Fatti di calcio

Di Angelo Petrella

Se volessi fare come Saviano direi che i fatti di ieri [3 maggio, ndr.] li avevo tutti previsti anni e anni fa nei miei romanzi La città perfetta e Nazi Paradise perché lo scrittore e la letteratura hanno il compito di bla bla bla…
Ma non lo farò. Sarebbe troppo semplice: intendo, il pontificare, moralizzare o sparare a zero senza soffermarsi nemmeno un istante a riflettere sull’accaduto.

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Il corpo tossico della finanza. Intervista a Christian Marazzi

di Gigi Roggero [Laureato all’Università di Padova negli anni Settanta, Christian Marazzi ha partecipato all’esperienza della rivista «Primo maggio». Dopo una lunga permanenza a Londra e a New York, ha insegnato in varie università svizzere e ha svolto compiti di ricerca sociale e analisi economica per le istituzioni del welfare state nel Canton Ticino. Negli anni Novanta, la casa editrice Casagrande ha pubblicato Il posto dei calzini (il volume è stato riproposto pochi anni dopo da Bollati Boringhieri). Seguono i saggi Capitale e linguaggio. Dalla New Economy all’economia di guerra (Derive Approdi), E il denaro va (Bollati Boringhieri), Finanza bruciata (Casagrande), Il comunismo del capitale (ombre corte). L’intervista è stata pubblicata sul quotidiano «il manifesto» del 12 marzo scorso ed è on line su http://www.commonware.org/ Vicolo Cannery ringrazia l’Autore.]

Partiamo con una considerazione: è difficile immaginare The Wolf of Wall Street senza Occupy Wall Street. Al di là delle difficoltà e delle impasse, i movimenti globali dentro la crisi hanno però con chiarezza indicato su larga scala il nemico, il capitalismo finanziario.

Sono d’accordo, peraltro penso all’impatto che Occupy ha avuto su economisti molto importanti come Stiglitz, che non si sarebbe cimentato in analisi sulla diseguaglianza se non fosse stato per l’impatto intellettuale, culturale e politico di un movimento come Occupy. Ciò vuol dire introdurre nell’analisi dei movimenti degli elementi che solitamente vengono trascurati, perché ci si concentra solo sulla loro speranza di vita e sul loro orizzonte temporale, per poi restare sgomenti, infastiditi o delusi dal fatto che magari durano poco tempo rispetto all’enormità degli obiettivi che si pongono. Però probabilmente l’efficacia di questi movimenti sta proprio nel riverberarsi su linguaggi diversi. È allora giusto far risalire questo film a Occupy Wall Street e vederne l’origine sul versante della critica radicale del capitalismo finanziario, sulla quale tante volte ci siamo espressi e che a questo punto viene fatta in modo potentissimo sul piano cinematografico da uno dei massimi registi degli ultimi trent’anni. Continue reading “Il corpo tossico della finanza. Intervista a Christian Marazzi” »

Hold tight! And fight!

di Tommaso De Lorenzis [Il 12 marzo 1984, i minatori dello Yorkshire entrarono in sciopero contro il progetto di chiusura di venti impianti d’estrazione – e il conseguente licenziamento di ventimila lavoratori – voluto dal primo ministro conservatore Margaret Thatcher. Quella mattina di fine inverno, cominciava una lotta epica che, in un crescendo tragico, sarebbe durata per circa un anno. Picchetti volanti, furibondi scontri con le forze dell’ordine, mobilitazioni internazionali a favore dei miners, segneranno l’ultima, strenua resistenza al compiersi della rivoluzione conservatrice. Finì male, com’era finita male quattro anni prima – in Italia – davanti ai cancelli di Mirafiori. Nelle sconfitte di allora risiede l’origine delle narrazioni tossiche d’un presente eterno: tempo immoto, identico a sé, che nega la possibilità di un futuro diverso. A distanza di tre decenni esatti, ricordiamo quella giornata – e i lavoratori che provarono a tenere – pubblicando l’incipit dell’introduzione di TDL all’ebook Giap. L’archivio e la strada , antologia che raccoglie gli scritti del collettivo Wu Ming redatti tra il 2010 e il 2012.]

«Il tempo fugge. Verso dove? Forse duemila anni fa ci è stato rivelato. O forse non era così tanto tempo fa: forse è solo un’illusione che sia passato tanto. Forse è stato una settimana fa, o addirittura oggi stesso, poco fa. Forse il tempo non sta solo fuggendo: sta finendo»
PHILIP K. DICK, 1978

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Taranto new wave

«Quando penso agli anni Ottanta, non mi viene in mente niente» diceva uno scrittore parafrasando il celebre aforisma di Karl Kraus su Adolf Hitler. In Taranto new wave. Dalla byte generation al Great Complotto (Scorpione Editrice, 2013), Sergio Maglio sfida l’indicibile orrore del decennio. Lo fa raccontando l’universo irregolare che – oltre il “No future” del punk, nella città della grande fabbrica omicida, profondo Sudest – seppe irridere la livida alba degli anni nuovi, dispiegando pratiche di sottrazione e tenaci forme di resistenza. Fu un folle cocktail di suoni, linguaggi, performance, mostre, stili metropolitani importati e riadattati, secessione di classe, tradimento delle appartenenze sociali, agire controculturale, provocazione, nonsense e “subcultura”, nei tempi vendicativi che seguono ogni sconfitta epocale, quando il cielo da assaltare è ormai caduto sulla terra seppellendo i ribelli. Mentre in tutta Europa i sospiri di sollievo dei padroni gonfiano il vento della restaurazione liberista, a Taranto si prepara il grande sacco, e una nuova accumulazione. Malta, calcestruzzo, cemento armato pompano nelle arterie della città e le deformano i connotati. Polveri sottili continuano ad avvelenare i corpi. Polvere d’oppio, iniettata in vena con siringhe da insulina, diffonde la peste. Più tardi, i contorni violacei d’una pubblicità progresso immortaleranno l’invisibile propalarsi di un’altra epidemia: sindrome retrovirale acuta.

Per molti, troppi, è tempo di morire.

Per i nuovi banditi è il momento di prendersi tutto.

Eppure, qualcosa si agita ancora…

Un libro, quello di Maglio, da leggere insieme a Creature simili. Il dark a Milano negli anni Ottanta (http://www.agenziax.it/creature-simili/) di Simone Tosoni ed Emanuela Zuccalà (Agenzia X, 2013) per dare voce all’ineffabile, riconoscere l’inferno dietro il paradiso scintillante dei maledetti Eighties, ricordare chi scelse la defezione dal nuovo ordine, non dimenticare quelli che caddero. Dedicato a loro.

Nel pubblicare alcuni brani di Taranto new wave, Vicolo Cannery ringrazia l’Autore.

Qui (http://www.carmillaonline.com/2014/01/09/hallelujah/) la prefazione di Girolamo De Michele al libro, e qui (https://www.youtube.com/watch?v=oeBssyOKj6I) il video che correda idealmente il volume.

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Anche gli scrittori nel loro piccolo hanno l’X Factor

di Mario Fillioley

L’idea del talent show per scrittori a quanto pare è brutta. L’ho capito per converso, perché ogni volta che un’idea pare buona a me, significa che è una scemenza. Infatti la cosa del talent mi ha subito infervorato. Soprattutto per la reductio ad unum che comporta: finalmente cadrà la maschera di ridicola prosopopea che a chi scrive o gli appiccicano o si appiccica addosso da solo. E infatti la notizia, a me gradita, dell’imminente messa in onda del programma, prevista per novembre e annunciata da un tweet in tono finto by the way del direttore di Raitre Andrea Vianello («Ah, dimenticavo. Da novembre su Raitre il primo talent per scrittori esordienti. Masterpiece. Presto le regole per partecipare #bestseller»)è stata subito commentata con toni apocalittici. Il Fatto Quotidiano ha prontamente ammannito ai suoi lettori il distillato più puro del cliché del letterato maledetto (con tanto di lemuri), in un articolo dagli accenti piccati, il cui senso è più o meno questo: Vianello, facci capire, tu quasi ti dimenticavi di annunciarci la fine della letteratura? In esso, firmato dalla scrittrice Veronica Tomassini, pullulavano frasi di questa fatta: «La letteratura è un tempio, ci credo ancora, non bisogna violarlo, no no». «Non è spaventoso tutto ciò? La letteratura in pasto alle major». «La scrittura è un destino». «Temo un destino da fast food o da alimenti surgelati». «La scrittura compete ad [sic] un’anima chiamata memoria, una memoria lontana, inarrivabile, da consumare da soli, al massimo in compagnia di certi lemure [sic]; quella memoria non vuole essere addomesticata». È buffo che a detestare l’idea del talent siano proprio quegli scrittori che il talent sognerebbe di avere come partecipanti: «Pensi di aver scritto un’opera che cambierà le sorti della letteratura?», recita lo spot di reclutamento.

E chi se non un mitomane può ritenere di avere nel cassetto una cosa simile? Continue reading “Anche gli scrittori nel loro piccolo hanno l’X Factor” »

I luoghi d’infanzia #5: l’istituto di fisica

di Paolo Zardi

Ora che io sono dall’altra parte, dalla parte dei grandi, degli adulti, di quelli che la mattina escono mentre gli altri dormono, che chiamano durante il giorno per sentire come va, per sapere come è andata a nuoto o a calcio, se i bambini hanno mangiato, se hanno finito i compiti, se la febbre è scesa o il mal di pancia è passato, che poi, quando tornano la sera, raccontano storie complicate e noiose su colleghi che tutti, in famiglia, conoscono per nome ma che nessuno ha mai visto, le raccontano con la sensazione che quel parlare non serva a nulla se non a mitigare una solitudine ineludibile – ora che sono un papà che va al lavoro, quarant’anni dopo aver iniziato a vedere mio padre uscire la mattina e tornare la sera, dal lunedì al venerdì, dieci anni dopo che ha smesso di farlo – non del tutto, però: per anni ha sfruttato la possibilità di avere comunque un ufficio dove finire le cose che aveva iniziato prima di andare in pensione – ora che sto tornando in treno da Milano, dove ho partecipato a tre riunioni su altrettanti argomenti, con il telefono sempre acceso, le mail a pioggia, gli inviti, i messaggi… Ora, adesso… Continue reading “I luoghi d’infanzia #5: l’istituto di fisica” »

Cinquanta sfumature di grigio – oh!

di Paolo Zardi (Riflessione apparsa su Grafemi)

Una delle accuse che più spesso viene mossa a chi scrive recensioni è di non leggere i libri di cui parla. Non so se sia sempre vero – le recensioni che ho potuto leggere sui libri che conosco dimostrano, in molti casi, un’approfondita conoscenza del contenuto, e un’analisi non banale. Nel caso di questa recensione, invece, ammetto, anzi, dichiaro da subito, che io non ho letto “Cinquanta sfumature di grigio”, che non conosco l’autrice (è un’autrice, vero?), che non ho letto neanche gli altri due libri che compongono la trilogia, che ho sfogliato qualche pagina qua e là, per capire se la cosa poteva interessarmi, che nutro alcuni piccoli pregiudizi sulla qualità complessiva dell’opera, che non so spiegarmi il successo così vasto di un porno harmony (è questa l’idea, probabilmente sbagliata, che me ne sono fatto), ma che nonostante questo, parlerò di questo libro, e lo farò usando un approccio completamente diverso: l’analisi della frequenza delle parole.

Ogni romanzo, ogni storia, è formata da parole (che a loro volta sono formate da grafemi…) che rappresentano, nel loro insieme, la tavolozza che l’autore ha usato per narrare una vicenda. Spesso non ci rendiamo conto di cosa caratterizza lo stile di uno scrittore, perché le variabili in gioco sono tante: la punteggiatura, la costruzione dei periodi, un certo modo di procedere nel ragionamento, la scelta delle metafore (il mondo alle quali attingono), il rapporto tra i paragrafi… e le parole. Ci sono autori che ne usano pochissime, sempre le stesse, e grazie a questo costruiscono storie bellissime – penso a Hemingway, a Faulkner – e altri che danno fondo a tutta la loro conoscenza linguistica per raccontare episodi minimi – e qui mi vengono in mente Nabokov e la sua straripanza verbale, e il più grande autore di tutti i tempi, Shakespeare. Un tempo, l’analisi della frequenza con la quale compaiono le singole parole si affidava a un approccio qualitativo, a sentimento… Ora, invece, è possibile, con un semplice programma (che possiedo solo io: me lo sono scritto con le mie mani), conoscere i numeri che caratterizzano un libro. Così, invece di leggere “Cinquanta sfumature di grigio”, l’ho sottoposto a questa elaborazione, che mi ha fornito alcuni risultati che considero interessanti. Continue reading “Cinquanta sfumature di grigio – oh!” »

Souvenir d’Italie

a cura di Vicolo Cannery

A lungo snobbato da intellettuali, letterati e giornalisti, il settimanale «Cronaca Vera» è – da più di quarant’anni – la voce che parla a un’Italia del tempo perso e del tempo da perdere. Poco importa che i suoi lettori – fedeli o saltuari – aspettino il turno dal barbiere, siano costretti in città nella canicola d’agosto, languano presso qualche stabilimento balneare, riposino nelle patrie galere oppure indugino nell’intimità di una ritirata. Si trova sempre qualcuno che, armato di spirito critico, se ne sbatte di afa, noia, ergastoli, attese forzate, estenuanti vacanze con famiglia a carico, motivi ragionevoli e sacrosante ragioni. Soprattutto quando riguardano gli altri. Ed ecco l’uomo di buonsenso pronto a condannare la lettura di quelle pagine impastate di sesso, sangue e passioni d’accatto. Tempo buttato, sentenzierà costui senza nutrire il minimo dubbio.

È facile intendere come, per circa mezzo secolo, le storie affogate nel sapido brodo del sensazionalismo e le titolazioni urlate a caratteri cubitali in corpo 90 abbiano fatto storcere il naso ai cronisti dei quotidiani, a caccia della giusta distanza, di fonti attendibili e notizie da verificare con la dovizia del mestiere. D’altronde,se la testata esagera oltre ogni lecito, arrivando a confezionare le pagine fisse de Il mondo dell’inconscio dedicate a occulto, soprannaturale, alieni e via dicendo, beh, ci vuol poco a considerare il sostantivo “cronaca” una bugia e l’aggettivo “vera” una truffa in piena regola. La ricerca della verità è ben altra cosa, come sanno i sostenitori della parresia, ovvero di quell’esercizio che può trasformarsi in un gioco di vita e di morte, e in cui la pelle in ballo è quella di chi ricerca, dice, testimonia, e non quella – ormai buona per l’obitorio o la gattabuia – di coloro di cui si parla e straparla. «Laureato trentaduenne fulmina a revolverate l’amico studente», «Cosparge la moglie di benzina e le dà fuoco: Non volevo ucciderla», «Uccide l’amica che ha 37 anni più di lui perché l’accusa di essere poco virile».

Quindi è all’ambito di voci e futilità, dicerie e fregnacce, che andrebbe consegnato il settimanale, denunciando in tal modo il dolo di speculatori che si approfittano della credulità popolare a mezzo di carta stampata. Per non dire di come, durante i Settanta, sul periodico piovve l’accusa d’essere un organo della destra. D’una destra antropologica, covata dal corpaccione italico, cresciuto a pane, salame e curiosità più o meno malata. Destino forse non del tutto equo per un giornale che faceva dell’implicita assonanza “vera”-“nera” un tratto distintivo, mettendo in scena i misfatti cruenti, orribili, licenziosi di remote provincie. Il magazine, infatti, praticava quella cronaca di ammazzamenti che il fascismo aveva proibito e il settimanale «Crimen» aveva rispolverato nel dopoguerra. Ma a cavallo tra i Sessanta e i Settanta – proprio nelle distorsioni parossistiche, pirotecniche, spettacolari, oggettivamente umoristiche di «Cronaca Vera» – non andava più bene. Quasi che il racconto del delitto fosse sovversivo nel ventennio mussoliniano e populista in età repubblicana. O forse non sempre la “verità” è rivoluzionaria: soprattutto quella esibita, che non costa nulla se non il prezzo della pessima carta su cui viene stampata. Perché in fondo – lo sappiamo – dipende tutto dai punti di vista e tutto si riduce a una questione di stile.  Continue reading “Souvenir d’Italie” »

Come si legge un libro

Di Gianfranco Franchi

Un libro non va aperto. Un libro va fiutato. La prima lettura, determinante e sempre necessaria, è esclusivamente superficiale. La prima lettura è una scrematura: la prima lettura è qualcosa di essenziale. Quasi tutti i libri ti respingono, a un certo punto, e pochissimi ti appartengono. Ti appartengono, e ti servono, ma tu devi trovarli. Devi riuscire a individuarli, devi scoprirli. Per riconoscerli, tu non devi nemmeno aprirli. Tu devi solo guardarli. Guardarli, e ascoltarli: perché i libri parlano, sin dal primo sguardo.

Parlano il nome e il cognome dell’artista, in copertina. Parla il titolo del libro. Parla il logo dell’editore, in copertina. Parla il nome della casa editrice. Parla il nome della collana, in copertina. Parla il logo della collana, in copertina. Parla l’illustrazione, in copertina. Per assenza o per protagonismo. Per singolarità o per evocatività; per fiacchezza o per grigiore; per colore, per font. Parlano le diverse altezze delle parole: più grande il nome dell’artista, più grande il titolo, più grande l’editore, più grande la collana o più grande la firma dell’illustratore.      Parla tutto e il libro rimane chiuso. Basta saper leggere. Basta aver saputo leggere, nel tempo, negli anni.

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Quello che manca. Un viaggio intorno a Napoli

di Salvatore Esposito e Angelo Petrella (foto e testi tratti dal libro omonimo recentemente pubblicato da Contrasto)

L’organizzazione di una piazza di spaccio è molto dettagliata e spesso cambia da zona a zona, ma in linea di massima è la seguente: il clan egemone ha un suo appartamento in ogni rione, chiamato casa d’appoggio, dove la droga viene smistata, tagliata e imbustata. L’erba e il fumo vengono raggruppati in pacchettini da dieci stecche ciascuno, che corrispondono all’incirca a venti grammi. La cocaina, invece, è imbustata in un sacchetto da dieci capsule o palline, per un totale di duecentocinquanta euro. Simile cosa accade per l’eroina, il cobret e il crack.

Gli spacciatori lavorano in una specie di subappalto, rifornendosi dal clan e rivendendo la droga al dettaglio. I turni di lavoro sono massacranti, dalle dieci di mattina fino a mezzanotte, con un paio d’ore di spacco tra il pranzo e la cena.

– Come alla catena di montaggio – dice Manomozza – solo che quando lavoravo là guadagnavo in un mese quello che mo’ guadagno in un giorno.

Negli ultimi mesi però c’è una novità.

Le strategie industriali al tempo della globalizzazione sono arrivate anche a Scampia: in tempi di faida, per evitare di esporre i propri affiliati ad agguati o ritorsioni, la gestione dello smercio al dettaglio e della sorveglianza del territorio viene affidata in subappalto… Continue reading “Quello che manca. Un viaggio intorno a Napoli” »