Il giorno in cui bruciammo Emil Nolde

Di Orso Tosco

Come ogni ogni volta che può, Jaco sta scegliendo un’opera da dare alle fiamme.
La parte nord ovest del museo è crollata da tempo. Attraverso le macerie si intravede la cattedrale di Saint Paul. Nella luce di questo tramonto inestinguibile sembra una enorme meringa blasfema. Strafottente, al centro delle fiamme, circondata dagli incendi e dal loro rumore di stomaco che digerisce male.
Ma Jaco ignora tutto questo. Ciò che può restare resta, tutto il resto cade.

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Nostra Signora

Di Orso Tosco

Nostra Signora dei canili,
adorata nel groviglio di capelli delle ore
nostra signora smerciata, lunga e a forma di uovo
nostra signora del mandato di perquisizione,
accurata, erudita, caldaia ignobile piena di lago,
nostra signora della mediazione, spasmo della perla
e orto schivo, maledetta dal rosso dei mattoni,
nostra signora della masticazione, aiuta, aiuta e cura
il buio a farsi palpebra, e la palpebra a smentire,
smentire e curare, istupidire e curare, questo congegno di stomaco,
bisognoso di luce, bisognoso di fiato e crudele, spietato nella grazia,
spietato nella necessità dello sperpero, quasi legno, quasi pelle di capra, quasi andato,
nostra signora dell’ispezione, accucciata nel cuore di un armadio,
collo di crosta di terra, segnata dal miagolio delle rasature carcerarie,
affondata e ospedaliera, vigna divorata, olio di pietra e pietra lanciata,
nostra signora dell’insurrezione, cuoio vomitato sui compleanni della strage,
medaglia ingoiata a spalancare la gola, tu, tradita in ogni manutenzione,
nostra signora della sparizione, saldata come un’esplosione,
soppesata nel cuore del mattino, urlo che sembra tosse, tarlata,
sedia di nervi e latta, omaggio alla mancanza d’opinione,
somministrata nelle grondaie, tu mastica, mastica e spalanca l’aria,
nostra signora della negazione, cesta foderata di rospi, livido sul nome,
vino alto che cade come un becco, vetrata cieca che attraversi il sonno,
labbra di sangue premute contro un filo di marmo che poi ingoi,
salvaci dai millimetri della sciagura, diluiscili, trascinali nella vaghezza,
fontana ulcerata, spurgo di gioia e acque, neve di strada e corda segata,
nostra signora della preservazione, dura, dura ancora e ancora, e ancora.

 

In tutti i quartieri, in tutte le grotte

Di Orso Tosco

Fu prima che mio cugino Barala si trasformasse in un assiduo giocatore di dadi, prima che gli venissero spezzate entrambe le braccia a causa di una storia di parcheggi e diventasse padre di un bimbo paffuto e felicemente stolto.
Io e Barala in quella lontana estate friggevamo cozze.
La cosa può sembrare strana e far nascere dubbi inopportuni nei più giovani. A questo proposito voglio fare una precisazione: nemmeno allora si potevano mangiare le cozze, e nemmeno le cicale di mare, il tonno e i cigni, tanto meno il sedano rapa e le noci.
Il motivo per cui io e Barala friggevamo cozze va imputato a uno moda del periodo, moda eccentrica che consisteva nel far svolgere mansioni inutili, ma all’apparenza produttive, a giovani bisognosi di danaro.
C’era chi veniva ingaggiato per affrancare missive dirette al macero, chi conduceva programmi radiofonici trasmessi esclusivamente in caseggiati di sordi, altri impartivano lezioni di educazione sessuale ai moribondi, i più pazienti avevano l’incarico di sussurrare parole dolci a cubetti di ghiaccio lasciati a sciogliersi sotto il sole cocente o davanti ai camini delle baite, dove risposano gli sciatori abbronzati.

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Un’infanzia in Ucraina e il coronamento dei propri sogni non sempre coincidono con la felicità

di Orso Tosco

Superare indenni l’infanzia è un’operazione complessa.

Delle molte cose che vanno imparate quasi la loro totalità risulta essere poco piacevole, quando non orribile. I divieti sono pressoché infiniti e vengono imposti senza alcuna giustificazione.

I gusti personali, acerbi ma pur sempre reali, se non riescono a rientrare nei piani misteriosamente sadici degli adulti, sono presto bollati come capricci e repressi con assoluta fermezza.

Nessun bambino è mai riuscito a capire le ragioni per cui tante occupazioni, e bevande e cibi, francamente disgustosi, siano necessari al proprio benessere, mentre tutto ciò che procura gioia – arrampicarsi sugli alberi, bruciare oggetti e torturare creature di dimensioni inferiori – sia invece pericoloso e proibito.

In molti casi l’infanzia altro non fa che fornire una base per una certa visione della vita, tristemente diffusa, secondo la quale il piacere personale dev’essere avvertito come una colpa da scontare ed espiare dedicando la maggior parte del proprio tempo a faccende faticose, noiose, spesso inutili, quasi sempre detestate.

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