Di Paolo Zardi
Fotografie di Sergio Andretti
A cura di Martina Giorgi

Il presentimento – è quell’ombra lunga – sul prato -
segno che i soli tramontano -
avvertimento all’erba spaventata
che l’oscurità – sopraggiunge -
Nell’afrore postprandiale che si propaga dal tavolo piazzato sotto gli olivi fino ai bordi della campagna, in quell’abbandono che assomiglia a un acconto di morte calda e secca, ci prepariamo per il mare: io sono stanco, tu hai gli zoccoli olandesi che avevi comprato ad Amsterdam e un paio di occhiali che non ti avevo mai visto addosso. Hai la bocca sfuggente di chi pensa ad altro; ti prenderei a schiaffi, se solo ne avessi la forza, ma il sole della tua terra, la pasta di tua zia, e l’incessante frinire dei grilli stanno tutti dalla tua parte. Buttiamo due asciugamani nel bagagliaio della Panda, le ciabatte, un ombrellone. Tua cugina, che è appena stata lasciata dal fidanzato per il suo migliore amico, dice che viene anche lei. Ok, vieni anche tu. Ti somiglia – in famiglia avete risparmiato sui lineamenti, e sugli affetti. Mentre partiamo, quella bestia pelosa che ti ostini a chiamare Peggy ci insegue per quasi un chilometro, con la lingua fuori. Ti ricordi quel cagnolino che camminava sulle zampe davanti, come al circo, nel bar dove ci eravamo fermati a bere una cioccolata calda? Era autunno. Dai platani disposti lungo la strada che ci avrebbe riportato a casa cadevano foglie grandi come cartoline. Avevamo trascorso quel pomeriggio passeggiando tra i boschi di castagni e larici sulle colline sopra Padova, e non avevamo detto una parola. Eppure mi piaceva, quel silenzio. Sul tronco di un albero, ai bordi del sentiero, il muschio aveva disegnato il muso di un cerbiatto. Ci guardava dritto in faccia, con la bocca socchiusa, gli occhi sbalorditi. Davvero non hai capito cosa aveva visto? Continue reading “In controluce” »

di Paolo Zardi
Per la festa dei suoi diciotto anni (“i primi”, aveva detto scherzando), Sara aveva chiesto di prenotare il Tortuga per tutta la serata, e di chiamare DJ Tonyo a mettere su musica; lui, che avrebbe preferito organizzare qualcosa in campagna, dai suoi genitori – tipo grigliata sotto gli olivi -, alla fine aveva accettato, un po’ a malincuore. Intorno alle undici e mezza di sera era passato in discoteca, con sua moglie Carla, ad assistere al taglio della torta, e alla cerimonia delle diciotto candeline, e la gioia di sua figlia, avvolta nell’abbraccio caldo di tutti i suoi amici, lo aveva reso felice e malinconico allo stesso tempo. Quella giovinezza piena di energia, con i denti bianchi e la pelle liscia, era qualcosa che aveva perduto da tempo, consumata nelle migliaia di chilometri che aveva percorso in giro per l’Italia, o piegato su un libro, la sera tardi, quando tutti erano andati a dormire; ma il sorriso di Sara, la sua straripante vitalità, lo ammannivano come una piccola promessa di eternità. Brindarono con bottiglie di champagne, e lui forse bevette un po’ troppo perché quando tornò a casa, e si distese a letto, accanto a sua moglie, ebbe l’impressione che la camera fosse sul punto di crollare. Si addormentò alle due.
Alle quattro, svegliò Carla.
“Cosa succede?” chiese spaventata.
“Mm mm mm”.
“Non ho capito”.
Lui le indicò i tappi nelle orecchie, che lei infilava ogni notte, per resistere al poderoso russare di suo marito.
“Ora mi senti?”
“Sì. Che ore sono?”
“Le quattro”. Continue reading “La missione impossibile” »

di Paolo Zardi
Chissà se qualche volta, mentre sei al telefono con tua figlia, ci pensi ancora. Chissà se quando ti racconta che ha finalmente firmato un contratto con la Puma per una nuova linea di borsette che portano il suo nome, sei davvero orgogliosa, per quel successo, o se invece – almeno per un momento – pensi che l’orrore di un mondo di plastica è arrivato fino dentro a casa tua, in un modo che è diventato irreversibile.
Chissà se quando sei davanti alla televisione, ormai sempre accesa, e assisti allo show di ingiustizie circondate dal silenzio lobotomizzato della gente, ti capita di sentire il brivido animale che provasti al numero 1450 di Noriega Street, a San Francisco, nell’aprile del 1975, quando le telecamere della banca ti immortalarono con la pistola in mano, il volto stravolto da un entusiasmo pieno di libertà e giustizia – nei giorni in cui fosti costretta a prendere atto di cosa fosse realmente il mondo rivestito in pelle di chi ha i soldi, e quello di merda e sangue di chi i soldi non ce li ha.
Chissà se Wilton, la piccola cittadina tra Norwalk e Saugatuck River dove vivi con la guardia del corpo che hai sposato, ti sembra un luogo sufficientemente stimolante per passare la vita comoda di una donna molto molto ricca, o se ci sono giorni, invece, nei quali guardi fuori da una delle tue finestre, e, vedendo passare un pullman pieno di cheerleaders dirette ad una partita di football in una cittadina da quelle parti – una cittadina altrettanto piccola e perfetta, nel suo lindore, e altrettanto compiaciuta del rigore dei suoi brevi viali alberati – chissà se pensi che è impossibile riuscire a passare attraverso la devastante passione di una ribellione ed uscirne indenni; non dico immacolati, ma nemmeno normalizzati. Continue reading “Anestesia occidentale” »

traduzione e nota introduttiva di Paolo Zardi (pubblicata qualche tempo fa – prima che uscissero un paio di titoli giovanili di Roth – su Grafemi)
Di recente, Einaudi ha pubblicato un nuovo libro di Philip Roth, dal curioso e lunghissimo titolo “Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno” ovvero, Guardando Kafka. Non sono del tutto convinto dell’onestà di questa operazione: meno di 50 pagine vendute a più di 8 euro è un pretendere un po’ troppo dalle tasche di chi ama Roth. Anche perché il libro in questione altro non è che un piccolo estratto di un’opera molto più ampia, scritta da Roth nel 1973 e mai pubblicata in Italia, dal titolo Reading myself and others.
Questo libro contiene interviste, saggi e lettere scritte o rilasciate da Philip Roth tra il 1969 e il 1973, quindi immediatamente dopo l’uscita del libro che ne decretò il successo presso il grande pubblico, cioè Lamento di Portnoy. La carriera letteraria di Roth, però, inizia una decina di anni prima, con alcuni racconti pubblicati su importanti riviste letterarie, e con l’uscita di Addio, Columbus un romanzo breve (in inglese: novella) su un ragazzo ebreo che si innamora di una ragazza Gentile; successivamente, pubblica, tra il 1962 e il 1967, altri due romanzi lunghi (cioè il classico novel), Lasciarsi andare e Quando Lucy era buona, prima di arrivare al celebre Lamento di Portnoy. Attualmente, in Italia non è possibile acquistare nessuno dei primi tre romanzi; meno di un anno fa, mi è capitato casualmente di leggere una vecchia edizione di Addio, Columbus, e mi sono trovato davanti a una versione molto giovanile, quasi adolescenziale, del Roth che sarebbe venuto dopo. Se fossi un editore, lo pubblicherei solo come testimonianza dell’evoluzione di uno dei più importanti scrittori del ventesimo secolo. Continue reading “Un’intervista inedita a Philip Roth” »

di Paolo Zardi (Racconto uscito su Grafemi)
Il venerdì, a pranzo, ormai c’è questa abitudine: andare a mangiare un panino da Nando. Nando è, assieme a sua moglie Paola, il proprietario di un bar un po’ decaduto, nella prima periferia di Padova, in una zona che di sera è frequentata da battone, guardie giurate, tossici in cerca di conforto, e che durante il giorno, invece, ci vanno quelli che se ne fregano delle belle maniere, dell’eleganza sempre uguale dei bar pseudobusiness – cameriere con l’orecchino sul naso e l’accento di Campagna Lupia, insalatona a sette euro, scontrino mai battuto -, e che preferiscono, invece, la sana sostanza di un panino farcito con porchetta, melanzane, salsa piccante e tabasco. Ci andrei tutti i giorni, se la mia panza me lo consentisse; mi accontento del venerdì, con i colleghi. E’ una piccola liberazione – un presagio di weekend. Ieri, che era appunto venerdì, oltre a mangiare un panino (con le lacrime agli occhi per la commozione), ho bevuto due birre; e poiché, assieme al caffè Nando ci porta sempre una bottiglia di Sambuca, alle due ero praticamente ubriaco.
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Giovedì sera ho portato i bambini alle giostre. Avrei potuto fare finta di niente – sono abbastanza piccoli da non sapere che in giugno, in Prato della Valle, arrivano gli autoscontri, e i dischi volanti, e la casa delle streghe – ma poi ho pensato a quando ero piccolo, e mio padre mi ci portava – ho rivissuto quei ricordi, così nitidi, così vividi, così felici (mi pare di aver letto da qualche parte che quelli del Cancro non perdono mai alcun ricordo), e alla fine ho deciso di essere un buon padre: alle otto li ho caricati in macchina e siamo partiti. Continue reading “Bolle” »

di Paolo Zardi (Padova, 1970. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani. È autore di Antropometria, NEO. edizioni, e del blog Grafemi. Il suo nuovo romanzo, La felicità esiste, edito da Alet, uscirà il 27 gennaio)
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[Silenzio. Un tavolo di vetro sullo sfondo. Luci basse. Sedersi con le gambe incrociate. Blu. Odore di lavanda.]
Un condannato a morte, in Giappone, aspetta, nella sua cella molto asettica, l’arrivo dei secondini per l’ora di pranzo. Sta seduto per terra, su un tappetino. Guarda il muro davanti, come fa da circa trent’anni. Quanto mancherà? pensa. A differenza degli Stati Uniti, sulle cui esecuzioni sappiamo tutto, quasi nessuno è a conoscenza del fatto che in Giappone i condannati a morte possono rimanere nel braccio della morte per decine di anni; non solo: che l’esecuzione non è annunciata. Ad un certo punto, ad ora di pranzo, arrivano due persone che ti portano fuori dalla cella. Mentre insieme si cammina lungo un corridoio, ti dicono: ora ti impicchiamo. Dopo cinque minuti, il tuo corpo penzola, lieve. Le tue mutande sono bagnate di urina e sporche delle feci liberate nel momento in cui il midollo spinale si è spezzato.
Per cui anche adesso, un condannato a morte, in Giappone, aspetta, nella sua cella molto asettica, l’arrivo dei secondini, che porteranno il pranzo o la morte. [Alzarsi di colpo. Gesticolare. Andare avanti ed indietro per la stanza. Rosso. Resina.] Continue reading “Quello che manca” »

di Paolo Zardi (da Grafemi)
Alcuni sostengono che senza Turing, gli Alleati non avrebbero vinto la Seconda Guerra Mondiale, o, almeno, non l’avrebbero vinta in cinque anni.
Altri, vedono in Turing, tipico esemplare di scienziato inglese atipico, il precursore di tutta l’informatica di oggi – la famosa “macchina di Turing”, modello matematico capace di formalizzare il comportamento di un elaboratore elettronico l’ha inventata lui, e tutti gli studi sull’intelligenza artificiale fanno riferimento ad un suo articolo scritto nel 1950.
È indiscutibile che egli abbia posseduto una delle menti più brillanti di tutti i tempi: basta andare su Wikipedia per capire su quali basi si possa arrivare a queste conclusioni.
La giornata di oggi – la sveglia che scuote da un sonno profondo alle sette e cinquantadue in punto, il caffè amarognolo più yogurt e mela (come prescrive la dieta), una doccia calda e veloce, l’occhiata furtiva alla casella di posta (e la pulizia dallo spam), i due nanetti che zampettano per casa grattandosi le punture delle zanzare sulle gambe, le chiavi della macchina prese al volo dal tavolino in entrata (sul quale erano state appoggiate con una fretta disordinata la sera prima), il PC nella borsa, un salto da un cliente (con lo stupore di sorprendere il nocciolo più interno dell’anima nell’atto di pregare una qualche divinità: fa che l’ascensore si blocchi - preferendo un pomeriggio chiuso dentro a quella specie di bara di cristallo, piuttosto che uno trascorso a risolvere i problemi che un PC porge agli essere umani), la serata che sarà uguale a molte altre, tranquillissime serate – ecco, quale senso può avere raccontare, e quindi leggere, una storia simile? Continue reading “Chiavi” »

di Paolo Zardi (Padova, 1970. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani. È autore di Antropometria (NEO. edizioni) e del blog Grafemi.)
Stava uscendo dall’università, dove aveva appena tenuto una lezione di Zoologia, quando fu investito da una bicicletta; alla guida, un tossicodipendente che stava scappando da un signore al quale aveva rubato qualcosa. Nessuno dei due – né lui, né il ragazzo – stavano guardando nella giusta direzione. L’urto lo gettò a terra; batté un’anca e la testa. Non svenne, ma un passante chiamò il 118. L’ambulanza arrivò in meno di cinque minuti – l’efficienza veneta. I sanitari ritennero opportuno portarlo in ospedale per un controllo. Il cielo sembrava chiaro, non era ancora sera.
Dopo una prima visita sommaria, fu chiaro che non c’era pericolo di vita; ma servivano controlli: fu fatto sedere in una saletta, in attesa del suo turno. Alle pareti c’erano avvisi sull’influenza suina, sul pericolo delle droghe, sulla minaccia dell’AIDS, sui sintomi dell’anoressia. C’era anche la stampa di un quadro di Mirò, identica a una appesa nel salotto di casa sua. Aspettò più di cinque ore. Spinte da un flusso invisibile, continuavano ad arrivare persone più gravi di lui – gambe spezzate in un incidente automobilistico, un principio di infarto, un ictus, un indigestione sospetta. Chi era ancora cosciente guardava il mondo con un misto di stupore e imbarazzo. La posizione distesa alla quale erano costretti li rendeva vulnerabili. La sala del pronto soccorso sembrava il palco nel quale si rappresentava una commedia – i personaggi entravano in scena da una porta, uscivano dall’altra, ma era impossibile sapere cosa ci fosse dietro quello sfondo.
Per un po’, ebbe accanto una vecchietta seduta su una sedia a rotelle, che si sistemava i pochi capelli bianchi con un pettine di osso. Poco dopo, lei gli rivolse la parola, con una scusa – le serviva aiuto per leggere un numero di telefono sul cellulare che teneva in una tasca della vestaglia celeste; lui le rispose con gentilezza. Poi, di colpo lei scoppiò a piangere: «Sette mesi fa, ho accompagnato mio marito qui, ed è morto nel giro di due ore». Pareva ancora incredula. Gli disse che un anno prima avevano venduto il loro appartamentino, e si erano ritirati in una casa di riposo; lui era paralizzato, lei spingeva la sua carrozzella, ed erano felici. Ora, aveva sempre male allo stomaco, e faceva fatica ad andare di corpo. Un’infermiera che sembrava essere stata incaricata di sorvegliare i pazienti, si toccava la tempia, come dire che era matta; a lui, invece, sembrava una donna piena di buonsenso: piangere era l’unica cosa che avrebbe fatto anche lui in una situazione come quella. Mentre entrava nello studio del medico, la vecchia gli strinse il braccio e gli sussurrò, con un alito di voce, che non voleva morire. Continue reading “La stella marina” »
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