Il giorno in cui bruciammo Emil Nolde

Di Orso Tosco

Come ogni ogni volta che può, Jaco sta scegliendo un’opera da dare alle fiamme.
La parte nord ovest del museo è crollata da tempo. Attraverso le macerie si intravede la cattedrale di Saint Paul. Nella luce di questo tramonto inestinguibile sembra una enorme meringa blasfema. Strafottente, al centro delle fiamme, circondata dagli incendi e dal loro rumore di stomaco che digerisce male.
Ma Jaco ignora tutto questo. Ciò che può restare resta, tutto il resto cade.

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Un attimo

Di Marino Buzzi

Fitta alla tempia destra, sangue dal naso, la vista si annebbia. Cado in avanti, sbatto il ginocchio destro a terra, entrambi i palmi delle mani sul suolo bagnato. Rimango a carponi incapace di rialzarmi. Passanti che mi guardano, passi veloci, qualcuno mi afferra, cado su un fianco, non sento i rumori, vedo la sagoma di una donna sopra di me. Chiudo gli occhi.

Tre ore al pronto soccorso, mi mettono su una barella, rimango nel corridoio, non sento nulla, la testa continua a farmi un male terribile. Un infermiere spinge la barella verso una stanza, mi spogliano, mi mettono un grembiule verde, la macchina è fredda, mi bloccano la testa, entro nella macchina. Quaranta minuti, mi portano in un’altra stanza. Televisione, bagno, letto. Sono da solo.

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Uomo di vetro

Di Flavia Gasperetti

La morte, o la sua entelechia, il senso impossibile a fraintendersi della fine, è discesa su Learco un martedì mattina di febbraio. Si è annunciata, la morte, sotto forma di un catetere che la robusta infermiera slovena dell’ospedale San Camillo di Roma ha inserito nella sua vescica a mezzo della dolorosa e umiliante penetrazione di una cannula di lattice nella di lui uretra.

Quando finalmente la slovena se ne va, indignata per il suo comportamento offensivo, per le sue urla, indignata ma non al punto di rifiutare soldi che non le spettavano dalle dita fredde e tremanti di sua figlia Gabriella, Learco rimane da solo a osservare la sacca di plastica trasparente agganciata alla sponda del letto. Vescica gemella alla sua, vaso comunicante, suo speculare inorganico cui è unito tramite il tubicino che ha fatto del suo pene un’inutile guarnizione, miserabile budello di carne che deturpa il nitore anche formale di un presidio sterile e meccanicamente perfetto. Learco guarda la sacca riempirsi della propria torbida urina e capisce che non è più al sicuro, padrone di se stesso al riparo dei propri tessuti come è giusto e normale che sia. Adesso Learco è un uomo di vetro. Le sue funzioni corporali accadono, manifeste, visibili a tutti come il passaggio della sabbia in una clessidra. Cosa si aspettano che faccia ora? Per settimane lo hanno scongiurato di ricominciare a muoversi, di camminare e poi gli fanno questo. Learco non si alzerà dal letto per mostrarsi al mondo alambicco vivente. Non se ne andrà in giro offrendo agli sguardi altrui lo spettacolo dei suoi processi metabolici.

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Gli insetti non pagano il mutuo

Di Nadia Terranova

Ho passato gran parte della mia vita in una casa vicino al mare che ho strappato con onore ad alcune specie animali.

All’inizio degli anni Ottanta, dopo la separazione da mio padre, io e la mia poco più che ventenne madre tornammo a vivere dai suoi genitori, in un palazzo con i fregi sui balconi e i soffitti affrescati. Il nostro terzo piano, una sopraelevazione di epoca successiva, era il più triste, il più umido e l’unico senza rilievi di pregio. Allora era popolato da una fauna variegata: selvaggina fresca, canarini vivi, bestie esotiche impagliate e un cane da caccia – un universo post-fascista su cui mio nonno regnava con sovrana nostalgia. In veste di bipedi implumi c’erano i fratelli e le sorelle di mia madre, minorenni o freschi di maturità, con le fidanzate, gli amici, i compagni di classe, di università o di partito. Più o meno eravamo organizzati così: le donne movimentiste, demoproletarie o leniniste, gli uomini fascisti o fancazzisti. Poi c’era lo strano caso della nonna che con gli estranei si dichiarava disinteressata, con il marito rinverdiva ricordi del ventennio, nel segreto dell’urna votava radicali. Era soprattutto lei a occuparsi di me, perciò trovo normale avere idee che non vanno d’accordo tra loro.

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Il reduce

Di Marco Ciriello

Ciro Immobile è un reduce, uno di quegli attaccanti che vengono da un mondo lontano. Connette due tempi, non solo il centrocampo con l’attacco del suo Torino. È uno di quei calciatori che sembra appena uscito da un temporale, una partita giocata nel fango, viene da lontano, tira da lontano, andrà molto lontano. Lo immagino arrivare anche agli allenamenti mattutini come uno che ha appena superato una trincea, un confine.

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N.C. – Capannoni su Via Elorina

Di Mario Fillioley

Sulla 115 c’è un locale che prima non c’era.
La 115 è la prosecuzione di Via Elorina con altri mezzi: una strada che comincia in centro e poi, senza soluzione di continuità, si innesta sulla statale. Con il fiume su un lato e il mare sull’altro, affianca gli agrumeti di Santa Teresa Longarini e di Cassibile, prosegue verso i mandorleti di Avola e se ne scappa via verso Eloro e le campagne più a sud di tutta Europa. Se all’ultima rotonda ti scordi di fare inversione, neanche te ne accorgi e sei già a Finisterre: Pachino, Marzamemi, Capo Passero, vento che mischia terra e sabbia, pomodori piccoli raccolti da africani alti, vino padronale per dimenticarsi di essere lontani da tutto.
Comunque, anche nel tratto dove si chiama ancora Via Elorina, la 115 è senza marciapiedi. Ci puoi andare solo in macchina, o in moto, o nel mio caso con un possente vespone PX color verde vallombrosa, ma non è normale camminarci.
Ci camminano solo gli americani, un tipo particolare di pedone che si distingue per l’uso cocciuto delle infradito.
Gli americani fanno tutti lo stesso errore: pigliano la cartina che gli ha dato l’ente turismo, leggono che su Via Elorina insiste la maggior parte dei grandi supermercati e pensano vabbe’, alla fine sono due passi, che me le metto a fare le scarpe? Quando realizzano che è una specie di autostrada si sono già spinti oltre il punto di non ritorno: possono solo scegliere se morire con gloria nell’avanzata verso il supermercato oppure con ignominia nella ritirata verso il B&B con uso cucina.

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Un dito di liquore

Di Elena Marinelli

Ho iniziato a usare i bicchierini rosa per bere il liquore prima di cena. Prima e dopo, ma soprattutto prima. Non è più il sorso a fine pasto che mi soddisfa, ma quello poco prima.

La prima tazzina l’ho crepata mentre cercavo i vestiti estivi e prendevo la valigia rossa dal punto più alto dell’armadio: la tazzina era sul tavolo, la valigia troppo pesante mi è caduta dalle mani. Ho rotto tutte e sei le tazzine di caffè, in sei mesi, e ora nei bicchierini rosa ci prendo anche il caffè e ogni sei bicchierini mi costringo a lavare i piatti. La seconda tazzina l’ho rotta sedendomici sopra, la terza con un gesto maldestro spostando il vassoio con la colazione da consumare, la quarta inciampando e cadendo a terra mentre stavo per uscire di casa di corsa, la quinta nel lavabo insieme a una montagna di piatti, una settimana fa, la sesta ieri, lanciandogliela addosso per il nervoso, anche se non c’era. L’ho lanciata al muro, l’ho spaccata accanto alla pianta dei gerani, se ci andassi a guardare ci sarebbero i cocci da recuperare, ma non ho voglia. Li lascerò lì a sotterrarsi da soli, a recidere i gambi dei fiori, così l’estate prossima avrò un’occasione nuova per maledirlo, quando dovrò cambiare il vaso ai gerani e mi taglierò irrimediabilmente.

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Il dio Pan

Di Annalisa Di Salvatore (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Al centoquarantaduesimo scalino della Torre degli Asinelli, ho avuto il mio primo attacco di panico.

Questo, però, l’ho pensato un po’ di tempo dopo, mica lì mentre buttavo sudori. Quando sudi in quella maniera, non pensi.

Bisogna affrontare la faccenda con metodo, mi sono detta la sera stessa in albergo, seduta al centro del letto di una camera doppia uso singola arredata in toni blu. Venirne a capo: compilare elenchi, fare inventari, svolgere indagini, studiare archivi, prendere appunti. Esaminare minuziosamente il caso, dati alla mano.

Elenco delle torri che ho scalato
- Carfax Tower, Oxford: 23 metri (scalini? Pochi)
- Torre di Pisa: 56 metri (296 scalini)
- Campanile di Santa Maria del Fiore, Firenze: 84,7 metri (463 scalini)
- Tour Eiffel, Parigi: 324 metri (1665 scalini, però ho preso l’ascensore, forse non conta)

Non ho un’esperienza ragguardevole con le torri, no.

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Sex Therapy

Di Francesco Marocco

Sono passate le quattro. L’uomo nel letto non riesce a dormire, non trova pace e accende la tv. Sullo schermo c’è una coppia. Lui è in sovrappeso, veste di nero, ha i capelli a spina sagomati dal gel, gli occhi piccoli e fumanti. Si dispiace che lei non provi più attrazione sessuale nei suoi confronti e cerca di giustificarsi, perché lui ha sempre voglia. Il suo è un imbarazzo orgoglioso: tira la riga di una somma e riconosce in un’erezione non corrisposta un totale che lo assolve. Lei pure è in sovrappeso, di una lievitazione farmacologica che le deforma il volto nel quale gli archi sottili delle sopracciglia sembrano colti nel mezzo di un volo divergente. Veste una tuta grigia e rosa, porta sciolti i lunghi capelli ricci, neri. Nel viso gonfio gli occhi verdi ripassati a matita galleggiano cheti. Guardandola, l’uomo nel letto pensa a quelle campagne che l’arrivo della città ha rivelato inadeguate. Sembra di sentirne l’odore di lacca, di poterla vedere mentre ogni mattina intinge quattro dita nel flacone di crema idratante, quando con gesto eccessivo libera le spalle e il collo dalla vaporosa chioma, spiegando a lui che ha smesso di desiderarlo.

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Le grandi sorelle

di Marco Ciriello

Il primo reality solo per mafiosi, da Riina a Provenzano, passando per altri boss anche della ‘ndrangheta come Roberto Pannunzi e della camorra come Sandokan, ha preso il via. “Le grandi sorelle” è l’evento della stagione televisiva. I mafiosi sono stati deportarti nella grande casa senza potersi rifiutare, grazie a un accordo tra il Ministro di Grazie e Giustizia e i vertici Mediaset (“Il Fatto” ha scritto che questo reality fosse una delle tante richieste di Berlusconi a Matteo Renzi). I primi problemi sono sorti con la messa in onda, i boss non parlano, quindi in tv si crea l’effetto acquario, ma nonostante nessuno dica niente e si proceda tra segni, ammiccamenti e pizzini, gli ascolti sono enormi. Durante le due strisce quotidiane il paese si ferma davanti alla tv muta cercando di decifrare quello che si dicono. In poco è nato il concorsone “Indovina il pizzino” condotto da Paolo Bonolis che un paio di messaggi pericolosi li ha risolti e passati alla Procura di Palermo, e dopo “Matrix grandi sorelle” dove si fa sociologia del linguaggio mafioso con Alba Parietti tornata in tv perché Provenzano la citava in messaggio alla nazione come “fimmina di rispetto”. Nella casa i boss hanno suddiviso secondo il loro potere le stanze, creando confini e zone franche dove si incontrano per scambiarsi pizzini. Continue reading “Le grandi sorelle” »