Il reduce

Di Marco Ciriello

Ciro Immobile è un reduce, uno di quegli attaccanti che vengono da un mondo lontano. Connette due tempi, non solo il centrocampo con l’attacco del suo Torino. È uno di quei calciatori che sembra appena uscito da un temporale, una partita giocata nel fango, viene da lontano, tira da lontano, andrà molto lontano. Lo immagino arrivare anche agli allenamenti mattutini come uno che ha appena superato una trincea, un confine.

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N.C. – Capannoni su Via Elorina

Di Mario Fillioley

Sulla 115 c’è un locale che prima non c’era.
La 115 è la prosecuzione di Via Elorina con altri mezzi: una strada che comincia in centro e poi, senza soluzione di continuità, si innesta sulla statale. Con il fiume su un lato e il mare sull’altro, affianca gli agrumeti di Santa Teresa Longarini e di Cassibile, prosegue verso i mandorleti di Avola e se ne scappa via verso Eloro e le campagne più a sud di tutta Europa. Se all’ultima rotonda ti scordi di fare inversione, neanche te ne accorgi e sei già a Finisterre: Pachino, Marzamemi, Capo Passero, vento che mischia terra e sabbia, pomodori piccoli raccolti da africani alti, vino padronale per dimenticarsi di essere lontani da tutto.
Comunque, anche nel tratto dove si chiama ancora Via Elorina, la 115 è senza marciapiedi. Ci puoi andare solo in macchina, o in moto, o nel mio caso con un possente vespone PX color verde vallombrosa, ma non è normale camminarci.
Ci camminano solo gli americani, un tipo particolare di pedone che si distingue per l’uso cocciuto delle infradito.
Gli americani fanno tutti lo stesso errore: pigliano la cartina che gli ha dato l’ente turismo, leggono che su Via Elorina insiste la maggior parte dei grandi supermercati e pensano vabbe’, alla fine sono due passi, che me le metto a fare le scarpe? Quando realizzano che è una specie di autostrada si sono già spinti oltre il punto di non ritorno: possono solo scegliere se morire con gloria nell’avanzata verso il supermercato oppure con ignominia nella ritirata verso il B&B con uso cucina.

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Un dito di liquore

Di Elena Marinelli

Ho iniziato a usare i bicchierini rosa per bere il liquore prima di cena. Prima e dopo, ma soprattutto prima. Non è più il sorso a fine pasto che mi soddisfa, ma quello poco prima.

La prima tazzina l’ho crepata mentre cercavo i vestiti estivi e prendevo la valigia rossa dal punto più alto dell’armadio: la tazzina era sul tavolo, la valigia troppo pesante mi è caduta dalle mani. Ho rotto tutte e sei le tazzine di caffè, in sei mesi, e ora nei bicchierini rosa ci prendo anche il caffè e ogni sei bicchierini mi costringo a lavare i piatti. La seconda tazzina l’ho rotta sedendomici sopra, la terza con un gesto maldestro spostando il vassoio con la colazione da consumare, la quarta inciampando e cadendo a terra mentre stavo per uscire di casa di corsa, la quinta nel lavabo insieme a una montagna di piatti, una settimana fa, la sesta ieri, lanciandogliela addosso per il nervoso, anche se non c’era. L’ho lanciata al muro, l’ho spaccata accanto alla pianta dei gerani, se ci andassi a guardare ci sarebbero i cocci da recuperare, ma non ho voglia. Li lascerò lì a sotterrarsi da soli, a recidere i gambi dei fiori, così l’estate prossima avrò un’occasione nuova per maledirlo, quando dovrò cambiare il vaso ai gerani e mi taglierò irrimediabilmente.

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Il dio Pan

Di Annalisa Di Salvatore (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Al centoquarantaduesimo scalino della Torre degli Asinelli, ho avuto il mio primo attacco di panico.

Questo, però, l’ho pensato un po’ di tempo dopo, mica lì mentre buttavo sudori. Quando sudi in quella maniera, non pensi.

Bisogna affrontare la faccenda con metodo, mi sono detta la sera stessa in albergo, seduta al centro del letto di una camera doppia uso singola arredata in toni blu. Venirne a capo: compilare elenchi, fare inventari, svolgere indagini, studiare archivi, prendere appunti. Esaminare minuziosamente il caso, dati alla mano.

Elenco delle torri che ho scalato
- Carfax Tower, Oxford: 23 metri (scalini? Pochi)
- Torre di Pisa: 56 metri (296 scalini)
- Campanile di Santa Maria del Fiore, Firenze: 84,7 metri (463 scalini)
- Tour Eiffel, Parigi: 324 metri (1665 scalini, però ho preso l’ascensore, forse non conta)

Non ho un’esperienza ragguardevole con le torri, no.

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Sex Therapy

Di Francesco Marocco

Sono passate le quattro. L’uomo nel letto non riesce a dormire, non trova pace e accende la tv. Sullo schermo c’è una coppia. Lui è in sovrappeso, veste di nero, ha i capelli a spina sagomati dal gel, gli occhi piccoli e fumanti. Si dispiace che lei non provi più attrazione sessuale nei suoi confronti e cerca di giustificarsi, perché lui ha sempre voglia. Il suo è un imbarazzo orgoglioso: tira la riga di una somma e riconosce in un’erezione non corrisposta un totale che lo assolve. Lei pure è in sovrappeso, di una lievitazione farmacologica che le deforma il volto nel quale gli archi sottili delle sopracciglia sembrano colti nel mezzo di un volo divergente. Veste una tuta grigia e rosa, porta sciolti i lunghi capelli ricci, neri. Nel viso gonfio gli occhi verdi ripassati a matita galleggiano cheti. Guardandola, l’uomo nel letto pensa a quelle campagne che l’arrivo della città ha rivelato inadeguate. Sembra di sentirne l’odore di lacca, di poterla vedere mentre ogni mattina intinge quattro dita nel flacone di crema idratante, quando con gesto eccessivo libera le spalle e il collo dalla vaporosa chioma, spiegando a lui che ha smesso di desiderarlo.

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Le grandi sorelle

di Marco Ciriello

Il primo reality solo per mafiosi, da Riina a Provenzano, passando per altri boss anche della ‘ndrangheta come Roberto Pannunzi e della camorra come Sandokan, ha preso il via. “Le grandi sorelle” è l’evento della stagione televisiva. I mafiosi sono stati deportarti nella grande casa senza potersi rifiutare, grazie a un accordo tra il Ministro di Grazie e Giustizia e i vertici Mediaset (“Il Fatto” ha scritto che questo reality fosse una delle tante richieste di Berlusconi a Matteo Renzi). I primi problemi sono sorti con la messa in onda, i boss non parlano, quindi in tv si crea l’effetto acquario, ma nonostante nessuno dica niente e si proceda tra segni, ammiccamenti e pizzini, gli ascolti sono enormi. Durante le due strisce quotidiane il paese si ferma davanti alla tv muta cercando di decifrare quello che si dicono. In poco è nato il concorsone “Indovina il pizzino” condotto da Paolo Bonolis che un paio di messaggi pericolosi li ha risolti e passati alla Procura di Palermo, e dopo “Matrix grandi sorelle” dove si fa sociologia del linguaggio mafioso con Alba Parietti tornata in tv perché Provenzano la citava in messaggio alla nazione come “fimmina di rispetto”. Nella casa i boss hanno suddiviso secondo il loro potere le stanze, creando confini e zone franche dove si incontrano per scambiarsi pizzini. Continue reading “Le grandi sorelle” »

Mette pioggia

Di Gianni Tetti (brano tratto da Mette pioggia, suo nuovo romanzo edito da NEO. Edizioni)

I raggi del sole si sbattono sui vetri e sui cofani delle macchine.

I vetri e i cofani delle macchine sono bollenti. Zanon cammina veloce, ha fretta, non è in ritardo ma gli piace arrivare in anticipo. Non può fare a meno di pensare a quella donna che lo fissava. Una donna bellissima con una vestaglia bianca, trasparente e un gattino in braccio. Lui camminava sul marciapiede e quella lo fissava. Lui si avvicinava e quella lo fissava anche di più. Allora Zanon ha cambiato marciapiede. Perché c’è da andare.

Corso Margherita di Savoia è affollato di macchine. Quelli che guidano sono nervosi. Chi non guida cammina. Chi cammina, prima o poi, prova ad attraversare la strada.

Anche Zanon prova ad attraversare la strada. Deve arrivare alla fermata del tram che è di fronte. È accecato dalla luce del sole, abbagliato da questi raggi del sole che rimbalzano sulle macchine e gli vanno in faccia. Tutti, uno dietro l’altro, una macchina un raggio di sole, una macchina un raggio di sole, una macchina un raggio di sole. Tutti e così via finché Zanon non ci vede più niente. Tutto bianco.

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Da drag queen a monsignore

di Roberto Mandracchia (racconto pubblicato in Cronache Vere – Souvenir d’Italie, antologia a cura di Vicolo Cannery, edita da PianoB edizioni)

Se tu stai fermo, mi dice Agostino, non ci sono problemi ma nel momento in cui cammini rischi di inciampare, di cadere, farti del male. Di perdere qualche pezzo per strada.

 

I.

All’età di quindici anni Agostino entrava in seminario. La preghiera e lo studio. Le partite a pallone nel cortile e le immagini sacre. La liturgia delle ore. Il silenzio. I corridoi e l’odore di ammoniaca. Siamo tutti fratelli, si dicevano i seminaristi. Vivete di un amore fraterno, dicevano i superiori. E si viveva di silenzio e di amore fraterno. Dal seminario minore Agostino, e la sua vocazione al presbiterato, passavano al seminario maggiore. Il convento dei frati cappuccini. Filosofia, teologia, Sacre Scritture, diritto canonico, storia ecclesiastica e liturgia. Due anni trascorsi a Roma. Non si sarebbe mai concesso a nessun altro che non fosse Dio. Con l’entusiasmo che infiamma le menti giovani era davvero convinto che avrebbe mantenuto la sua castità in eterno. Non pensava che l’omosessualità potesse rappresentare una barriera fra la sua persona e la sua aspirazione al vivere il ministero e al servire il popolo santo di Dio. E non pensava che fosse qualcosa da dover tener celato. Lui che sapeva di essere gay già da ragazzino credeva che fosse giunto finalmente a un’oasi di comprensione dopo averne passate tante. Me le ricordo ancora le mortificazioni subite a scuola, mi dice Agostino, la scuola era una giungla. Poi, a quelle religiosissime latitudini, non era certo una mosca bianca o un vitello a due teste. A me non piace giudicare gli altri seminaristi, mi dice Agostino, e li capisco perché sarebbe stato molto più facile anche per me continuare a essere uno dei tanti e forse sarei stato anche premiato per questo e avrei continuato il mio cammino. Probabilmente oggi sarei chissà dove, mi dice, a fare il parroco non so dove, con una grande chiesa, forse bellissima, con tanti paramenti, con tante cose belle. Però, mi dice, avrei venduto l’anima al Diavolo. O quantomeno la mia sincerità. Continue reading “Da drag queen a monsignore” »

Due marce

 

Di Flavia Gasperetti (racconto apparso su Abbiamo le prove)

Un amico di amici, chiamiamolo Gianni, un ragazzo che conosco da poco salutandomi mi abbraccia, Gianni è un omone. Gli abbracci li trovo sempre un po’ allarmanti, arrivano così improvvisi. Quando qualcuno mi abbraccia io mi sdoppio, mi pare di sentirmi con le sue braccia e quello che conosco di me in quell’istante non mi piace quasi mai. Ci sono stati momenti in cui quello che sentivo era di essere troppa; negli ultimi anni, troppo poca. Finisco subito.

Poco dopo siamo in terrazzo a fumarci una sigaretta, – ma mangi? – mi chiede. Dice che prima quando mi ha abbracciato mi sentiva le costole nella schiena e una cresta di vertebre come quella dei gatti. C’è questa differenza tra i magri e i grassi, non dico niente di nuovo, penso di poterlo dire perché sono stata entrambe le cose. Ai ciccioni non si dice mai che sono ciccioni, è considerato offensivo. Nei periodi della mia vita in cui sono ingrassata nessuno mi ha mai detto – ma quanto mangi? – . No, ai grassi diciamo – ti trovo bene – . Che è una cosa crudelissima, secondo me, dovremo cercare tutti di smetterla.

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Un giorno credi

Di Tommaso Giagni

Dal soffione a cascata l’acqua gli scende sui capelli corti biondo platino: l’affronto più della marchetta è aver tradito il colore suo, che a Lucia piace tanto («È un castano che pare un legno pregiato»). Prima di rivederla deve farsi la boccia – non si dovrebbe notare.

Con la tuta dell’Adidas nera e gialla, appoggiata sul water tavoletta riscaldata, ci ha fatto tutta la Colombo ch’entravano gli spifferi fra i bottoni che chiudono il lato del pantalone. Si è ridotto a chiederla in prestito a un compagno di scuola, andare nel quartiere suo col motorino mezzo sfasciato che tutti ieneschi gli ringhiavano: «Ma ’sto polmone?».

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