Cinquanta sfumature di grigio – oh!

di Paolo Zardi (Riflessione apparsa su Grafemi)

Una delle accuse che più spesso viene mossa a chi scrive recensioni è di non leggere i libri di cui parla. Non so se sia sempre vero – le recensioni che ho potuto leggere sui libri che conosco dimostrano, in molti casi, un’approfondita conoscenza del contenuto, e un’analisi non banale. Nel caso di questa recensione, invece, ammetto, anzi, dichiaro da subito, che io non ho letto “Cinquanta sfumature di grigio”, che non conosco l’autrice (è un’autrice, vero?), che non ho letto neanche gli altri due libri che compongono la trilogia, che ho sfogliato qualche pagina qua e là, per capire se la cosa poteva interessarmi, che nutro alcuni piccoli pregiudizi sulla qualità complessiva dell’opera, che non so spiegarmi il successo così vasto di un porno harmony (è questa l’idea, probabilmente sbagliata, che me ne sono fatto), ma che nonostante questo, parlerò di questo libro, e lo farò usando un approccio completamente diverso: l’analisi della frequenza delle parole.

Ogni romanzo, ogni storia, è formata da parole (che a loro volta sono formate da grafemi…) che rappresentano, nel loro insieme, la tavolozza che l’autore ha usato per narrare una vicenda. Spesso non ci rendiamo conto di cosa caratterizza lo stile di uno scrittore, perché le variabili in gioco sono tante: la punteggiatura, la costruzione dei periodi, un certo modo di procedere nel ragionamento, la scelta delle metafore (il mondo alle quali attingono), il rapporto tra i paragrafi… e le parole. Ci sono autori che ne usano pochissime, sempre le stesse, e grazie a questo costruiscono storie bellissime – penso a Hemingway, a Faulkner – e altri che danno fondo a tutta la loro conoscenza linguistica per raccontare episodi minimi – e qui mi vengono in mente Nabokov e la sua straripanza verbale, e il più grande autore di tutti i tempi, Shakespeare. Un tempo, l’analisi della frequenza con la quale compaiono le singole parole si affidava a un approccio qualitativo, a sentimento… Ora, invece, è possibile, con un semplice programma (che possiedo solo io: me lo sono scritto con le mie mani), conoscere i numeri che caratterizzano un libro. Così, invece di leggere “Cinquanta sfumature di grigio”, l’ho sottoposto a questa elaborazione, che mi ha fornito alcuni risultati che considero interessanti. Continue reading “Cinquanta sfumature di grigio – oh!” »

Quello che manca

di Paolo Zardi (Padova,  1970. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani. È autore di AntropometriaNEO. edizioni, e del blog Grafemi. Il suo nuovo romanzo, La felicità esiste, edito da Alet, uscirà il 27 gennaio)

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[Silenzio. Un tavolo di vetro sullo sfondo. Luci basse. Sedersi con le gambe incrociate. Blu. Odore di lavanda.]
Un condannato a morte, in Giappone, aspetta, nella sua cella molto asettica, l’arrivo dei secondini per l’ora di pranzo. Sta seduto per terra, su un tappetino. Guarda il muro davanti, come fa da circa trent’anni. Quanto mancherà? pensa. A differenza degli Stati Uniti, sulle cui esecuzioni sappiamo tutto, quasi nessuno è a conoscenza del fatto che in Giappone i condannati a morte possono rimanere nel braccio della morte per decine di anni; non solo: che l’esecuzione non è annunciata. Ad un certo punto, ad ora di pranzo, arrivano due persone che ti portano fuori dalla cella. Mentre insieme si cammina lungo un corridoio, ti dicono: ora ti impicchiamo. Dopo cinque minuti, il tuo corpo penzola, lieve. Le tue mutande sono bagnate di urina e sporche delle feci liberate nel momento in cui il midollo spinale si è spezzato.
Per cui anche adesso, un condannato a morte, in Giappone, aspetta, nella sua cella molto asettica, l’arrivo dei secondini, che porteranno il pranzo o la morte. [Alzarsi di colpo. Gesticolare. Andare avanti ed indietro per la stanza. Rosso. Resina.] Continue reading “Quello che manca” »

Chiavi

di Paolo Zardi (da Grafemi)

Alcuni sostengono che senza Turing, gli Alleati non avrebbero vinto la Seconda Guerra Mondiale, o, almeno, non l’avrebbero vinta in cinque anni.
 Altri, vedono in Turing, tipico esemplare di scienziato inglese atipico, il precursore di tutta l’informatica di oggi – la famosa “macchina di Turing”, modello matematico capace di formalizzare il comportamento di un elaboratore elettronico l’ha inventata lui, e tutti gli studi sull’intelligenza artificiale fanno riferimento ad un suo articolo scritto nel 1950.
 È indiscutibile che egli abbia posseduto una delle menti più brillanti di tutti i tempi: basta andare su Wikipedia per capire su quali basi si possa arrivare a queste conclusioni.

La giornata di oggi – la sveglia che scuote da un sonno profondo alle sette e cinquantadue in punto, il caffè amarognolo più yogurt e mela (come prescrive la dieta), una doccia calda e veloce, l’occhiata furtiva alla casella di posta (e la pulizia dallo spam), i due nanetti che zampettano per casa grattandosi le punture delle zanzare sulle gambe, le chiavi della macchina prese al volo dal tavolino in entrata (sul quale erano state appoggiate con una fretta disordinata la sera prima), il PC nella borsa, un salto da un cliente (con lo stupore di sorprendere il nocciolo più interno dell’anima nell’atto di pregare una qualche divinità: fa che l’ascensore si blocchi - preferendo un pomeriggio chiuso dentro a quella specie di bara di cristallo, piuttosto che uno trascorso a risolvere i problemi che un PC porge agli essere umani), la serata che sarà uguale a molte altre, tranquillissime serate – ecco, quale senso può avere raccontare, e quindi leggere, una storia simile? Continue reading “Chiavi” »

La stella marina

di Paolo Zardi (Padova,  1970. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su riviste e quotidiani. È autore di Antropometria (NEO. edizioni) e del blog Grafemi.)

 

Stava uscendo dall’università, dove aveva appena tenuto una lezione di Zoologia, quando fu investito da una bicicletta; alla guida, un tossicodipendente che stava scappando da un signore al quale aveva rubato qualcosa. Nessuno dei due – né lui, né il ragazzo – stavano guardando nella giusta direzione. L’urto lo gettò a terra; batté un’anca e la testa. Non svenne, ma un passante chiamò il 118. L’ambulanza arrivò in meno di cinque minuti – l’efficienza veneta. I sanitari ritennero opportuno portarlo in ospedale per un controllo. Il cielo sembrava chiaro, non era ancora sera.

Dopo una prima visita sommaria, fu chiaro che non c’era pericolo di vita; ma servivano controlli: fu fatto sedere in una saletta, in attesa del suo turno. Alle pareti c’erano avvisi sull’influenza suina, sul pericolo delle droghe, sulla minaccia dell’AIDS, sui sintomi dell’anoressia. C’era anche la stampa di un quadro di Mirò, identica a una appesa nel salotto di casa sua. Aspettò più di cinque ore. Spinte da un flusso invisibile, continuavano ad arrivare persone più gravi di lui – gambe spezzate in un incidente automobilistico, un principio di infarto, un ictus, un indigestione sospetta. Chi era ancora cosciente guardava il mondo con un misto di stupore e imbarazzo. La posizione distesa alla quale erano costretti li rendeva vulnerabili. La sala del pronto soccorso sembrava il palco nel quale si rappresentava una commedia – i personaggi entravano in scena da una porta, uscivano dall’altra, ma era impossibile sapere cosa ci fosse dietro quello sfondo.

Per un po’, ebbe accanto una vecchietta seduta su una sedia a rotelle, che si sistemava i pochi capelli bianchi con un pettine di osso. Poco dopo, lei gli rivolse la parola, con una scusa – le serviva aiuto per leggere un numero di telefono sul cellulare che teneva in una tasca della vestaglia celeste; lui le rispose con gentilezza. Poi, di colpo lei scoppiò a piangere: «Sette mesi fa, ho accompagnato mio marito qui, ed è morto nel giro di due ore». Pareva ancora incredula. Gli disse che un anno prima avevano venduto il loro appartamentino, e si erano ritirati in una casa di riposo; lui era paralizzato, lei spingeva la sua carrozzella, ed erano felici. Ora,  aveva sempre male allo stomaco, e faceva fatica ad andare di corpo. Un’infermiera che sembrava essere stata incaricata di sorvegliare i pazienti, si toccava la tempia, come dire che era matta; a lui, invece, sembrava una donna piena di buonsenso: piangere era l’unica cosa che avrebbe fatto anche lui in una situazione come quella. Mentre entrava nello studio del medico, la vecchia gli strinse il braccio e gli sussurrò, con un alito di voce, che non voleva morire.  Continue reading “La stella marina” »