti: i miei genitori. Due persone normalissime che hanno preferito suicidarsi, piuttosto che aspettare la vecchiaia. Io ero al mare, mi ha telefonato mia nonna.
«Tuo padre è morto» mi ha detto. Continue reading “Il labirinto di un idiota” »

La stella marina

di Paolo Zardi (Padova,  1970. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani. È autore di Antropometria (NEO. edizioni) e del blog Grafemi.)

 

Stava uscendo dall’università, dove aveva appena tenuto una lezione di Zoologia, quando fu investito da una bicicletta; alla guida, un tossicodipendente che stava scappando da un signore al quale aveva rubato qualcosa. Nessuno dei due – né lui, né il ragazzo – stavano guardando nella giusta direzione. L’urto lo gettò a terra; batté un’anca e la testa. Non svenne, ma un passante chiamò il 118. L’ambulanza arrivò in meno di cinque minuti – l’efficienza veneta. I sanitari ritennero opportuno portarlo in ospedale per un controllo. Il cielo sembrava chiaro, non era ancora sera.

Dopo una prima visita sommaria, fu chiaro che non c’era pericolo di vita; ma servivano controlli: fu fatto sedere in una saletta, in attesa del suo turno. Alle pareti c’erano avvisi sull’influenza suina, sul pericolo delle droghe, sulla minaccia dell’AIDS, sui sintomi dell’anoressia. C’era anche la stampa di un quadro di Mirò, identica a una appesa nel salotto di casa sua. Aspettò più di cinque ore. Spinte da un flusso invisibile, continuavano ad arrivare persone più gravi di lui – gambe spezzate in un incidente automobilistico, un principio di infarto, un ictus, un indigestione sospetta. Chi era ancora cosciente guardava il mondo con un misto di stupore e imbarazzo. La posizione distesa alla quale erano costretti li rendeva vulnerabili. La sala del pronto soccorso sembrava il palco nel quale si rappresentava una commedia – i personaggi entravano in scena da una porta, uscivano dall’altra, ma era impossibile sapere cosa ci fosse dietro quello sfondo.

Per un po’, ebbe accanto una vecchietta seduta su una sedia a rotelle, che si sistemava i pochi capelli bianchi con un pettine di osso. Poco dopo, lei gli rivolse la parola, con una scusa – le serviva aiuto per leggere un numero di telefono sul cellulare che teneva in una tasca della vestaglia celeste; lui le rispose con gentilezza. Poi, di colpo lei scoppiò a piangere: «Sette mesi fa, ho accompagnato mio marito qui, ed è morto nel giro di due ore». Pareva ancora incredula. Gli disse che un anno prima avevano venduto il loro appartamentino, e si erano ritirati in una casa di riposo; lui era paralizzato, lei spingeva la sua carrozzella, ed erano felici. Ora,  aveva sempre male allo stomaco, e faceva fatica ad andare di corpo. Un’infermiera che sembrava essere stata incaricata di sorvegliare i pazienti, si toccava la tempia, come dire che era matta; a lui, invece, sembrava una donna piena di buonsenso: piangere era l’unica cosa che avrebbe fatto anche lui in una situazione come quella. Mentre entrava nello studio del medico, la vecchia gli strinse il braccio e gli sussurrò, con un alito di voce, che non voleva morire.  Continue reading “La stella marina” »

Intervista ad Angelo Biasella

Angelo Biasella (1973), dopo studi improbabili e trascorsi in giornalismo ed editoria, nel 2008 – insieme a Francesco Coscioni – fonda la Neo. edizioni. Oggi, come allora, è il suo direttore editoriale.

Come racconteresti il tuo lavoro in casa editrice?
Lavoro dalle nove di mattina alle otto di sera, pausa pranzo dalle 13 alle 15: come in fabbrica – straordinario compreso – ma più interessante e molto più divertente. La mia giornata tipo si articola pressappoco così: arrivo in sede, accendo il pc e controllo le mail. Rispondo velocemente alle richieste possibili (ordini librerie, urgenze degli autori di scuderia, proposte di collaboratori ipotetici, amici lontani per rimpatriate infattibili). Le richieste impossibili, invece (esordienti onniscienti, luminari presunti, romanzieri depressi, eterni incompresi, cloni indefessi e fiancheggiatori del pessimismo universale), li tengo per la sera… mi rincuorano e aiutano a mantenere salda, in me, la convinzione che non bisogna essere del tutto normali per fare questo lavoro.
Oscurato il computer, mi guardo intorno con fare circospetto, metto una matita rossa tra i denti e poi, all’urlo di “Per Mompracem!” mi tuffo nella catasta di manoscritti che ho alle spalle. Riemergo, dopo un paio di minuti, esausto e sudato con 3/4 prede in pugno. Indi, le leggo. La faccenda, in genere, si trascina fino all’ora del desco. Nel pomeriggio (a panza piena) lavoro di editing sui titoli che abbiamo già risolto di pubblicare. In mezzo a questo, ci sono trasferte per fiere e presentazioni, escursioni – simpaticissime – in banca, alle poste e dal commercialista, diatribe estenuanti sulla scelta delle cover, delle bandelle e delle quarte di copertina col mio socio/cugino Francesco Coscioni (ha sempre ragione lui!) e poi bisogna mantenere rapporti con colleghi, giornalisti, autori pubblicati e autori promettenti, leggere qualche rivista di settore, recensioni, blog letterari, ingiuriare i vicini di casa e, nonostante tutto, rimanere nel (e del) mondo.  Continue reading “Intervista ad Angelo Biasella” »