Non come in guerra

Di Angelo Marenzana

Le fronde dei platani spandevano un odore amaro. Un odore che ho sempre associato al verde. Forse è per questo che la bile è verde. Ogni colore ne ha uno. Credo. Piccante quello rosso, come il peperoncino del mio paese, dolce l’arancione, salato il blu, e il giallo… il giallo chissà. Forse ha l’odore acidulo del vino bianco frizzante di bassa qualità.

Trovai il brigadiere Santanna puntuale ad aspettarmi. L’unica persona che forse non mi avrebbe riservato sorprese. Profumava di sapone da bucato e il collo della camicia era inamidato, bianco. La divisa altrettanto immacolata, pur usurata dal tempo e dal servizio. Era un uomo che sapeva di famiglia. Si accompagnava alla scia di una moglie che si occupava di lui, che gli aveva preparato la colazione sul tavolo della cucina e l’acqua calda per farsi la barba. Una donna attenta che, magari la sera prima, aveva concesso al marito il proprio corpo solo per il piacere di dargli piacere.

Mi disse: “Buon giorno, ispettore”.

Poi salì in macchina dopo avermi aperto la portiera. Mi guardava con una luce diversa dal solito. Forse era curiosità, o forse, vedendo la mia faccia voleva chiedermi …tutto bene capo? ma non osava farlo, non si azzardava a entrare nella mia vita per rispetto, per la distanza imposta dalle nostre diverse funzioni. Sentivo di averlo turbato. Il suo silenzio aveva un peso differente dal solito. Non osavo nemmeno io guardarmi in faccia. Non mi ero rasato, l’abito stazzonato, il cappello calato in fretta e furia sui capelli a mala pena sistemati con un colpo della mano, rendevano il mio aspetto più crudo di quanto non fosse di solito.

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Ombre a bilanciere

di Riccardo Romagnoli

Sante sono le basiliche e santi sono i santi, santo fu il nostro bacio che sviluppandosi generò un sesso verticale dietro l’altare. Estate. Vacanze scolastiche. Via San Leonardo che ci portava al Forte Belvedere. Un contatto intensivo di mani nude e calde che ci fermò dentro la chiesa. Fu un amore nascosto e silenzioso, nel vuoto della sassosa pieve lasciata inerme al canto delle cicale e al rumore lento dei cipressi smossi da un sottovento leggero. Ci fu accordo nell’unirci strettissimi, come in un’infantile altalena a bilanciere ti mandavo su se io andavo giù e anche tu facevi uguale abbassandomi mentre salivi. Un colpo di sole proiettò le nostre ombre fitte sulla parete opposta e visibile, ma fu un momento che passò, un abbaglio che sa di allucinazione. Eravamo già a bocca aperta e sazi benché veloci perché veloci. Concentrati. Guardammo in alto, affreschi e croci, senza vergogna, appoggiati ciascuno sull’altro con le braccia che spirali ci fasciavano i corpi in decompressione e vigili di una gioia, che era nostra perché c’eravamo, insieme, matrimoniati, e che era della stagione che aveva concluso gli studi e il liceo e rimandava a feste progressive così lunghe da sembrare eterne tanto più se connesse all’amore di cui sapevamo per certo, sebbene ragazzi incompiuti, che era imperituro e restante forte. Uscendo all’aperto e in campagna la luce improbabile della mattina piena ci fece mascherare gli occhi con le nostre dita umide, e socchiuse perché potessimo ancora vedere. Per non cadere perdendo l’equilibrio trovammo un’ulteriore scusa abbracciandoci come fanno gli sposi nuovi che aggiungono un bacio beneaugurale mentre amici e parenti ridono contenti. La strada, circondata di muri di pietra a secco, saliva, tagliata da ombre nitide di cipressi altissimi e scuri. Continue reading “Ombre a bilanciere” »

Ho scritto una mail a Moira Orfei (e sto ancora aspettando che risponda)

di Olga Campofreda

§1.1Antefatto

Una mattina, al risveglio, il mio fidanzato mi ha detto che assomigliavo a Moira Orfei. Non mi ero struccata dalla notte precedente e tutto il resto. E, no: indossavo un normalissimo pigiama a tinta unita. I lustrini per dormire alla lunga li sconsiglio. Ci ho provato. Ma lasciano piaghe intercostali che nessuno di voi davvero desidera. Probabilmente al mio posto la reazione di molte ragazze sarebbe stata diversa, ma ecco, io ne sono stata sinceramente felice.
Insomma quella mattina sentendomi troppo Moira Orfei, ho deciso di saperne di più su Moira Orfei. Nel tempo di un caffè avevo già scoperto che da giovane era stata una donna di grande fascino, al pari di Sophia Loren e delle altre signorine dell’epoca. Negli anni Sessanta era stata protagonista di più di quaranta colossal e commedie all’italiana affiancando Totò, Gassman e Mastroianni, perfino.
Le foto della giovane diva domatrice sono riuscite a spiegarmi come mai mio nonno in passato si fosse prodigato così tanto per lei, quando era ancora vivo. Era nota a tutti la sua passione per le belle donne, che lui del resto non tentava in alcun modo di nascondere. Ora, finalmente, riuscivo a vedere Moira come l’aveva conosciuta lui, bella, giovane, sensuale, senza nessuno sfondo rosa-arancio evidenziatore a incorniciarle il volto. Continue reading “Ho scritto una mail a Moira Orfei (e sto ancora aspettando che risponda)” »

Hello Kitty (la soluzione finale)

di Gianni Solla

Al corso di formazione hanno detto che Hello Kitty è una specie di angelo oppure se non crediamo negli angeli una specie di fatina. Né gli angeli né le fatine fanno sesso, non hanno le mestruazioni e non si truccano. Quindi se hai le tette grandi o le labbra carnose, non ti prendono. Dobbiamo essere lontane dall’idea del sesso, Hello Kitty non farebbe mai una gang bang.

Indossiamo un camice con una fantasia a fiori e dei pantaloncini azzurri, sull’orecchio sinistro abbiamo un fiocco rosso e offriamo tè ai clienti. L’Hello Kitty Shop è aperto dodici ore al giorno, siamo in tre ragazze per turno e oggi Luisa non parla. Continua a muovere la mascella come se stesse masticando l’aria. Ieri notte ha preso una mezza pasticca e adesso mastica.

Oggi è entrata una ragazza vestita come Hello Kitty. Anche io, Loredana e Luisa lo siamo, ma ci pagano per farlo. Luisa ha detto di lasciare fare a lei con questa cliente, le ha offerte del tè e dentro ci ha squagliato l’altra mezza pasticca.

Lavoro in questo posto da due anni, prima vendevo aminoacidi porta a porta, prima ancora vendevo materassi per telefono. Certe sere passava a prendermi Stefano, andavamo a prendere il fumo a san giovanni con l’opel corsa. Lui mi aspettava in macchina mentre io salivo al terzo piano di un palazzo enorme a comprare il fumo vestita da HelloKitty. Dalle finestre in mezzo alle scale si vedevano i binari della vesuviana. Una sera Stefano mi ha detto che vedeva un’altra, eravamo bloccati nel traffico di gianturco, gli ho chiesto una sigaretta, ho aperto lo sportello e sono andata via. Gli ho lasciato la stecca di fumo sul cruscotto come un ricordo nero. Continue reading “Hello Kitty (la soluzione finale)” »

Ring negro

Di Claudio D’Aguanno

Una versione ridotta di questo racconto è stata pubblicata nel giugno 2009 sul numero 0 della rivista “Dinamo”, con il titolo Ring negro per Tiberiu pugile romeno.

Lo chiamano Palasport. C’è scritto così sui cartelloni a colori sei per sei sparsi in città. In realtà il  Diego Solito è un capannone piazzato nella campagna a sud di Roma e trovarlo non è semplice. Per arrivare a tana fa da guida il nome d’un compianto ex campione del mondo, scomodato a battezzare la riunione, messo in bell’evidenza su manifesti piazzati agli incroci della retta d’asfalto Latina-Frosinone. A un certo punto mentre la statale 156 fila dritta verso i Lepini la freccia ti porta ad una deviazione al buio verso la sterrata che passa le luci d’un distributore notturno, la cancellata di qualche azienda decotta, l’insegna di un consorzio per lo sviluppo industriale dell’agro nonché tracce d’insediamenti sopravvissuti a qualsiasi scadenza di legge e di governo. Su una fabbrica dai cancelli incatenati sventolano bandiere Fiom un po’ sdrucite. I resti di striscioni metalmeccanici sono l’unica testimonianza d’un match ormai andato e finito pure male: «Uniti si Vince! Per il Lavoro e la nostra Dignità. Lavorare per Vivere e non Vivere per Lavorare». Il marciapiede lì davanti ora è battuto solo da prostitute di colore che si muovono nella notte facendo il verso a quelle cartelloniste “de paese” che stazionano in attesa fuori del Palaboxe. Alle nere allenate dal mestiere non dispiace il traffico con intasamenti tutti impolverati e così sorridono regalando saluti al passaggio mentre le altre, ring card girls pagate meno d’una cubista, assunte per ingrillare “l’arispettabile pubbrico” tra un round e l’altro, t’aspettano all’entrata in equilibrio sul loro tacco dodici d’ordinanza.

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L’annegato

di Filippo Nicosia

Era un professore di lettere dell’università di Messina.

Un italianista con qualche pubblicazione su Stefano D’Arrigo, un saggio che ebbe bassa tiratura e scarsa diffusione. Eppure un estratto era stato pubblicato su una rivista letteraria, sul primo e unico numero di Zeugma, era così che si chiamava la rivista che venne snobbata da tutti gli intellettuali del paese tranne da quelli che vi avevano preso parte. L’estratto vi figurava come pezzo d’apertura, era ben scritto, il suo autore ricevette una lettera d’elogio da un professore dell’università di Basilea. Un certo Rudolf Stunnenberger, che elogiava il collega per aver messo al centro della sua ricerca l’acqua come elemento chimico, deprivando il mare del suo potere evocativo, rendendo lo stretto di Messina la fialetta da scienziato di Stefano D’Arrigo. Questa fu ’’unica lettera che il professore ricevette.  Ma del resto non c’era da meravigliarsi, erano e sono in pochi e essersi dedicati allo studio dell’opera di D’Arrigo.

Il professore, non si era mai sposato, abitava da solo, in una casa sul viale S. Martino e era famoso per la sua vicinanza ai ragazzi, non ai suoi studenti e corsisti, ma ai ragazzi più giovani delle scuole superiori tecniche e dei licei, con la quale veniva visto spesso a parlare e fumare nei caffé della città.

Non era un pederasta, almeno nessun ragazzo o nessun adulto avevano mai avuto modo anche solo di dubitare del suo comportamento, fatto sta che le sue frequentazioni non gli avevano procurato una bella nomea, anzi, qualche volta se l’era vista brutta e aveva spesso rischiato il linciaggio di qualche puritano, o malandrino o buon padre di famiglia che l’avevano quasi preso a schiaffi o mandato via in malo modo da un bar, o intimato di stare lontano dal proprio figlio. Continue reading “L’annegato” »

Dance me to the end of love

di Flavia Gasperetti

Dance me to the children who are asking to be born
Dance me through the curtains that our kisses have outworn
Raise a tent of shelter now, though every thread is torn
Dance me to the end of love

-01.00

Davvero la festa degli innamorati quest’anno la passeremo qui nel centro commerciale Porte di Roma della Bufalotta insieme ad altre – quante saranno? – cinquanta, sessanta coppie?

L’idea è stata tua, d’accordo, ma io ho accettato. Io ho accettato.

Sarà divertente, hai detto.

Sarà una cosa che racconteremo per anni, hai detto.

Soprattutto è una cosa che mi hai presentato come fosse un regalo, un regalo di San Valentino per me. Ho aperto una busta di cartoncino rosso credendo di trovarci un biglietto della Hallmark pieno di cuoricini e invece dentro c’era l’attestato di iscrizione, con tanto di logo del Guinness Book of World Records e i nostri nomi stampigliati sopra.

Ci saranno un sacco di sponsor, hai detto tu

Alle brutte ci stufiamo e ce ne torniamo a casa pieni di roba gratis.  Continue reading “Dance me to the end of love” »

Irene

di Mauricio Wacquez (traduzione di Fabrizio Gabrielli)

Prima, ieri, io la amavo, Irene. Fino a ieri che se n’è andata l’amavo follemente, io. Ora, ora che cerco di far sì che la linea della palpebra non mi sfugga via, di disegnarla come sempre gliel’ho vista disegnare, un occhio già completato, l’altro che nonostante tutto credo verrà un po’ diverso, più scuro, con un’ombra meno violetta, più tendente al malva (che cos’è, l’inesperienza!), la scriminatura meno docile e ondulata e soprattutto d’un altro colore – stiro l’occhio con l’indice della mano sinistra mentre l’altra mano trema al ripassare il bordo sul quale sono piantate le ciglia – senza sapere perché, dal momento che ho utilizzato la stessa matita per l’uno come per l’altro occhio; ora che sembra che questo ritocchino finirà per essere un vero disastro, impalato come sto sul pavimento umido del bagno con le sue pantofole di raso che mi opprimono selvagge i piedi, cercando di stare in equilibrio tra scivoloni che mi tocca inclinarmi verso lo specchio dove la luce è più forte perché quest’occhio possa venire uguale all’altro, cosa della quale dubito; ora che sento il calore della lampadina fondere la crema base facendola gocciolare sulla fronte e sulle guance come un sudore eccessivo che minaccia d’inondare e far crollare a terra il paziente lavoro sugli occhi; ora che realizzo che mi sarei dovuto mettere un po’ di pancake e di terre di modo che, così facendo, ora la pelle sarebbe secca e non gocciolerebbe questa specie di sperma Continue reading “Irene” »

Un uomo previdente

di Marino Buzzi

Zia Rita e mia madre corrono da una parte all’altra della casa mettendo a soqquadro cassetti e credenze, a volte si trovano l’una di fronte all’altra e, con fare serio e sguardo cupo, scuotono il capo senza dire nulla. Papà è seduto in poltrona con il giornale in mano, lui non legge mai il giornale, di solito sta incollato davanti alla TV a guardare i giochi a premi aspettando gli stacchetti musicali per vedere le ballerine. Come se non me ne fossi accorta, il suo sguardo si anima solo quando compaiono loro con quelle gonne corte e i seni sempre in bella vista. Avranno più o meno la mia età, ventisei forse ventisette anni, alcune decisamente più giovani, a me però papà non ha mai permesso di indossare gonne troppo corte. Non che ne abbia mai sentita l’esigenza è solo che mi da un po’ fastidio sapere che mio padre guarda donne della mia età sculettare in televisione. Comunque oggi è assorto nella lettura del suo quotidiano, fa finta, naturalmente, per non essere coinvolto in quella che sembra una caccia al tesoro fra mamma e zia. Margherita, mia figlia, siede a terra e guarda divertita la scena. Io mi inumidisco le labbra, devo portare la bambina all’asilo fra due ore, fare la spesa e poi correre al lavoro. E ho mal di testa, naturalmente. Un mal di testa che si acuisce ad ogni passo di mia madre.
“Si può sapere che state cercando?”
Mamma e zia si fermano davanti a me.
“Ssssssst. Zitta! Vai a vedere alla finestra se il nonno è di ritorno.”
“Ma che c’entra il no…”
“Fai come ti dico una volta tanto Santa Maria Benedetta Madre di Gesù!” Continue reading “Un uomo previdente” »

Il gioco

di Angelo Marenzana

Ha un sorriso molle che gli taglia la faccia in due. Come lo vedo capisco che qualcosa non quadra. Preferisco fare finta di niente, quando si sposta di lato per lasciarmi passare. Apro la porta della toelette. Entro. Alle spalle sfumano i rumori della fiera. La porta si richiude automaticamente per difendere con il silenzio l’intimità dei servizi igienici. Dentro c’è odore aspro di limone, mescolato a candeggina e disinfettanti.
L’altro mi sta dietro, come una specie di coda. Sento il peso di quella presenza estranea, la sua energia, il suo fiato sul collo. Cammina dietro di me con le scarpe che scricchiolano a segnare il ritmo pacato del passo. Mi ricordano quelle lucide di vernice nera che mia madre mi obbligava a mettere nei giorni di festa quand’ero bambino.
Nessun altro. Un silenzio imbarazzante avvolge l’ambiente e mi stuzzica a lanciare una sfida allo sconosciuto. Passo davanti ai gabinetti vuoti, con la porta socchiusa. Scelgo l’orinatoio più distante, al capo opposto dello stanzone tutto piastrellato di bianco come una macelleria. L’altro non si scrolla di dosso, e fa esattamente quello che temo. Si accosta volutamente al mio fianco con una mano sulla cerniera dei pantaloni e l’altra ad accarezzare i pochi capelli rossicci, lisci, appiccicati tra di loro, in un taglio da scodella in testa.
Mi fissa. Io faccio finta di niente. Però il gioco mi ha preso la mano. Gusto un certo sapore. Un non so che mi stuzzica e mi fa dimenticare il barlume di tensione che incomincia ad irrigidirmi i muscoli delle gambe.
Aspetto solo un suo gesto. Continue reading “Il gioco” »