Il cervello non dorme mai

Di Flavia Gasperetti (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Nottataccia, eh?

Già le quattro e mezzo, mannaggia. Che non sarebbe niente se non dovessi svegliarti presto domani, ti si prospetta proprio una giornata del cavolo, lasciatelo dire. E non pensare di poter dare la colpa a me, bellina, io mi limito ad assolvere i miei compiti statutari come ogni cervello che si rispetti, se stai sveglia tu sto sveglio anche io. È la regola.

Vediamo, cosa possiamo fare per vivacizzare queste ore che ci tocca passare insieme io e te soli soletti? Vediamo vediamo. Ho trovato! Facciamo un riepilogo delle varie incombenze di domani, ti va? Quella consegna per esempio, quella per la quale sei già in ritardo…suvvia, lo sai da sola che non ci siamo, non ci siamo proprio. Dico, si vede che hai lavorato male, che hai preso scorciatoie dell’ultimo minuto, hai rabberciato, rattoppato, raffazzonato. E non ti agitare! Magari nemmeno se ne accorgono. Dopotutto, c’è un motivo per cui questo tipo di prestazioni le pagano così poco – che poi è lo stesso motivo per cui le fanno fare a te – non gliene frega niente a nessuno! Ah, che risate.

Continue reading “Il cervello non dorme mai” »

Mici cardiopatici

Di Saverio Fattori

Una ragazza sui trent’anni ha tappezzato ogni spazio nel comune con la foto del suo gattino scomparso, ha aggiunto lo straziante dettaglio che il felino è cardiopatico. Trovo questa patologia così lontana dal mondo animale. Dopo i trent’anni le donne sviluppano curiose fobie, in realtà non sanno che strada prendere, una conflittualità che nemmeno la parrucchiera della vita riesce a dipanare. Rassegnarsi al decadimento fisico, alla riproduzione e al ricevimento dei genitori o regredire allo stato fanciullesco usando la bolla spazio temporale dell’Happy Hour? Spesso hanno animali domestici da accudire, ci si affezionano. La conosco in modo superficiale. Nei paesi sotto i quindicimila abitanti è uso farsi un cenno di saluto anche senza aver frequentato le stesse compagnie giovanili in passato, né le stesse scuole, o senza avere contatti diretti di lavoro nel presente, ci si saluta perché ci si riconosce come indigeni autoctoni del territorio, e tanto basta. Ha avuto il mio numero di cellulare e la mail dell’ufficio e ha iniziato un martellamento metodico ma non troppo oppressivo, poi una mattina mi è piombata in ufficio. Ha un fisico quasi perfetto, una diciottenne, una cheerleader californiana, la pelle è devastata dalla dipendenza cronicizzata ai raggi U.V.A. Vuole un pezzo da me, vuole arrivare alle pagine del giornale su cui scrivo, quello di massima diffusione in tutta la provincia e forse anche in regione. Dice che mi ha mandato una mail con la foto scannerizzata del micio, sono confuso, di certo l’ho cancellata o è difficile da ritrovare tra le centinaia, le mie capacità di concentrazione sono basse e le righe della posta in arrivo ballano e sembrano sfuocate, sono stanco, infinitamente spossato, continuo a passarmi le dita sugli occhi, a strofinarli, a tirarmi giù la palpebra superiore come fosse una tapparella per rimuovere un corpo estraneo che non c’è. Mi scuso, lei allora mi passa un foglio A4, il micio è un tigrato con gli occhi accesi e spiritati, nella foto ha una posa da pagliaccetto, le zampette vanno ognuna per suo conto, è steso sul pavimento su un fianco, la testa è infilata sotto a un mobile del salotto, è un piccolo esploratore simpatico, deve ingraziarsi la padroncina con numeri di cabaret, deve guadagnarsi le coccole e il paté drogato.

Continue reading “Mici cardiopatici” »

12 Maggio 1968

Di Fabrizio Gabrielli

Adele si era guardata allo specchio: aveva un’ampia fronte su cui la vita non aveva ancora scritto una parola, e dalla quale i capelli color dei corvi sorgevano decisi, come l’inizio di una favola ben raccontata. “Potrei mettermi l’ombretto celeste che usa la mamma”, si era detta, “per farmi fare il ritratto”. “Verrei meravigliosa”, si rimasticava dentro. Aveva dieci anni.

Marzia diceva che fosse una pittrice. Se l’era fatto scrivere anche sulla carta d’identità. “Professione casalinga, signora?”, aveva chiesto l’addetto dell’anagrafe. “No, pittrice”, lei risoluta. I suoi quadri erano perlopiù cubi colorati che sovrastavano altri cubi colorati. Poi, paesaggi con quella luce indistinta che si sprigiona nel preciso momento tra il crepuscolo e la notte. Una serie di guerrieri africani – “Yoruba”, precisava – lancia in resta. Una grande tela con dei fari che rilucevano sfocati come squarci nelle tenebre. “Sono fanali di locomotive sui binari, mamma?”, le aveva chiesto Adele. “No piccola mia. Sono le lucine della centrale dove lavora papà”.

Marzia non dipingeva da nove anni, ma lasciava intendere a tutti – anche a se stessa, in fondo – che gli ultimi crepiti di un sacro fuoco quasi sopito continuassero ad annidarsi nelle budella calde della notte. Per questo nessuno la vedeva mai all’opera. “E i quadri nuovi, dove li metti mà? Li nascondi?”. “Lavoro ritoccando i vecchi, ecco perché. Cerco di renderli perfetti”.

Continue reading “12 Maggio 1968” »

Be my Valentine

Di Stefania Auci (racconto apparso su insaziabili letture)

Da qualche parte in Italia negli anni Novanta

Un campanello che tintinna. La porta del negozio si chiude alle tue spalle con un tonfo soffice e taglia fuori il vento tagliente di febbraio.
Tiri su con il naso, in imbarazzo. Non ti va di essere lì, ma è l’unica cosa che puoi fare a questo punto.
A questo punto.
E che cazzo!
Lasci scorrere gli occhi sugli scaffali pieni di pelouche bianchi con le scritte rosse e poi ancora cuscini con i cuori, palloncini gonfiabili, portafoto zuccherosi. Chincaglieria, ma è quello che ti serve.
Un po’ di paura ti stringe lo stomaco. Ben più di un po’, in verità: questo negozio è frequentato dalle tue compagne di scuola e chissà che figura ci faresti se scoprissero che…
Che.
No, meglio fare in fretta. Via il dente, via il dolore.

Virus

Di Annalisa Di Salvatore

Amalia ha cambiato passo. Se ne accorge anche lei, perché perde il treno. Prima, invece, arrivava in anticipo, piede svelto, andatura decisa: le toccava aspettare. Non saprebbe dire con chiarezza prima di cosa, dice prima e basta. Adesso le gambe pare le diano retta solo per sorsi lenti di passeggiata, quasi che a lei sia estranea l’esperienza della smania, la fretta di raggiungere una strada, una persona, un ufficio, una casa, una frittata. Le gambe di Amalia erano due elastici lunghi e asciutti; a vederle, le avresti dette gambe di atleta, scatti di molla, o solo frenesia di femmina. I piedi solleticavano la terra con una sequenza di colpetti ravvicinati, piccoli rimbalzi come di sasso sul pelo dell’acqua, prima di arrendersi all’attrito. Quando camminava in compagnia, le dicevano oh ma dove vai, stiamo passeggiando, che hai da correre? Non sto correndo, diceva lei, sorpresa o contrariata secondo il caso, e rallentava. Alle volte succedeva pure che si ritrovasse a parlare da sola, perché quell’altro era rimasto indietro. Allora si voltava e lo trovava fermo: mi aspetti o no?, le chiedeva un poco scocciato. E lei aspettava. Tornando a casa insieme, aspettava che lui coprisse il tratto di strada dalla macchina al palazzo – lei l’aveva ingoiato in pochi secondi, poi si era fermata davanti al cancello ad aspettare (qualche volta era anche bello, stare a guardarlo mentre si avvicinava con quel passo suo quieto, di bestia mansueta). Aspettava davanti all’ingresso di cinema e teatri che arrivassero gli amici, aspettava alla cassa del supermercato che la raggiungessero con calma, aspettava agli appuntamenti, aspettava a tavola, aspettava a scuola, aspettava a lavoro, aspettava a letto, aspettava alla stazione, aspettava al telefono, aspettava e ad aspettare stava sola.

Continue reading “Virus” »

Mentre l’orchestrina suona Smells like teen spirit

Di Mario Fillioley (articolo precedentemente pubblicato su Aciribiceci)

Sabato a Palazzolo Acreide, comune montano a qualche decina di chilometri da casa mia, consegnavano il premio giornalistico Giuseppe Fava.

L’ha vinto una ragazza di 23 anni che si chiama Ester Castano, per i suoi articoli sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta dentro al comune di Sedriano, che è stato il primo comune lombardo sciolto per mafia.

Ester Castano vive a Milano, ma ha la mamma di Cassibile.

Pippo Fava invece era di Palazzolo, però io non lo sapevo.

Per me, siccome parlava catanese, era catanese.

In effetti parlare catanese non significa niente, perché all’accento catanese non può resistere nessuno: chi si trasferisce a Catania prima o poi parla catanese, cioè con le frasi che sembrano domande anche quando non sono domande, la cantilena in crescendo e le doppie R che diventano una sola.

A Pippo Fava quindi più o meno era successa la stessa cosa che poi è successa anche ai miei amici: intorno ai vent’anni se n’era andato a Catania per fare giurisprudenza, era rimasto a lavorare là e aveva preso l’accento.

Ma questo l’ho pensato oggi.

Continue reading “Mentre l’orchestrina suona Smells like teen spirit” »

La porta di Aramu Muru

Di Riccardo Romagnoli

È il nove di luglio e arrivo a Lima. Sono le 5 di mattina. La garùa ricopre come nebbia la città. Le strade sono regolari e si incrociano in reticoli perfetti. Le vollero così gli spagnoli, che fondarono Lima nella seconda metà del Cinquecento. Traffico di auto e di gente che, in file compatte, lottano per muoversi e passare. I musei importanti sono tre: De la Nation, Larco Herrera, De Oro. L’oceano non è lontano ma non si sente. Prendo un autobus della Cruz del Sur in Avenida Prado e, in 22 ore, arrivo a Cuzco, 800 chilometri di distanza da Lima, a 3800 metri di altitudine. Mi manca il respiro. Vado a Machu Picchu col treno della PeruRail. Ho la diarrea. Cinque volte in bagno. Le rovine degli Incas si disfano tra sole e vento. Ho sete. Rientro a Cuzco. Dopo tre giorni a Cuzco, salgo sull’autobus per Puno, che è sul lago Titicaca. A Puno fa freddo. Dormo sotto piumoni e mangio trote. Visito le isole flottanti all’interno del lago, fatte di canne, ancorate nelle basse acque calme.

Continue reading “La porta di Aramu Muru” »

La casa di Hilde

Di Angelo Marenzana

Quel che restava della casa di Hilde si apriva come una ferita tra la vegetazione lucente di rugiada. Aaron diede di sprone lasciandosi alle spalle la selva di Turingia. Affrontò la discesa spingendo il cavallo tra spuntoni di pietre e rocce che tracciavano la direzione del sentiero. Aveva cavalcato per due giorni e due notti senza nemmeno il conforto del sonno su un morbido giaciglio. E, ingabbiato per troppo tempo tra faggi, pini e betulle, in quell’istante Aaron provò un’intensa sensazione di libertà quando si ritrovò fuori dalle inquietanti ombre della foresta. Gli parve di essere un naufrago tra le onde di un mare verde che il riflesso del sole rendeva a tratti colore dell’argento e della cenere. Una vegetazione bassa, intrico di foglie ovali, pelose e fiori dal calice come campane rosse, rosa e azzurre. Si perdevano a vista d’occhio appena superate le alture, fino a lambire i confini della valle dell’alto Werra.

Continue reading “La casa di Hilde” »

Quello che fa il vuoto in salita

Di Marco Ciriello

Passò, soffrì, cadde, si alzò, tornò, vinse, ricadde, cercò di alzarsi di nuovo, barcollò e poi infilò una strada sbagliata. Una via crucis. Quando Marco Pantani salì sul trono del ciclismo mondiale staccando Ullrich lungo le salite del Galibier, sotto grosse gocce d’acqua con i fari delle moto a fargli luce, alzandosi e trascinando con sé l’Italia ferma a Felice Gimondi, tutti capimmo che la vita non è facile per nessuno, nemmeno per chi vince. Il ciclismo insegna oltre che diverte. È uno sport di reale autentica fatica. Epico. I suoi eroi sono veri cavalieri, dietro hanno nomi di monti come di battaglie: Mortirolo, Montecampione, Oropa, Piancavallo, Alpe d’Huez, Galibier, Plateau de Beille. Geografia costruita, messa in fila da pedalate e ritmo, respiri e sforzi. Che dopo anni ancora ti ricordi curva dopo curva quanto sudore c’hai lasciato in giro. Stracciare il Tour de France è fare storia, vincere Giro d’Italia e Tour insieme è sedersi di fianco a Fausto Coppi. Pantani è stato l’ultimo a scandire la nostra vita normale con le sue vittorie. A riportare il ciclismo in prima pagina. A incollarci come e più che per una squadra di calcio. Accendeva le corse e con loro il nostro orgoglio bambinesco. Ha corso a dispetto dei medici e degli incidenti, della sfortuna e delle cadute, dei fermi e del suo fisico. Altalenante, umano a modo suo, sfortunato come uno qualsiasi, incomparabile, che ne dovrà passare del tempo per riaverne di uguali, forse mai più.

Continue reading “Quello che fa il vuoto in salita” »

Il jazz alla fine del mondo

 

Di Lucio Leone

Il presente è  una foto mossa, dai colori sbiaditi. Ti sfugge dalle mani inafferrabile, come i colori di un tempo. Si crepa per l’usura, diventa indecifrabile e si butta via. E gli unici colori rimasti, scale di grigio, dipingono la vita per ciò che è, una linea invisibile tra il bianco e il nero.

Se non ci fossero i passi degli stivali di Amàl ci sarebbe il silenzio, se lui non respirasse generando condensa, l’aria sarebbe immobile. Strano tipo Amàl, uno a cui ancora affideresti una confidenza, uno silenzioso come tutti ma con occhi grandi e mani curate. La barba incolta graffia un volto pallido, la testa china sotto i lisci capelli .

È sveglio, prima di altri, in quest’ora strana della notte cammina senza tentennare mai, passo dopo passo. La sabbia sferza la notte in sbuffi di vento costanti, cemento e sabbia, tutto annerito dall’arsura del giorno che brucia. Ma ora è notte, e la luna piena in cielo è velata, come una dea dimenticata, ovattata e appena visibile mentre le stelle, spente e invisibili, bruciano, solo molto lontano. Non si veste di metallo Amàl, non come fanno molti che seguono l’antica scelta dell’uomo di prepararsi a divenire macchina per non sentir più nulla quando sarà la fine. Non porta armi per difendersi, solo una sacca di pelle nera.

Continue reading “Il jazz alla fine del mondo” »