Quello che fa il vuoto in salita

Di Marco Ciriello

Passò, soffrì, cadde, si alzò, tornò, vinse, ricadde, cercò di alzarsi di nuovo, barcollò e poi infilò una strada sbagliata. Una via crucis. Quando Marco Pantani salì sul trono del ciclismo mondiale staccando Ullrich lungo le salite del Galibier, sotto grosse gocce d’acqua con i fari delle moto a fargli luce, alzandosi e trascinando con sé l’Italia ferma a Felice Gimondi, tutti capimmo che la vita non è facile per nessuno, nemmeno per chi vince. Il ciclismo insegna oltre che diverte. È uno sport di reale autentica fatica. Epico. I suoi eroi sono veri cavalieri, dietro hanno nomi di monti come di battaglie: Mortirolo, Montecampione, Oropa, Piancavallo, Alpe d’Huez, Galibier, Plateau de Beille. Geografia costruita, messa in fila da pedalate e ritmo, respiri e sforzi. Che dopo anni ancora ti ricordi curva dopo curva quanto sudore c’hai lasciato in giro. Stracciare il Tour de France è fare storia, vincere Giro d’Italia e Tour insieme è sedersi di fianco a Fausto Coppi. Pantani è stato l’ultimo a scandire la nostra vita normale con le sue vittorie. A riportare il ciclismo in prima pagina. A incollarci come e più che per una squadra di calcio. Accendeva le corse e con loro il nostro orgoglio bambinesco. Ha corso a dispetto dei medici e degli incidenti, della sfortuna e delle cadute, dei fermi e del suo fisico. Altalenante, umano a modo suo, sfortunato come uno qualsiasi, incomparabile, che ne dovrà passare del tempo per riaverne di uguali, forse mai più.

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