I luoghi d’infanzia #5: l’istituto di fisica

di Paolo Zardi

Ora che io sono dall’altra parte, dalla parte dei grandi, degli adulti, di quelli che la mattina escono mentre gli altri dormono, che chiamano durante il giorno per sentire come va, per sapere come è andata a nuoto o a calcio, se i bambini hanno mangiato, se hanno finito i compiti, se la febbre è scesa o il mal di pancia è passato, che poi, quando tornano la sera, raccontano storie complicate e noiose su colleghi che tutti, in famiglia, conoscono per nome ma che nessuno ha mai visto, le raccontano con la sensazione che quel parlare non serva a nulla se non a mitigare una solitudine ineludibile – ora che sono un papà che va al lavoro, quarant’anni dopo aver iniziato a vedere mio padre uscire la mattina e tornare la sera, dal lunedì al venerdì, dieci anni dopo che ha smesso di farlo – non del tutto, però: per anni ha sfruttato la possibilità di avere comunque un ufficio dove finire le cose che aveva iniziato prima di andare in pensione – ora che sto tornando in treno da Milano, dove ho partecipato a tre riunioni su altrettanti argomenti, con il telefono sempre acceso, le mail a pioggia, gli inviti, i messaggi… Ora, adesso… Continue reading “I luoghi d’infanzia #5: l’istituto di fisica” »

I luoghi d’infanzia #4: gli eroi

di Paolo Zardi

L’ho chiamato da lontano – il sole era già tramontato, e il campo in erba sintetica brillava sotto le luci artificiali – per dirgli che era ora di tornare a casa, che la nonna aveva chiamato per dirci che la cena era pronta, ma lui è rimasto là, vicino all’area di rigore, con il pallone sotto il piede, immobile, le mani sui fianchi… Gli sono andato incontro. “Che succede?” gli ho chiesto, ma lui stava zitto, e non diceva niente: con il dorso delle mani si asciugava le lacrime, dignitosamente.
“Ti sei fatto male?”
“Io rimango qui” mi ha risposto con un filo di voce. Allora ho capito. Mi sono tolto la maglia, e abbiamo fatto passaggi, e tiri in porta, e rigori: il paio di pantaloni blu che indossavo continuavano a scivolarmi giù, scoprendomi il culo da impiegato. Dopo dieci minuti, era finalmente soddisfatto. Siamo tornati alla macchina, e lungo una stradina buia e piena di sassi mi ha parlato del suo inevitabile sogno di entrare, prima o poi, in Nazionale; più tardi, a casa, in giardino – era già buio, e la cagna di mia suocera ci scodinzolava intorno felice di sentire le nostre voci –, mi ha confessato che non appena sarebbe diventato un po’ famoso avrebbe scritto un libro, il cui incipit sarebbe stato “Io sono Jurij, e anche se il mio sinistro non è un granché, il destro è un piede magico”. Gli ho accarezzato la testa, e ho pensato: ok, benvenuto nel delirio del calcio. Continue reading “I luoghi d’infanzia #4: gli eroi” »

I luoghi d’infanzia #2: i luoghi dei bambini

di Paolo Zardi (Qui: #1, La Caserma)

Mentre passeggio sul lungomare, sotto il sole ormai stanco della seconda metà di agosto, non posso evitare di guardare i corpi che mi circondano: mamme che inseguono bambini con la bocca piena di sabbia, vecchi rugosi che nuotano a rana nell’acqua alta un metro, ragazzi e ragazze che si rincorrono tra spruzzi gelati. Alcuni parlano in tedesco, altri in russo, altri in un italiano pieno di accenti; la pelle che li ricopre, la membrana che li contiene, assume infinite gradazioni di bianco, rosso, viola, marrone e nero; poi macchie, nei, chiazze, vitiligini, efelidi, funghi, papillomi, cisti e tatuaggi – decine, centinaia di tatuaggi di ogni forma e colore.

Quando ero ragazzo, e camminavo in spiaggia, il sentimento predominante era ildesiderio. Le donne distese sugli asciugamani, o quelle che giocavano a pallavolo nella sabbia rovente, o quelle che passeggiavano a un passo dalla costa, sollevando spruzzi d’acqua con i piedi, e ridendo con gli occhi socchiusi dietro gli occhiali da sole, sembravano parlare una lingua fatta di turgida carne. Che fine hanno fatto quei corpi così espressivi? Mi verrebbe da dire che sono spariti, inghiottiti dall’euro, dal buco dell’ozono, da Berlusconi, dai cellulari – o da una qualsiasi altra cosa incomprensibile tra quelle emerse negli ultimi vent’anni, ma sospetto che il problema andrebbe descritto in termini diversi. La comunicazione richiede due soggetti: uno che emette un segnale, un altro che lo riceve e lo decodifica; e per un motivo che non so, io ho smesso di ricevere, oppure ho iniziato a decodificare nel modo sbagliato. O, forse, a decodificare in modo oggettivo: senza aggiungere significato a quei corpi. Continue reading “I luoghi d’infanzia #2: i luoghi dei bambini” »

I luoghi d’infanzia #1: la caserma

di Paolo Zardi

Taluni – scienziati cognitivisti, psicologi, persone romantiche – ritengono che i luoghi dell’infanzia rappresentino non solo lo scenario sul quale si proiettano i nostri primi ricordi, ma la base della struttura della nostra mente. Secondo Julian Jaynes, l’autore dell’indimenticabile “Il crollo della mente bicamerale”, lo spazio mentale nel quale opera la coscienza è una metafora, o una rappresentazione, dello spazio fisico che ci circonda (lo dimostrerebbero le parole usate per descrivere i nostri pensieri:afferriamo un’idea, rimuoviamo un ricordo, scacciamo alcuni brutti pensieri); lo spazio fisico che ci circonda, quindi, concorre alla formazione della nostra coscienza, del nostro modo di pensare, di sentire, di organizzare le idee. E così come la lingua ascoltata nei primi anni di vita diventa la nostra lingua madre, differenziandosi da tutte quelle che cercheremo, a fatica, di imparare negli anni successivi, allo stesso modo lo spazio nel quale muoviamo i nostri primi passi – la casa dove gattonavamo, l’asilo dove abbiamo fatto le nostre prime esperienze di relazione, il giardino nel quale giocavamo a nascondino per pomeriggi interi – definisce lo spazio mentale nel quale si muoveranno i nostri pensieri. Per tutta la vita…

La casa in cui ho vissuto i miei primi diciannove anni è un appartamento di cento metri quadrati che non vedo dal 1989: un’entrata con l’immancabile telefono di bachelite grigia appoggiato a un mobiletto sotto uno specchio, la cucina a destra, il salotto a sinistra, e un corridoio lungo sette metri davanti; poi, in fondo, in senso antiorario, la camera dei miei genitori, il bagno grande, il bagno piccolo (trasformato in un impraticabile sgabuzzino), la camera piccola di Alberto, la camera grande mia e di Fausto. Continue reading “I luoghi d’infanzia #1: la caserma” »

Cronache Vere

Pornografia occidentale

di Paolo Zardi

Aveva capito che per lui era finita quando il suo responsabile si era rifiutato di inserirlo nel team che avrebbe seguito un progetto appena partito. Alla sua richiesta di spiegazioni, lui gli aveva risposto, con un sorriso pieno di imbarazzo, che gli consigliava di concentrarsi sulla sua salute – che l’azienda non aveva fretta, che gli dava tutto il tempo che gli serviva per rimettersi in sesto: un cinico calcolo travestito da gentilezza. Prima di farlo uscire dall’ufficio, gli diede anche un moderata pacca sulle spalle, con la delicatezza di chi ha paura di rompere qualcosa di fragile.

Da allora, erano passati quattro mesi. Il responsabile probabilmente si aspettava che  mollasse spontaneamente – in casi come quelli il licenziamento era impensabile, e si confidava nella dignitosa collaborazione del dipendente. Lui, però, non aveva mai smesso di andare al lavoro: scale, l’autobus, la metro, di nuovo l’autobus; poi la reception, e le ragazze che lo salutavano con una tenerezza sempre più smarrita, Ogni giorno il viaggio sembrava più lungo, più duro, più pesante. L’aria calda dei vagoni era diventata irrespirabile, le scale un tormento. Una volta arrivato in ufficio, trascinava i piedi lungo l’open space, tirava fuori il pc dalla borsa, lo appoggiava sul suo tavolo, lo accendeva, e poi non sapeva cosa fare. Qualcuno lo guardava, e subito distoglieva lo sguardo. Aveva un aspetto terribile – i pantaloni non stavano più su, e gli era cresciuta una barba grigiastra, sporca che non riusciva più a tagliare. Spesso tremava. La voce era poco più di un sibilo. Continue reading “Pornografia occidentale” »

In controluce

Di Paolo Zardi

Fotografie di Sergio Andretti

A cura di Martina Giorgi

Il presentimento – è quell’ombra lunga – sul prato -
segno che i soli tramontano -

avvertimento all’erba spaventata
che l’oscurità – sopraggiunge -

Nell’afrore postprandiale che si propaga dal tavolo piazzato sotto gli olivi fino ai bordi della campagna, in quell’abbandono che assomiglia a un acconto di morte calda e secca, ci prepariamo per il mare: io sono stanco, tu hai gli zoccoli olandesi che avevi comprato ad Amsterdam e un paio di occhiali che non ti avevo mai visto addosso. Hai la bocca sfuggente di chi pensa ad altro; ti prenderei a schiaffi, se solo ne avessi la forza, ma il sole della tua terra, la pasta di tua zia, e l’incessante frinire dei grilli stanno tutti dalla tua parte.  Buttiamo due asciugamani nel bagagliaio della Panda, le ciabatte, un ombrellone. Tua cugina, che è appena stata lasciata dal fidanzato per il suo migliore amico, dice che viene anche lei. Ok, vieni anche tu. Ti somiglia – in famiglia avete risparmiato sui lineamenti, e sugli affetti. Mentre partiamo, quella bestia pelosa che ti ostini a chiamare Peggy ci insegue per quasi un chilometro, con la lingua fuori. Ti ricordi quel cagnolino che camminava sulle zampe davanti, come al circo, nel bar dove ci eravamo fermati a bere una cioccolata calda? Era autunno. Dai platani disposti lungo la strada che ci avrebbe riportato a casa cadevano foglie grandi come cartoline. Avevamo trascorso quel pomeriggio passeggiando tra i boschi di castagni e larici sulle colline sopra Padova, e non avevamo detto una parola. Eppure mi piaceva, quel silenzio. Sul tronco di un albero, ai bordi del sentiero, il muschio aveva disegnato il muso di un cerbiatto. Ci guardava dritto in faccia, con la bocca socchiusa, gli occhi sbalorditi. Davvero non hai capito cosa aveva visto? Continue reading “In controluce” »

La missione impossibile

di Paolo Zardi

Per la festa dei suoi diciotto anni (“i primi”, aveva detto scherzando), Sara aveva chiesto di prenotare il Tortuga per tutta la serata, e di chiamare DJ Tonyo a mettere su musica; lui, che avrebbe preferito organizzare qualcosa in campagna, dai suoi genitori – tipo grigliata sotto gli olivi -, alla fine aveva accettato, un po’ a malincuore. Intorno alle undici e mezza di sera era passato in discoteca, con sua moglie Carla, ad assistere al taglio della torta, e alla cerimonia delle diciotto candeline, e la gioia di sua figlia, avvolta nell’abbraccio caldo di tutti i suoi amici, lo aveva reso felice e malinconico allo stesso tempo. Quella giovinezza piena di energia, con i denti bianchi e la pelle liscia, era qualcosa che aveva perduto da tempo, consumata nelle migliaia di chilometri che aveva percorso in giro per l’Italia, o piegato su un libro, la sera tardi, quando tutti erano andati a dormire; ma il sorriso di Sara, la sua straripante vitalità, lo ammannivano come una piccola promessa di eternità. Brindarono con bottiglie di champagne, e lui forse bevette un po’ troppo perché quando tornò a casa, e si distese a letto, accanto a sua moglie, ebbe l’impressione che la camera fosse sul punto di crollare. Si addormentò alle due.

Alle quattro, svegliò Carla.
“Cosa succede?” chiese spaventata.
“Mm mm mm”.
“Non ho capito”.
Lui le indicò i tappi nelle orecchie, che lei infilava ogni notte, per resistere al poderoso russare di suo marito.
“Ora mi senti?”
“Sì. Che ore sono?”
“Le quattro”. Continue reading “La missione impossibile” »

Anestesia occidentale

di Paolo Zardi

Chissà se qualche volta, mentre sei al telefono con tua figlia, ci pensi ancora. Chissà se quando ti racconta che ha finalmente firmato un contratto con la Puma per una nuova linea di borsette che portano il suo nome, sei davvero orgogliosa, per quel successo, o se invece – almeno per un momento – pensi che l’orrore di un mondo di plastica è arrivato fino dentro a casa tua, in un modo che è diventato irreversibile.

Chissà se quando sei davanti alla televisione, ormai sempre accesa, e assisti allo show di ingiustizie circondate dal silenzio lobotomizzato della gente, ti capita di sentire il brivido animale che provasti al numero 1450 di Noriega Street, a San Francisco, nell’aprile del 1975, quando le telecamere della banca ti immortalarono con la pistola in mano, il volto stravolto da un entusiasmo pieno di libertà e giustizia – nei giorni in cui fosti costretta a prendere atto di cosa fosse realmente il mondo rivestito in pelle di chi ha i soldi, e quello di merda e sangue di chi i soldi non ce li ha.

Chissà se Wilton, la piccola cittadina tra Norwalk e Saugatuck River dove vivi con la guardia del corpo che hai sposato, ti sembra un luogo sufficientemente stimolante per passare la vita comoda di una donna molto molto ricca, o se ci sono giorni, invece, nei quali guardi fuori da una delle tue finestre, e, vedendo passare un pullman pieno di cheerleaders dirette ad una partita di football in una cittadina da quelle parti – una cittadina altrettanto piccola e perfetta, nel suo lindore, e altrettanto compiaciuta del rigore dei suoi brevi viali alberati – chissà se pensi che è impossibile riuscire a passare attraverso la devastante passione di una ribellione ed uscirne indenni; non dico immacolati, ma nemmeno normalizzati. Continue reading “Anestesia occidentale” »

Un’intervista inedita a Philip Roth

traduzione e nota introduttiva di Paolo Zardi (pubblicata qualche tempo fa – prima che uscissero un paio di titoli giovanili di Roth – su Grafemi)

Di recente, Einaudi ha pubblicato un nuovo libro di Philip Roth, dal curioso e lunghissimo titolo “Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno” ovvero, Guardando Kafka. Non sono del tutto convinto dell’onestà di questa operazione: meno di 50 pagine vendute a più di 8 euro è un pretendere un po’ troppo dalle tasche di chi ama Roth. Anche perché il libro in questione altro non è che un piccolo estratto di un’opera molto più ampia, scritta da Roth nel 1973 e mai pubblicata in Italia, dal titolo Reading myself and others.

Questo libro contiene interviste, saggi e lettere scritte o rilasciate da Philip Roth tra il 1969 e il 1973, quindi immediatamente dopo l’uscita del libro che ne decretò il successo presso il grande pubblico, cioè Lamento di Portnoy. La carriera letteraria di Roth, però, inizia una decina di anni prima, con alcuni racconti pubblicati su importanti riviste letterarie, e con l’uscita di Addio, Columbus un romanzo breve (in inglese: novella) su un ragazzo ebreo che si innamora di una ragazza Gentile; successivamente, pubblica, tra il 1962 e il 1967, altri due romanzi lunghi (cioè il classico novel), Lasciarsi andareQuando Lucy era buona, prima di arrivare al celebre Lamento di Portnoy. Attualmente, in Italia non è possibile acquistare nessuno dei primi tre romanzi; meno di un anno fa, mi è capitato casualmente di leggere una vecchia edizione di Addio, Columbus, e mi sono trovato davanti a una versione molto giovanile, quasi adolescenziale, del Roth che sarebbe venuto dopo. Se fossi un editore, lo pubblicherei solo come testimonianza dell’evoluzione di uno dei più importanti scrittori del ventesimo secolo. Continue reading “Un’intervista inedita a Philip Roth” »